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Partorisce all'alba, poche ore dopo si laurea con 110 e lode: complimenti Elisa!

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Annalisa Teggi - pubblicato il 18/06/20

È accaduto pochi giorni fa a Udine alla 29 enne Elisa Floreani, che ha dato alla luce Riccardo. E così, senza scomodare l'etichetta di «super mamma», tante altre madri trovano risorse inaspettate dentro gli imprevisti quotidiani.

Dopo una notte di travaglio, alle 5 di mattina è nato Riccardo e nel primo pomeriggio dello stesso giorno la sua mamma ha discusso la tesi di laurea dal letto di ospedale.

È accaduto l’11 giugno in provincia di Udine e ne è protagonista la 29enne Elisa Floreani, la cui doppia impresa ha attirato l’attenzione dei giornali. Come se non bastasse ha ottenuto un bel 110 e lode in Scienze della Formazione; come se non bastasse si è trattato della sua seconda laurea, la prima era in Economia aziendale. Ha dichiarato:

È  stato un giorno memorabile. Dopo la nascita di Riccardo mentalmente avevo già rinunciato alla laurea. Devo ringraziare tutto il reparto che mi ha incoraggiato e preparato. (da Corriere)

Al suo fianco il marito e neopapà Alessandro, immaginiamo che anche la sua presenza non sia stata affatto marginale. L’esperienza maturata con la didattica a distanza ha permesso all’Ateneo di Udine di offrire a Elisa gli strumenti per discutere in streaming il suo elaborato dalla stanza di ospedale in cui si trovava.




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Super mamme, anche no

Ho provato a contattare Elisa, se mi avesse risposto mi sarei stupita. Probabilmente mi ha semplicemente ignorata, perché sono una sconosciuta, ma interpreto questo silenzio in modo positivo. Fatto quel che andava fatto, spero si sia concessa il lusso di ascoltare la sua stanchezza e il silenzio per godersi lo stupore di guardare negli occhi suo figlio. Sono sincera, e dico che non mi ha stupito eccessivamente il fatto che questa neo-mamma sia riuscita a discutere la tesi a poche ore di distanza dal travaglio. Chi ha partorito sa quanto il corpo femminile stupisca in quel contesto unico: dopo ore di indicibile fatica, appena il bambino nasce, si assiste a un forte picco di energie incredibili. Le ostetriche che mi hanno seguito nel corso delle mie gravidanze ricordavano sempre che questa reazione corporea risale all’epoca primitiva in cui la difesa del neonato dipendeva dall’allerta della mamma.

A seguito di questo picco energetico c’è poi una fase depressiva, che nulla ha a che vedere col patologico. Fatto quel che andava fatto, il corpo cede. Per raccontare con completezza la storia di Elisa sarebbe bello raccontare anche questa parte del suo ritratto, la stanchezza senza ritegno dopo lo sforzo. Raccontare la maternità in termini di superpoteri è un grosso abbaglio. Buona parte della forza materna scaturisce proprio dal maturare una grande consapevolezza sui propri limiti. In questo senso, dà un po’ fastidio incrociare l’etichetta «super mamma» sui giornali. Francamente ci siamo stufate di sentirci dire che le mamme sono capaci di fare «un mucchio di cose insieme». Non abbiamo nessun cassetto speciale con una scorta di energie illimitate, non c’è il bottone dell’entusiasmo che sprizza qualità multitasking da tutti i pori. Non credo che Elisa si senta dotata di superpoteri, ha fatto un tuffo nella sfida quotidiana che è la maternità.

Il travaglio è arrivato nel momento giusto per il bambino, non quando la mamma lo desiderava come opportuno. Magari avrebbe immaginato di discutere la tesi col pancione e poi dedicarsi alla nascita imminente. L’imprevisto l’ha catapultata in quella evidenza – che poi diventa quotidiana – per cui ci tocca fare le cose non nel modo ordinato e lento in cui le avremmo immaginate e volute scandire. L’irruenza di una vita nuova di zecca ha insegnato a tante di noi che la parola «pianificazione» precipita tra quelle meno usate; al suo posto, con sudore e fatica, guadagnano terreno i «tentativi» e le «risorse inaspettate». Siamo super per questo? No, non siamo sopra nulla, anzi siamo più dentro – a capofitto, col fiatone – l’accadere e il fare.

Dall’economia all’educazione

Un altro tassello della storia di Elisa Floreani mi colpisce. Alla prima laurea in Economia aziendale è seguito un cambiamento di rotta nel suo percorso lavorativo e ha deciso di dedicarsi all’educazione: il titolo della tesi che ha discusso a poche ore dalla nascita di Riccardo è “La mindfulness in ambito educativo”. Questa mindfullness è una parola assai di moda e sembra la mecca di una rinnovata consapevolezza interiore, da trovare magari grazie a strane pratiche di meditazione. Letteralmente significa «pienezza della mente» e questo fa sorridere, perché di solito la mia mente è molto piena di pensieri ma non è affatto in pace e consapevole.

Elisa è passata del mondo dell’economia al mondo dell’educazione. Mi fa pensare a quanto sia necessario passare dalla logica dei calcoli allo stupore delle presenze. La consapevolezza che matura una madre ha a che fare anche con questo salto. Di cosa si riempie la mia testa? Cosa la opprime e cosa invece le dà pienezza?

Una certa narrazione femminile distorta sarebbe pronta a esaltare l’impresa di Elisa per corroborare l’idea che una madre non deve rinunciare alle proprie ambizioni, e giù con le filippiche sul «volere è potere». Certo, la maternità non è una prigione che ci aliena dal resto delle altre preferenze e aspettative che abbiamo. Ma il punto non è riempirsi di qualifiche, capacità e talenti per essere soddifatte. Soddisfatte poi di cosa? Di quella soddisfazione iperattiva che cerca su Google mille metodi per recuperare la pace interiore?

Non nutriamo il modello astratto di una donna sempre all’altezza-e-oltre dell’ideale di un’intrapredenza a tutti i costi. Nutriamoci invece quei momenti di discernimento che nascono dalle tante sconfitte quotidiane, che ci interrogano ma non ci schiacciano. È lì la vera educazione sempre in corso. È lì che matura il bisogno di una pienezza che non sia una lista sovrabbondante di traguardi. La consapevolezza più buona molto spesso è una domanda aperta e non del tutto risolta: cosa sono pronta ad accogliere domani?

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