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Annalisa e Marco: il nostro Elia non ha chiesto la grazia della guarigione ma la vita eterna!

ELIA SALVAGNO,

Elia Salvagno

Silvia Lucchetti - pubblicato il 20/06/20

L'intervista ai genitori di un bambino di 8 anni morto a causa di un raro tumore infantile, che ha affrontato il suo calvario con la certezza della resurrezione.

Ho “conosciuto” Elia perché sui social moltissime persone chiedevano insistentemente di pregare per un bambino malato, e il suo nome mi è rimasto impresso. Qualche giorno fa il mare della bacheca di facebook mi ha portato a riva l’immagine ricordo di un ragazzino con il viso allegro, pacifico: il suo sorriso di denti incisivi mi ha ricordato Fievel, il famoso topolino del cartone animato. Nella foto, sotto alla sua mano con le dita a “V” di vittoria, leggo “Elia Salvagno” e penso: è quell’Elia!

Così grazie a Maria Cristina ho contattato i genitori Annalisa e Marco, che mi hanno generosamente raccontato la storia della loro famiglia. Una testimonianza luminosa, sorprendente, santa, ma non sentimentale. Niente di più lontano. La storia di Elia, la scomparsa prematura di un bambino di 8 anni, al mondo appare una sconfitta, un non senso, ma ai cristiani ricorda il cuore della nostra fede: Cristo ha vinto la morte!

Cari Annalisa e Marco, ci parlate di voi e della vostra famiglia?

Annalisa: Ho 45 anni e sono sposata con Marco dal 2005. Abbiamo cinque figli qui, e tre in cielo. Due bambini li abbiamo persi durante le prime settimane di gestazione, mentre Elia è morto a marzo. Facciamo parte del Cammino Neocatecumenale, io dal 2000, mio marito da qualche anno prima. Isacco ha 13 anni, Maria 11, Stella 9, Elia ne aveva 8, Davide 6, Noè 11 mesi.

Marco: Abbiamo voluto chiamarlo Noè perché Noè è l’immagine di Dio che provvede in un momento di fatica, sofferenza, tempesta, dove tutto il mondo sembra che stia crollando, scegliendo un uomo: Noè, per proteggere e far rinascere. Quindi ci piaceva quest’immagine per la nostra famiglia, perché eravamo ancora in mezzo a questo diluvio, la malattia di Elia, e ci piaceva avere quest’idea del Signore che anche nella burrasca ha sempre un progetto per noi e provvede alla nostra vita.

Cosa è successo ad Elia?

Annalisa: Elia si è ammalato a due anni quando Davide aveva 8 mesi. È nato sano, è sempre stato bene, ma a un certo punto ha iniziato ad avere dolore all’orecchio, le ghiandole del collo si sono infiammate, ed è comparso un rigonfiamento alla gola. La pediatra si è accorta che c’era qualcosa che non andava, e così abbiamo iniziato a fare degli esami di controllo. Mi hanno inizialmente rassicurata dicendomi che dall’ecografia al collo non si vedeva nulla, però io mi sentivo dentro una strana inquietudine, e così abbiamo approfondito privatamente. La specialista a cui ci siamo affidati si è adoperata subito per farci ricoverare perché si è accorta che c’era qualcosa di grave. Lì è iniziato il calvario. Ad Elia è stato diagnosticato un rabdomiosarcoma, un tumore molto raro che colpisce i bambini. Abbiamo fatto 9 cicli di chemioterapia, 28 sedute di radioterapia, 2 biopsie, e infine siamo arrivati all’operazione. Dopo l’intervento è stato bene per due anni, ma poi si è riammalato.

Come avete affrontato la malattia di Elia, e come l’ha vissuta lui?

Annalisa: La prima volta che si è ammalato abbiamo deciso di prendere in affitto l’appartamento sotto il nostro. Io ed Elia ci siamo trasferiti lì perché essendo immunodepresso non doveva prendere infezioni: quel periodo è stato difficile. La seconda volta, in cui siamo dovuti stare a Roma per quasi due mesi, abbiamo lasciato gli altri bambini a casa dai nonni. Ci hanno aiutato i fratelli di comunità, le madrine, gli amici, i parenti. Tante persone ci hanno dato una mano, ci hanno voluto bene e volevano bene ad Elia. Il Bambin Gesù si è rivelato un ospedale fantastico. Dopo la terapia per la recidiva al polmone credevamo stesse bene, ed invece dopo due anni ha avuto una seconda ricaduta. A Verona i medici, dopo i controlli, sono stati subito negativi, e quando lo abbiamo nuovamente ricoverato a Roma era ormai pieno di metastasi. Ma Elia nonostante tutto stava bene, tanto che la settimana in cui ha effettuato la tac era andato in gita. Non stava male neppure quando faceva le chemio, per cui il pomeriggio andavamo al parco giochi. Aveva una vitalità, una forza incredibili. Grazie ai fratelli che hanno fatto un grande gioco di squadra è sempre stato in compagnia. Era un bambino molto estroverso, solare, allegro.

Marco: Aveva uno spirito bello, molto positivo, molto combattivo: era un bambino forte, non si lasciava abbattere. Sapeva di essere malato e diceva: “sono stato malato tante volte, passerà anche questa”. L’ultima volta mi ha detto: “ma papà, mi capitano sempre tutte a me! Alla fine sai cosa farò io? farò il patrono degli ammalati“. Si era messo a scrivere un libro di barzellette, era un tipo originale, allegro, le sue risposte ci stupivano.




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Come è evoluta la malattia di Elia?

Annalisa: Fino a novembre è stato abbastanza bene, a dicembre invece ha cominciato a fare fatica, ad avere difficoltà e non camminava più. Per i dolori alla schiena non riusciva a stare nemmeno seduto, ed era costretto a rimanere semisdraiato.

Marco: Era un bambino che aveva tanta fede. A gennaio eravamo a casa ed è venuto a farci visita un frate francescano nostro amico, Fra Massimo, che segue le comunità del Movimento dello Spirito a Milano. Ci eravamo conosciuti a Roma quando Elia era ricoverato; dopo abbiamo continuato a sentirci, e lui ci diceva che le comunità di Milano pregavamo tantissimo per Elia. È venuto a trovarci perché avevamo fatto una novena pregando tutti insieme, e alla fine c’era da chiedere al Signore una grazia: noi credevamo dovesse essere quella della guarigione. Ma quando Fra Massimo si è avvicinato ad Elia e gli ha detto: Ascolta Elia, qual è la cosa più importante che vuoi chiedere a Gesù in questo momento? Lui ci ha lasciato tutti senza fiato perchè ha risposto: “la vita eterna”. Io ho pensato: “non è possibile”.

Annalisa: io invece ho detto: “nooo!”, mi sono scandalizzata e gli ho subito ribattuto: “Elia scusami, ma come, tu dovevi chiedere la guarigione. Siamo qui a chiedere che tu guarisca!”. E lui mi ha risposto: “ma mamma, tutti pregano per la guarigione, noi dobbiamo chiedere le cose importanti, la vita eterna”. Siamo rimasti tutti senza parole. Quando il frate è andato via gli ho domandato: “chi ti ha detto questa cosa?”. Poiché si stava preparando per ricevere la Prima Comunione e accostarsi alla Cresima – che poi per suo grande desiderio ha fatto entrambe il 6 gennaio in anticipo – ho creduto potesse averlo sentito lì. E lui mi ha risposto: “Ti ho stupito mamma che ho chiesto questa cosa?”. Ed io: “sì, amore”. E Lui: “io lo sapevo da me”. E pensare che gli avevo sempre insegnato di pregare per chiedere la guarigione. Non so a quante persone ed enti religiosi avevo chiesto di pregare per questo: suore, sacerdoti, monasteri, comunità, conventi, famiglie, gruppi. C’era un movimento grandissimo di preghiera per la sua guarigione. E il Signore ha ascoltato la preghiera, ma quella di Elia.

Da dove traeva Elia tutta questa fede?

Marco: noi gli avevamo trasmesso la fede per come eravamo capaci, però ad un certo punto ho capito che c’era il Signore che stava operando in lui direttamente. Noi gli abbiamo dato quello che potevamo, coraggio umano e affidamento a Dio, ma poi Gesù ha cominciato a parlargli direttamente. Un altro episodio bello è stato quando ha fatto la confessione, perché abbiamo deciso di anticipare i sacramenti su suggerimento del nostro padre spirituale. Quando è venuto qui per la confessione il giovane sacerdote che ora è missionario in Tanzania, Elia si è messa a cantare il ritornello della canzone del cartone Giuseppe re dei sogni: “Tu vedi più lontano di me”. Giuseppe abbandonato da tutti, è in prigione e canta. E così Elia mentre si preparava per fare la sua confessione, ripeteva: “Tu (che sarebbe Dio) vedi più lontano di me”. Io sono andato in cucina perché mi è venuto da piangere.

Annalisa: il 6 gennaio Elia ha fatto la prima comunione e la cresima, e senza che dicessimo nulla la Chiesa era piena di persone: si era sparsa la voce. Avevano preparato anche un rinfresco. Elia quel giorno stava male, non mangiava da tre giorni: acetone, mal di testa, debolezza. Dopo la celebrazione gli ho detto “andiamo a casa”, ma lui mi ha risposto: “no mamma, è una festa e ci voglio andare”. La Comunione è stata veramente una grazia perché da quel giorno hanno cominciato a portarci l’Eucaristia a casa, tre volte alla settimana. Elia in quel momento lì era in combattimento spirituale, mi diceva: “mamma, certe volte quando sono a letto sento una voce che mi parla contro Gesù”. Ed io gli dicevo: “è una tentazione, quando ti succede questa cosa qui devi dire l’Ave Maria, dobbiamo pregare più forte”. Un po’ di tempo dopo siamo andati a trovare delle suore di clausura e lì c’era don Maurizio, un sacerdote esorcista, che ha pregato tanto per Elia che dopo quell’incontro non ha più sentito quelle voci. Pregava anche da solo, spesso era come incantato, e se io gli dicevo: “Elia tutto bene?”, rispondeva:”Sì, mamma. Sto parlando con Gesù”. E aggiungeva: “mamma, quando ricevo la Comunione riesco davvero a parlare cuore a cuore con Gesù”. Tutti pensieri che venivano da lui che non aveva ancora otto anni. Dopo aver fatto la Prima Comunione sembrava stesse meglio, si è rimesso in piedi e appoggiandosi a Marco riusciva a fare qualche passo, era contento e diceva: “io preferisco Gesù come dottore, mamma”. Noi abbiamo chiesto il miracolo fino alla fine.


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Come sono stati gli ultimi momenti con Elia?

Annalisa: Poi con la pandemia dal 25 di febbraio ci siamo chiusi in casa perché Elia era debole. Non aveva troppi dolori, prendeva la tachipirina solo qualche volta, anche se ci dicevano che ad un certo punto sarebbe stato molto male, che la situazione sarebbe diventata ingestibile: allora noi eravamo lì che aspettavamo quel momento. Questo non è successo, è stata un’altra grazia. Elia era molto stanco, dormiva tanto, non stava bene. Gli altri fratelli avevano gli impegni della didattica a distanza, non era facile gestire la situazione chiusi in casa. Alla fine mi è venuta un’illuminazione: noi conosciamo un’associazione che si chiama Betania – dove c’è una dottoressa che fa volontariato – che ha una comunità di accoglienza in cui ci sono gli alloggi, il parco giochi, gli animali. Allora, per far cambiare aria ad Elia e farlo svagare, ho telefonato alla responsabile chiedendo se poteva ospitarci per un po’: ci ha risposto subito di sì. E quindi io e lui siamo andati là: era il 22 marzo, la settimana prima che morisse. Quella settimana è stata bellissima e provvidenziale: Elia,che qualche volta la notte prendeva la tachipirina, lì non ne ha avuto più bisogno. Mai. Dormiva tanto, era stanco, aveva poco appetito, però non ha mai avuto male. Guardavamo i cartoni, ascoltavamo gli uccellini che cantavano, l’ho messo sulla sedia a rotelle e gli ho fatto fare un giretto lì fuori. Riceveva la visita del sacerdote, prendeva la comunione. Il 25 ha avuto una leggera crisi respiratoria per cui ho chiamato Marco e gli ho detto: “non vedo bene Elia, vieni a trovarlo”. Quindi ci siamo accordati affinchè lui venisse la domenica mentre io tornavo a casa con i bambini. Marco è arrivato il 29 pomeriggio, Elia aveva fatto il bagnetto: era sistemato, profumato, letto pulito, pigiamino pulito e alle nove di sera è morto. Io ero a casa con i fratelli e Marco era lì con lui. Quando è morto io l’ho avvertito, ero qui a casa ed ho sentito ad un certo punto una leggerezza e una pace incredibili. Dopo mezz’ora mi ha telefonato Marco dicendomi che Elia era peggiorato e che ci sarebbero venuti a prendere. Ho messo giù il telefono, ho parlato con i bambini dicendo loro: “guardate, Elia sta male, ha detto papà che è peggiorato, io penso che sia già in Cielo”. Mi sentivo così. Ci sono venuti a prendere con l’ambulanza perché non si poteva andare in giro per via del lockdown. Quando siamo arrivati Marco mi ha detto che Elia era morto. Durante il viaggio avevamo recitato il rosario con i bambini.

Marco: la cosa incredibile è che il 29 marzo, quando Elia è morto, il Vangelo del giorno era quello della resurrezione di Lazzaro. Gesù che va a Betania, e noi ci trovavamo presso l’associazione Betania. Come se Cristo fosse venuto a prenderlo. Una cosa particolare che è successa quando è morto Elia è che io avevo una sveglia impostata sul telefono alle 21.00, perché tutte le sere facciamo il rosario con i figli. Come sveglia avevo messo l’Ave Maria di Schubert: quando Elia stava morendo le note sono partite, è una cosa che ho sentito solo io, mi è venuta la pelle d’oca.

Annalisa: lo abbiamo tenuto lì, abbiamo fatto la camera ardente lì; la comunità ci ha invitato a restare con i figli, offrendoci da dormire e così fare tutto con serenità. Il sacerdote ha benedetto Elia e abbiamo potuto fare il funerale, solo noi 7 ovviamente. Ed è stato possibile solo perché il sacerdote abita lì, e c’è la chiesetta all’interno dell’associazione. È stata una grazia anche questa. Perché se noi fossimo restati a casa non avremmo potuto fare nulla di tutto ciò. Invece presso l’associazione siamo rimasti due mesi, perché si poteva partecipare alla messa ogni giorno, prendere la comunione, e i bambini hanno trovato degli amici con cui giocare e stare all’aria aperta. È stata una carezza di Dio…

Cosa vi consola in questo momento di grande dolore?

Marco: I nostri figli hanno capito che Elia non è morto, ma che ci precede in Cielo con Gesù in Paradiso e un giorno lo incontreremo. Elia ha fatto avvicinare a Dio tante persone, molti hanno pregato per lui, riscoprendo così un dialogo con il Signore: alla fine io credo che questa sofferenza terribile abbia un senso. Mio figlio ci invita a guardare al cielo, ad avere fiducia in Dio.

Annalisa: Voglio che Elia sia uno strumento di evangelizzazione, che la sua sofferenza, la sua malattia, apra al Cielo, anche se solo una persona legge la frase sul ricordino di Elia e dice: “l’ha pensata un bambino di 8 anni, il Signore lo ha illuminato, può farlo anche con me”. È una meraviglia. Poi nella foto con la mano fa la “V” di vittoria, la vittoria sulla morte, come quando Gesù resuscita Lazzaro. A me la sofferenza non viene tolta, perché lui mi manca tantissimo, però scelgo di essere più grata che triste. Sono più grata di aver avuto Elia che triste perché non c’è più.


VANESSA GUIDO

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