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Raffaele, prof non vedente di Roma: la didattica a distanza non mi ha sconfitto

MAN, CLOSED EYES
Drop of Light | Shutterstock
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«Non siamo insieme in classe ma almeno possiamo vederci sullo schermo», era il ritornello sulla scuola online. Per questo insegnante romano è stata una sfida quasi impossibile, ma oggi è fiero di assistere alla maturità dei suoi studenti.

Sulla didattica a distanza abbiamo detto e letto di tutto e di più; ringraziata per il servizio che ha reso in questi mesi e anche molto detestata, soprattutto, da noi genitori trasformati in factotum tra connessioni video e ripasso di morfologia, sintassi, tabelline e regimi totalitari. La scuola ai tempi del Covid19 ci ha però offerto lo spunto per parlare di cosa significhi «educare in presenza»; improvvisamente è di nuovo balzato agli occhi il tema del rapporto tra maestro e alunno, il valore delle relazioni mentre si trasmette un contenuto. Abbiamo applaudito l’entusiasmo di figure educative carismatiche, penso ai bravissimi D’Avenia e Nembrini. Ci ricorderemo di questi discorsi? Sarà una consapevolezza che si depositerà nella coscienza?

Ora gli studenti più grandi sono alle prese con la maturità e anche su questo si rischia di sprecare fiumi di inchiostro di pura retorica. Una testimonianza letta oggi sul Corriere mi ha catapultato dal regno dei buoni propositi alla realtà, quel posto dove l’intraprendenza personale stupisce e crea sentieri unici.

La giornalista Erica Dellapasqua ha intervistato Raffaele Panebianco, insegnante all’Istituto tecnico per il turismo Leonardo Da Vinci di Roma, che è non vedente fin da bambino.

L’effetto di queste parole è stato quello della doccia fredda, un punto di vista che capovolge ciò che si dà per scontato. Se sono stati tanti i docenti a lamentarsi dei grossi limiti di un’educazione fatta online, lui forse aveva tutte le carte in regola per mollare la presa ed essere pienamente giustificato nel tirarsi indietro. Non lo ha fatto. Panebianco si è destreggiato con Meet e Zoom e ora sta assistendo a tutti gli esami dei suoi alunni; sarebbe a tiro della pensione, ma non gli è servita come scusa per concedersi il meritato riposo. Ho ripensato innanzitutto alla frase sentita tante volte in questi mesi: «Non si può essere insieme in classe ma almeno possiamo vederci sullo schermo».

Connessioni limitate

Siamo consapevoli che tutte le esperienze che facciamo attraverso la virtualità di uno schermo sono prive di 3 sensi su 5: niente tatto, olfatto e gusto; solo vista e udito. Perciò la logica dello schermo punta tutto sugli occhi, lo sappiamo anche noi che di mestiere diffondiamo contenuti online. Puntare tutto sull’immagine, cercare la potenza evocativa dei volti, scommettere sulla suggestione dei colori caldi – questo il mantra quotidiano. Catapultare la scuola in un contesto in cui tre sensi su cinque sono esclusi è una sfida educativa vertiginosa.

La maggioranza degli insegnanti ha sudato per ovviare a tante mancanze tecniche e organizzative; e in molti raccontano che il senso di tutta la fatica fatta era tesa alla necessità di fare tutto pur di catturare uno scambio di sguardi coi ragazzi anche dietro una telecamera. Possiamo perciò intuire che il professor Raffaele Panebianco abbia vissuto la didattica a distanza come un ostacolo proibitivo, insuperabile:

«Non lo nego, in questi mesi ho avuto momenti di grande sconforto – ricorda ancora il professore -. In classe, anche se non posso vedere i ragazzi, posso sentirli, ascoltare e percepire delle reazioni anche dai movimenti o dal tono di voce. Tramite uno schermo, invece, è tutto più difficile: non riuscire neanche sentire bene, non sapere chi è presente, con la connessione che va e viene, senza un ritorno immediato, davvero una dura prova. Io prima usavo il pc solo per leggere, o redigere delle verifiche, insomma qualcosa di molto residuale rispetto ad adesso». (da Corriere)

PUSTA KLASA
Feliphe Schiaroli/Unsplash | CC0

A lui è rimasto solo l’udito come canale di rapporto coi suoi ragazzi connessi via web e i microfoni non rendono giustizia alle sfumature di tono in cui così tante volte si cela la sostanza non detta di un discorso, di una risposta, di un saluto. Il rischio era quello di perdere ogni briciolo di contatto, ma la sfida restava quella di credere possibile che la connessione si può costruire senza bande larghe o fibre ottiche e anche senza vedersi … semplicemente essendo presenti, sul serio.

Il signor Panebianco è cieco dall’età di 9 anni, a causa di un incidente avvenuto maneggiando un residuato bellico scambiato per un gioco. Con la superficialità di chi non ha vissuto una tragedia del genere, posso solo immaginare che crescendo questa persona abbia ricostruito da capo il suo legame col mondo supplendo all’assenza degli occhi; il limite è capace di innescare la scoperta di molte risorse «dormienti». Questo insegnante di Roma non si è lasciato vincere dalla fatica e dalle obiezioni che la sua condizione gli ha imposto:

Diplomato al classico, poi l’università, ha preso due lauree, in Scienze politiche e Lettere. Fuori dalla scuola, è diventato anche un maratoneta paraolimpico quindi ecco: la forza di volontà, certo, non gli manca. (Ibid)

Neppure il Covid lo ha fermato, confessa. E questo riporta l’attenzione su un altro tema che è emerso in questi mesi: chi ha un’esperienza personale di fragilità può diventare una risorsa nei momenti di crisi, perché ha già sviluppato molti anticorpi buoni agli urti improvvisi che la realtà ci butta addosso. Me lo ricordava Massimiliano Sechi. Per Panebianco essere insegnante era già una corsa a ostacoli in condizioni di didattica normale, a lui credo fosse già perfettamente chiaro che il rapporto che si costruisce con gli studenti è un fattore decisivo nella trasmissione del sapere. E costruirlo non è una faccenda di sorrisi e battutine. Riuscire a conquistare il cuore – inteso come centro vivo di desiderio e attenzione – di un adolescente senza guardarlo negli occhi, senza vedere le sue espressioni immagino gli abbia richiesto anni di tentativi e sforzi. I suoi muscoli della mente erano già belli allenati sulla sfida del costruire relazioni, quando è arrivata l’incognita della didattica a distanza.

Una scelta di maturità

Finalmente con l’esame di maturità è ritornata la presenza in classe, con tutte le forme limitate del caso. Poteva essere una buona occasione per il professore di essere accanto agli alunni, ma ha preferito di no. E anche in questo c’è una piccola lezione per i suoi ragazzi: si è reso conto che la sua disabilità (e la necessità di avere accanto un accompagnatore) avrebbe complicato la gestione dell’esame, allora ha preferito seguire tutti gli orali da casa in videochiamata. Parliamo di sessioni che cominciano di prima mattina e finiscono a pomeriggio inoltrato, un vero tour de force anche a distanza. Forse molti davano per scontata la sua assenza, anche perché è prossimo alla pensione, perciò molti studenti sono stati stupiti di vederlo assistere alle loro prove.

Primary school
Philippe Lissac / Godong

La radice che nutre l’educazione è una presenza, cioè quel tipo di attenzione e premura che mette al centro l’altro e perciò può anche fare un passo indietro pur di essere davvero accanto. Non è vero che servono per forza insegnanti dalle competenze documentate da chissà quanti corsi di aggiornamenti e non è vero che i ragazzi si conquistano solo con i fuochi artificiali di un’empatia e retorica fuori dal comune. Servono persone disposte a donare la propria umanità in tutto e per tutto, anche Non sto dicendo che si può essere superficiali o che il professore in questione abbia scarse qualità; dico che i ragazzi hanno la una calamita speciale, riconoscono chi autenticamente si dona loro così com’è e – anche studiando chimica – chiedono innanzitutto di sentirsi oggetto di interesse premuroso di chi li educa. Tutti i limiti oggettivi che ogni essere umano può avere o incontrare non precludono gli incontri che segnano la strada, il destino, le vocazioni.

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