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Dopo la pandemia, 5 parole per ricominciare: Risurrezione

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Durante la pandemia, la paura di tutte le paure si è affacciata sulle nostre vite: la paura di morire. Il potenziale rischio del contagio e la malattia così come si è presentata specialmente nella prima fase e per una certa fascia di persone, ci hanno messo dinanzi alla consapevolezza di non avere il controllo della vita, ci hanno travolto in una spirale di ansie generali e ci hanno messo a contatto con la parte più vulnerabile di noi.

Anche questo fa tutto sommato bene: non sentirsi invincibili è una grande conquista della vita e un grande guadagno in umanità. Non ruotiamo più intorno ai nostri deliri di onnipotenza e accogliamo serenamente la nostra fragilità. Il “ricordati che devi morire” del cristianesimo, in fondo serviva a questo: a porre l’uomo dinanzi alla sua verità di creatura che non è in pianta stabile su questa terra, ma si muove verso l’incontro con Dio sua meta eterna e, nell’attesa di questo abbraccio, cammina con desiderio e impegno verso di Lui. Un ricordo che, così, diventa anche un monito.

Tuttavia, bisogna anche essere onesti nel dire che, spesso, il canto funebre ha avuto la meglio sulla danza della gioia anche nel cristianesimo e, in parte, è ancora così anche nelle nostre Chiese. Nel cristianesimo, invece, a essere centrale non è la morte, ma la risurrezione. Non è il peccato, ma la grazia. E se siamo chiamato a morire per amore è solo perché crediamo fermamente, sulla Parola e a partire dalla vita di Gesù, che il chicco di grano che muore porta frutto e chi perde la propria vita vive per sempre.

La quinta e ultima parola del nostro percorso, allora, è Risurrezione. Qui ci riferiamo subito non tanto e non solo alla risurrezione di Gesù, quanto alla promessa che Egli ci ha fatto di risorgere con Lui. E – altra importante precisazione che spesso noi cristiani dimentichiamo – non ci riferiamo solo alla risurrezione finale che avverrà nel momento della nostra morte e poi alla fine dei tempi, ma all’essere già risorti con Cristo qui e ora, nel bel mezzo delle vicende talvolta oscure della vita e nell’odore di morte che segna spesso le situazioni della nostra storia. Dentro questo cammino, noi tutti portiamo dentro l’anelito dell’infinito, la nostalgia di una vita piena, un seme di risurrezione oltre ogni morte che da sempre portiamo nel cuore essendo stati creati a immagine del Cristo.

E, così, anche in questo tempo di pandemia, la risurrezione che ci segna e in cui crediamo per fede, ci sospinge a ricominciare la nostra vita, le nostre attività lavorative e la nostra vita sociale in un modo nuovo. Abbiamo bisogno di una rinascita interiore, morale, culturale e sociale, oltre che spirituale.

Se i mesi più difficili della pandemia e del lockdown hanno in qualche modo rappresentato un essere “chiusi nella tomba”, esposti alla fragilità e al rischio e sballottati dalla paura, questo ricominciare della vita sociale può avere il sapore di una vera e propria risurrezione; in fondo, scendendo nella tomba e toccando con mano la fragilità e il rischio della morte, lasciamo andare molte cose di noi e del nostro mondo che ci accorgiamo non essere così necessarie e importanti. Qualcosa, come sempre nella nostra vita, muore per lasciare spazio a nuove creazioni o possibilità.

La cosa più importante nella vita, infatti, è non rimanere a giacere nella tomba per troppo tempo. Anche Gesù si ferma nella tomba, ma il suo è solo un passaggio – per l’appunto la Pasqua – di tre giorni. Anche noi spesso giacciamo nel sepolcro della nostra paura, della nostra rassegnazione o autocommiserazione. Ciò che ci trattiene nella tomba sono anche le nostre attese esagerate nei confronti della vita, il nostro perfezionismo, la paura della sconfitta, il giudizio severo verso noi stessi, le nostre fragilità che forse in questa pandemia si sono perfino ingrandite e palesate. Tuttavia, il Cristo che risorge dalla morte spezzando le catene del sepolcro e uscendo dalla tomba, ci incoraggia a chiederci: che cosa posso lasciare morire dopo questa pandemia? Cosa posso lasciare andare? Cosa può riprendere e ricominciare in modo totalmente nuovo? Quale macigno posso spostare? Quale rigidità? Cosa posso fare con i miei fallimenti, le delusioni, gli insuccessi, le ferite? Posso farne una nuova opportunità per ricominciare? Dovremmo deporre tutto questo nella tomba e lasciarcelo, permettere che Cristo Risorto lo guarisca.

Nel Vangelo, Gesù anticipa la sua risurrezione compiendo dei gesti straordinari nei confronti di chi è toccato dalla morte. Un giorno, nella città di Nain, si commuove profondamente nel vedere un corteo funebre che accompagna la bara di un giovane ragazzo, figlio di una donna vedova: storia familiare di dolore e di morte.

L’evangelista Luca offre una pennellata splendida nel raccontare il brano: egli descrive l’incontro di due processioni, cioè l’incontro tra la morte e la vita; si incontrano infatti due cortei, nei pressi della porta della città: uno è quello dei discepoli e di una folla che segue Gesù, il Dio della vita che sta annunciando l’esplosione della vita cioè il Regno di Dio; l’altro, invece, è il corteo della morte, un gruppo di persone che sta seguendo un feretro e sta uscendo dalla città per raggiungere il cimitero. La processione della morte e la processione della vita.

Questa è anche un’immagine della nostra vita. Questi due cortei si scontrano dentro di noi e li vediamo fronteggiarsi continuamente anche nella nostra società. Tutti noi, a volte entriamo nella pienezza della vita così come Gesù entra in questa città, altre volte siamo e ci sentiamo nella tomba.
Oggi, in questo dopo pandemia, potremmo fare prevalere il corteo funebre, il lamento per le cose che non vanno, la rassegnazione e l’apatia verso ciò che ci aspetta per ricostruire il futuro; oppure possiamo permettere al Cristo di toccare la nostra bara, di rialzarci, di darci uno sguardo nuovo sulla vita e di ricominciare con uno spirito nuovo.

Gesù comanda al giovinetto: “Alzati”. Torna alla vita! Questo è il verbo della risurrezione e può diventare la parola del dopo-pandemia: alzati, non restare nel sonno, non essere pigro, non essere privo di speranza, non smettere di lottare. Sogna, lotta e spera.

Auguri di buona rinascita e di risurrezione!

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Dehoniane

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Francesco Cosentino, sacerdote calabrese, è docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana e officiale della Congregazione per il clero. Tra le sue pubblicazioni recenti: Immaginare Dio. Provocazioni postmoderne al cristianesimo (Cittadella, 2010); Il Dio in cammino. La rivelazione di Dio tra dono e chiamata (Tau, 2011); Sui sentieri di Dio. Mappe della nuova evangelizzazione (San Paolo, 2012); Incredulità (Cittadella, 2017).

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