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Una bionda americana che sogna il monastero

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 30/06/20

Mentre negli Stati Uniti e in tutto il mondo occidentale sembra non si parli d'altro che delle sommosse del movimento “Black Lives Matter” (e “parlare” è un blando eufemismo per atti che vanno dal vandalismo alla damnatio memoriæ) la vita vera continua a porre domande fondamentali: sulla ricerca della felicità e della verità, sul sé e su Dio. Alcuni post sulle pagine social di una giovane del New Hampshire ce ne recano una testimonianza smagliante.

Non solo Covid-19 e BLM (che triste la vita dominata dagli acronimi!): mentre spulciavo l’immensa blogosfera statunitense alla ricerca di segnali che il buon Dio non ci abbia abbandonati alle coazioni dell’ira e dei calcoli politici mi si è fatto incontro su Twitter il bel sorriso di Gabrielle Rose, che proprio ieri sera si è recata a visitare un monastero di benedettine:

È tanto tempo che faccio discernimento sulla vita religiosa, e finalmente stasera vado a visitare un monastero! Per favore, pregate per me e per la mia vocazione.

Più di 3mila cuori in meno di 20 ore per questa biondina dallo sguardo vivace: sotto al suo post, a cascata, un centinaio di risposte beneauguranti da persone di entrambi i sessi, molti Paesi di più continenti e svariate etnie e religioni. C’è chi raccomanda la tale novena, chi suggerisce di considerare le domenicane perché hanno tanti conventi nel mondo, chi consiglia di non vedere un solo monastero, nel cammino di discernimento, chi semplicemente affida la ragazza allo Spirito (in fondo ciò che lei aveva chiesto). Il primo a rispondere, comunque, è stato un afroamericano che le ha promesso un Rosario per il suo discernimento. Accade negli Stati Uniti d’America, in questi confusi giorni dell’estate 2020.

Gabrielle Rose si caratterizza su Twitter con un’immagine (la bandiera della Santa Sede) e tre brevissime frasi:

Come Dio vuole • Fraternità Sacerdotale San Pietro • Amante della vita

Ne viene fuori con tre linee lo schizzo di una persona desiderosa di abbandonarsi a un Assoluto percepito e creduto un Padre Buono, creatore e redentore di ogni vita, nonché un’appartenenza ecclesiale caratterizzata da un certo tradizionalismo: la Fraternità Sacerdotale San Pietro fu costituita da san Giovanni Paolo II per quanti dalla scismatica Fraternità Sacerdotale San Pio X vollero tornare in comunione con Roma abbracciando il Concilio Vaticano II e mantenendo il Vetus Ordo.

Gabrielle Rose ha scritto qualche altro tweet per raccontare ai follower com’era andata la visita e per ringraziarli delle preghiere: è stata a messa (in latino e in Vetus Ordo) ha ascoltato una bellissima omelia sui santi Pietro e Paolo e poi ha avuto modo di parlare con le monache. La giovane annuncia infine di aver avuto una data a breve per un nuovo incontro.

«Però! – risuona dentro di me la voce di Willie Scott in Indiana Jones e il tempio maledetto –: pensavo che gli archeologi fossero tutti tipi bruttini che s’interessano solo di mummie!» Dico questo perché (pur ritenendomi fondamentalmente un conservatore e amando la lingua latina, anche nelle liturgie) non sono stato ben impressionato dai contesti a me noti legati al Vetus Ordo… e anche su questo punto accolgo con gioia il segno che m’invita a ridiscutere la mia opinione. Vado sul profilo Instagram di Gabrielle e trovo un bellissimo post che giunge come balsamo per me in questi giorni:

La pace che Dio dà è enormemente più grande di qualunque cosa in questo mondo.

Prendetevi un momento, oggi, per pregare per tutti quelli che esperiscono la violenza in qualunque forma – che sia la brutalità della polizia, l’abuso domestico, l’aggressione sessuale, l’aborto, l’eutanasia, il suicidio, il bullismo, la guerra, l’omicidio eccetera… –: tutti meritano di essere trattati con amore e rispetto, a prescindere dalla razza, dal genere, dall’etnia, dall’orientamento sessuale, dalla religione o dalla cultura.

Che possiamo conquistare un senso di pace in mezzo a tutto il caos, e un rinnovato fervore per schierarci accanto a tutti quelli che – in ogni fase della vita – si trovano di fronte all’ingiustizia.

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Hai capito la ragazzina seduta sul tettuccio dell’automobile?

Certo – viene da pensare – questa giovane ha avuto tutte le fortune: nata dal lato giusto del mondo, dotata di grazia e di arguzia, di parola e di spirito, di garbo, di tatto… forse perfino di una vocazione monastica… «Ma non tutte le vite – spiffera ancora qualche voce dentro di me – filano via così lisce…». Ed eccoti invece quest’altro post, datato appena 25 maggio:

Ciao, sono Gabrielle e combatto per accettare il mio corpo così com’è.

La mia strada nell’accettazione del mio aspetto fisico è lunga, ma ricapitolo. Avendo sempre avuto un forte metabolismo, venivo spesso ripresa per essere “troppo secca”. Alle medie mi chiamavano “stecchetto” o “scheletro”. La gente mi diceva che sembravo sottopeso (anche se in realtà ero nel peso forma), e ho sempre avuto ciglia e sopracciglia così chiare che da lontano sembravano inesistenti. Potete immaginarvi che venissi additata anche per questi tratti.

Tutti questi commenti mi portavano a dubitare che Dio mi avesse fatta perfetta così com’ero. «Insomma, se mi avesse fatta perfetta allora avrei …………» e potete riempire voi il vuoto. Ci ho messo tanto a capire che mi stavo misurando sui canoni di bellezza della società, che sono tutt’altri da quelli di Dio.

Quali sono gli standard di bellezza di Dio? Prendersi cura del proprio corpo; rispettare il proprio corpo e i suoi limiti; accogliere tutti i propri difetti; amare il corpo che la propria anima innerva.

Quando Dio dice che siamo tempio dello Spirito Santo Egli intende proprio questo: siamo perfetti proprio come siamo. Non ci servono trucco e parrucco, diete o altro che ci facciano sembrare migliori. Agli occhi di Dio siamo al meglio di noi quando amiamo il corpo difettoso in cui siamo venuti all’esistenza. Ciò non significa che le cose sopra elencate siano necessariamente peccaminose, ma possono diventarlo se da esse arriva a dipendere il nostro sentirci belli o degni d’attenzione e di amore. E ciò mi porta al motivo per cui ho scritto tutto questo.

Il mio problema più grande è il make-up: ho cominciato a truccarmi quando avevo tredici anni, e da allora non ho mai lasciato casa per un lasso di tempo considerevole senza trucco. Recentemente ho cominciato a realizzare che neanche sapevo com’era il mio aspetto senza trucco. Quando mi fossi tolta il trucco, non mi sarei sentita me stessa. E allora ho deciso di smettere di truccarmi, per il momento. Non è stato facile, ma il gioco (accettarmi come sono) valeva la candela 🙂

Volevo esporre questa parte delicata della mia storia perché è fin troppo facile nascondersi sui social media.

Certo è una ragazza giovane, ma già tanto matura: ci sono elementi che possono condizionare le sue scelte, ma il suo vantaggio è che da un lato sembra esserne ben avvertita e dall’altro (che poi è lo stesso) pare determinata a «prendere in mano la sua vita e farne un capolavoro». Esame della coscienza, preghiera, confessione e correzione fraterna, rifornimento sacramentale… Gabrielle Rose ci mostra nell’uso alcuni fondamentali della vita spirituale – e raccontando di sé, non facendo prediche –; tiene insieme l’assunto che #AllLivesMatter senza impegolarsi nella polemica (ne suona anzi così remoto il ricordo, mentre la si legge!); e con quel dinamico equilibrio di azione e di contemplazione ci permette di vedere riflessa in lei una delle facce più belle della Chiesa, sempre antica e tanto rinnovatrice, di cui tutti scopriamo di essere bisognosi. 

Con i migliori voti per la sua vocazione, qualunque essa sia.

Tags:
influencersocial mediavita monasticavocazione femminile
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