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Un miracolo piccolo e biondo di nome Laura

LAURA

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Dolors Massot - pubblicato il 24/06/20

Carmen Álvarez, community manager dell'edizione spagnola di Aleteia, racconta di aver rischiato la morte, quando era incinta di sua figlia

Ad Aleteia raccontiamo storie di fede e di speranza, di amore e solidarietà. Fa parte della nostra missione comunicare al mondo ciò che conta davvero. La storia che vi raccontiamo oggi, però, è molto speciale, perché l’abbiamo vissuta in prima persona nell’edizione spagnola di Aleteia.

“La gravidanza proseguiva normalmente. Ho dovuto mettermi un po’ a riposo, ma non c’era niente di particolare che ci facesse sospettare”, dice Carmen Álvarez. Lei e il marito, Luis Romeu, erano già genitori di 6 figli, il più grande dei quali di 12 anni.

“Eravamo appena usciti da una crisi matrimoniale”

Carmen e Luis avevano appena superato una crisi matrimoniale e si erano trasferiti a Torrent, nella zona di Valencia (Spagna). “Eravamo da qualche giorno nella casa nuova”. Il padre di Carmen era in ospedale per un’infezione dopo un intervento per rimuovere un cancro alla vescica.

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Era venerdì 7 maggio 2017. Carmen era quasi alla 23ma settimana di gestazione. “Ho sentito un forte dolore alla testa e al collo, e Luis mi ha portata al Pronto Soccorso”, ma poi sono tornati a casa.

All’ospedale in ambulanza

Il sabato il dolore è tornato, “e alle tre del pomeriggio non ce l’ho fatta più. Mi facevano male gli occhi e il collo, avevo la febbre alta, vomitavo. Pensavo che non potesse essere una contrattura muscolare”. Hanno chiamato il Pronto Soccorso, e Carmen è stata portata via in ambulanza. Lì è iniziato un lungo percorso di sofferenza e incertezza.

Raccontando la sua storia, Carmen si rende conto che la sua memoria non si adegua alla successione cronologica dei fatti: “Ricordo che un’infermiera è rimasta con me e mi ha trattata con immenso affetto. Mi ha detto ‘Non preoccuparti, non me ne vado da qui’, e ha trascorso molte ore con me, come un angelo”.

La diagnosi: meningite batterica

Nell’Hospital de la Fe di Valencia Carmen è stata portata in terapia intensiva. “All’inizio non ero consapevole della gravità della mia situazione”, ha confessato. La diagnosi era di meninigite batteria. La sua vita era in serio pericolo.

Il medico ha parlato la domenica pomeriggio con Luis, che ha impressa quella conversazione nella mente.

“Può essere che non passi la notte”

“Mi ha detto: ‘È molto grave, può essere che non passi la notte’. Io ho pensato che si riferisse alla bambina. Gli ho detto che avevamo già perso un bambino in precedenza, ma lui mi ha risposto serio: ‘Luis, non mi riferisco alla bambina’”.

“Non c’è problema, dottore, mi dica cosa succede”, ha detto Luis.

“Mi state facendo preoccupare”

Per il marito di Carmen si è presentata allora una domanda cruciale: “Come dirlo a lei? In quei momenti ti rendi conto che hai il dovere di aiutarla a prepararsi alla morte”.

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“Sono entrato nella stanza di Carmen accompagnato da mia cognata Inma e le ho detto: ‘Tesoro, è possibile che ti trovi davanti a Dio’. Fino a quel momento Carmen non era consapevole della gravità della sua situazione, e mi ha detto: ‘Mi state facendo preoccupare’”. “Lì mi sono resa conto di tutto”, ha riferito Carmen.

“Quando lo vedrai, parlagli di noi”, ha proseguito Luis. “Preparati”.

“Non riuscivo a recitare il Padre Nostro”

È quindi arrivato un sacerdote per amministrarle il sacramento dell’unzione dei malati. “Stavo così male che non riuscivo a recitare il Padre Nostro”, ricorda Carmen. “Allora ho detto: ‘Signore, non riesco a pregare, ma ti offro quello che sto soffrendo’”.

Quella notte interminabile

Luis ha trascorso tutta la notte accanto a lei. “Era piena di tubi, e c’era una macchina che mostrava l’ossigeno nel sangue. Ricordo che 90 era il limite, e lei era molto al di sotto. Pregavo continuamente che aumentasse”.

In quell’ospedale valenciano, la terapia intensiva è vicino alla terapia intensiva neonatale, alla sala d’attesa e alla cappella. “È venuta molta gente e siamo stati accompagnati tanto, anche da persone che sono rimaste a dormire nella sala”, ricorda Luis.

“Non l’ho vissuto con angoscia”

“Riconosco di non aver vissuto quei giorni con angoscia”, confessa Luis. “Pensandoci a posteriori, sono convinto di essere stato sostenuto dalla preghiera di tante persone, e per questo ero sereno. Andavo in cappella, ma non sentivo una presenza speciale di Dio dentro di me, mentre ho notato la Sua vicinanza nelle persone che mi circondavano, e questo era quello che mi faceva andare avanti. Non mi hanno mai lasciato solo”.

Per Carmen è stato fondamentale il sostegno della sorella maggiore Inma. “Fisicamente è stata quella che mi è stata più accanto. È sempre stata il mio baluardo, ma in quei giorni mi ha aiutata in modo straordinario”.

Preghiere da tutto il mondo

“In seguito ci siamo resi conto che c’è stata gente che ha pregato in molti Paesi”, hanno detto Carmen e Luis. “La richiesta di preghiera via Whatsapp e via telefono ha fatto il giro del mondo: India, America Latina…”

I colleghi di lavoro di Aleteia si collegavano ogni giorno per videoconferenza da vari Paesi per recitare insieme il Rosario per Carmen.

“Da tutto quello che ci è accaduto emergono due cose molto chiare: il potere della preghiera e la gente che ci ha accompagnato”.

Dieci giorni in terapia intensiva

Carmen non è morta quella notte come prevedeva il medico, né quella successiva o quella ancora dopo. È rimasta dieci giorni in terapia intensiva, alla quale ne sono seguiti altri quindici in reparto.

La coppia afferma che mentre Carmen era in terapia intensiva sono accadute altre cose straordinarie: “Avvengono miracoli accanto ad altri miracoli”.

L’azione di Dio

“La mia malattia è stata l’occasione per far sì che Dio agisse in altre persone”. Carmen racconta ad esempio che “si è presentato un sacerdote con cui praticamente non avevo rapporti, e mi ha detto che quando lo avevano chiamato perché pregasse per me era sul punto di abbandonare tutto, il suo sacerdozio, la sua vocazione… Dio si è servito di questo per toccare il suo cuore e ricordagli la sua missione nella vita. ‘Hai salvato il mio sacerdozio’, mi ha detto”.

“Ci sono state anche riconciliazioni, gente che non si parlava da anni e che ha recuperato il rapporto familiare o di amicizia”.

“Alcuni medici mi consigliavano di abortire”

Sono passati i giorni, e la meningite batterica è entrata in remissione. Il corpo di Carmen si stava riprendendo, e la sua gravidanza andava avanti. “Il giorno in cui ero di 23 settimane e 4 giorni sono entrata in travaglio. Mancavano tre giorni perché la mia bambina fosse legalmente protetta. Se le cose non fossero andate bene, sarebbe stata considerata solo materiale biologico”.

“Grazie a Dio il mio ginecologo lavorava nel Pronto Soccorso di quell’ospedale, e mentre io ero in terapia intensiva mi poteva seguire”, ha proseguito Carmen. “Per lui non è stato facile. Altri medici dell’ospedale consigliavano che abortissi, perché in quelle condizioni il feto avrebbe potuto nascere con molti problemi, e lui e un altro medico hanno dovuto difendere la vita della bambina in più di una riunione”.

“Il ginecologo si è fatto in quattro per me”

In una di quelle riunioni mediche, il ginecologo ha dovuto affrontare seriamente quanti sostenevano l’aborto: “Permettetele di essere madre”. “Si è fatto in quattro per me”, dice Carmen. Con dei farmaci si è poi riusciti a frenare il parto. Per il momento.

L’organizzazione familiare in quei giorni non era facile. “I 6 bambini erano divisi. Il più grande, Javi, che aveva 12 anni, ha subìto bullismo a scuola perché aveva molti fratelli”.

Camen è migliorata, e “alla fine ho potuto tornare a casa. Ero molto debole, ma sono riuscita a andare avanti altre 4 settimane”.

“La portiamo avanti”

Siamo arrivati a 27 settimane e 6 giorni. “Quella notte sono entrata in travaglio, e non c’è stato modo di frenarlo. Ho avuto molta paura che la bambina non ce la facesse”.

Carmen ringrazia ancora una volta che in quel momento una persona l’abbia accompagnata e le abbia detto quello che aveva bisogno di sentirsi dire: “Un pediatra dell’ospedale, che è del Cammino Neocatecumenale, mi ha detto: ‘Tranquilla, la portiamo avanti’”. Laura – Laurita, come la chiamano affettuosamente – stava arrivando.

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“È arivato il momento del parto e Laura è nata prematura. Ha emesso solo un lamento e poi ha smesso di respirare. È calato il silenzio, e su di lei si sono riversati molti medici e infermieri. La sala parto era piena. Hanno cercato rapidamente di rianimarla e l’hanno portata via. Non sono riuscita neanche a vederla”.

“Non ho potuto vedere la mia bambina”

“Ho trascorso quella notte in lacrime”, ricorda Carmen. “Fino a quel momento non avevo provato dolore, ma in quel momento è sato terribile, era il dolore accumulato nel fatto di non poter vedere la mia bambina”.

“Dopo qualche ora mi hanno portato una foto di Laura, e almeno ho potuto vederla”.

Il giorno dopo Carmen è stata accompagnata in sedia a rotelle alla terapia intensiva neonatale, e ancora una volta il suo ricordo va ai medici: “Mi trattavano con un affetto immenso, con grande umanità”.

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“Pesava quanto un pacco di riso”

Era il 16 giugno 2017. Contro ogni pronostico, Laura era nata e pesava 1,200 chili. “Pesava quanto un pacco di riso”, commenta il padre.

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Battesimo in terapia intensiva

Laura avrebbe dovuto trascorrere ancora un mese in terapia intensiva neonatale. “L’abbiamo battezzata lì. Abbiamo chiesto a un sacerdote nostro amico, ed è stato molto emozionante. Quando lo ricordiamo ridiamo di alcuni dettagli, come il fatto che portavamo l’acqua del Giordano ma messa in una boccetta di Bezoya (una marca spagnola molto diffusa)”.

Ora scherzano su questo aneddoto, come sul fatto che “l’olio usato dal sacerdote per dare l’unzione dei malati a Carmen era quello di una boccetta di olio La Española del bar dell’ospedale, perché il sacerdote non era potuto andare a prendere l’olio”, ricorda Luis. “Sono stati giorni in cui le cose più strane si sono affiancate a quelle più sublimi”.

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Sublime come il dettaglio di un sacerdote dei Cooperatori della Verità che in quel periodo andava in ospedale per sottoporsi a chemioterapia. “Ha saputo che Laurita era in terapia intensiva neonatale e ogni giorno passava a benedirla. Ci siamo resi conto in seguito che si stava sottoponendo a una cura”.

Laura significa vittoria

Perché l’hanno chiamata Laura? “Ci piaceva, ed era il nome di una mia amica italiana”, dice Carmen, “ma mia sorella Inma mi ha spiegato che il nome Laura si riferisce all’alloro della vittoria. Non poteva essere più appropriato”.

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Ogni giorno, da allora, è stato un piccolo passo avanti “che ci sembrava una grande vittoria per Laura: oggi ha fatto questo, oggi ha fatto per la prima volta quest’altro… Si ha molta paura e si prega, finché un giorno ci hanno detto che passavamo al box 3, la culla della terapia intensiva neonatale in cui non c’è incubatrice e non ci sono tubi”. Grazie a Dio!

“Siamo stati tre giorni in quel box”.

“Nella terapia intensiva neonatale abbiamo legato molto con le altre mamme, e continuiamo a tenerci in contatto con il gruppo di Whatsapp. Quell’esperienza unisce molto”, assicura Carmen.

Il 7 agosto 2017 la piccola Laura è uscita dall’ospedale tra le braccia della mamma.

Laura ha compiuto 3 anni

Sono passati tre anni, e a settembre Laura andrà all’asilo. “È molto allegra ed è la più sveglia di tutti”, commentano i genitori. “Quando Dio compie un miracolo lo fa completamente”, dice Carmen.

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Nei primi mesi a casa, Carmen e Luis confessano che continuavano a temere per come sarebbe evoluta la salute di Laura.

Visto a posteriori, quel periodo ha rappresentato “un grande salto di qualità nel nostro matrimonio e nella nostra famiglia. Dopo la crisi matrimoniale, tutto quello è stata la croce che sigillava la nostra unione”.

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“Dio ci ha parlato attraverso la gente che ci ha accompagnato”

“Il Signore”, dice Luis, “non si è manifestato come avremmo immaginato nei miracoli, ma ci ha parlato attraverso la gente che ci ha accompagnato. È stata un’azione molto tangibile: Dio che agisce attraverso le persone. È questa la lezione di vita che ho tratto da tutto questo”.

Ecco altre immagini di Laura:

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