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Coppia: contemplare la nudità dell’altro senza vergogna e senza concupiscenza

COUPLE, BED, LOVE

fotosparrow | Shutterstock

Paul Habsburg - pubblicato il 18/06/20

Dopo qualche anno di matrimonio, numerose coppie confessano che la loro vita intima diventa vuota, che manca di senso. Alcuni mi dicono che non è facile accogliere lo sguardo dell’altro sulla propria nudità. In effetti, come contemplare la nudità del corpo senza vergogna né concupiscenza? E se la nudità dell’anima fosse la chiave per poter contemplare quella del corpo?

Il cuore umano è capace di rivelare grandi verità. Cercate di immaginare la differenza tra i moti del vostro cuore quando contemplate la creazione di Adamo ed Eva affrescata da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina… e quando vi trovate di fronte un’immagine pornografica. Il cuore reagisce in modo assai differente. Anche se le due realtà rappresentano una certa nudità, la loro finalità è totalmente differente. Mentre l’immagine pornografica è sovente guardata in segreto, e in quell’atto trasforma lo spettatore in consumatore, la nudità di Adamo ed Eva è esposta in un luogo pubblico. Essa risveglia in noi dei pensieri decisamente nobili, quali la fiducia, la vita, la tenerezza e il dono di sé. Una delle nudità ci riporta a Dio, mentre l’altra rischia di allontanarcene. È il cuore che parla, qui, non la Chiesa o un qualsivoglia interdetto morale. Il cuore è una bussola ineffabile.

Se certe persone non si sentono completamente a proprio agio con la propria nudità, ciò non è perché essa sarebbe cattiva. Il nostro cuore ci avverte invece che qualcosa in noi non è totalmente al proprio posto, come se un elemento importante si fosse perduto. Se il cuore ci fa una simile nota è in fondo per invitarci a cercare questo qualcosa. La Bibbia infatti ci dice che Adamo ed Eva

erano nudi e non provavano vergogna.

Gen 2,25

Invece di sentire vergogna per il fatto di essere nudi l’uno di fronte all’altro, la loro nudità provoca in loro un’immensa gioia, al punto che Adamo esclama:

Ecco stavolta una che è osso delle mie ossa e carne della mia carne!

Gen 2,23

Perché questa gioia in Adamo? Essendo la sua anima naturalmente abitata da Dio, il suo sguardo sulla nudità dell’altro non è abitato dalla concupiscenza. Al contrario, questa nudità rivela che l’uno e l’altra sono fatti per il dono. Questa nudità reciproca permette alla coppia di donarsi e di accogliersi pienamente. Adamo ed Eva possono insomma diventare un vero dono-di-sé e realizzare la loro vocazione di essere nel mondo l’immagine di Dio che si dona. Alle origini, la relazione amorosa tra Adamo ed Eva dovette essere vissuta in un’immensa pace.

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Questo è “il peccato originale” di Francesco Mosca, detto “il Moschino” (1558-1563), realizzato per essere collocato sull’altare settentrionale (cioè quello ubicato all’estremità sinistra del transetto) proprio negli anni in cui a Trento la Chiesa cattolica stava definendo ancora una volta la propria dottrina sulla redenzione (ossia sul peccato originale, sulla grazia di Cristo e sulla vita sacramentale della Chiesa). Quando l’ho visto, l’altro ieri per la prima volta, sono rimasto folgorato: non mi sovvengono altri esempi di un Adamo barbuto e con le fattezze di Cristo (a parte i soli bassorilievi del Duomo di Orvieto – cf. almeno 1Cor 15,45-47 e Rom 5,12-21), e di primo acchito queste masse mi hanno ricordato quelle del marmoreo Cristo Redentore attribuito a Michelangelo e conservato a Santa Maria sopra Minerva (Roma). Difficile dare un nome a quest’opera: “il peccato originale”? ma quello è Cristo, che il peccato l’ha subito senza commetterlo; “Adamo ed Eva”? ma quello è l’ultimo Adamo, non il primo! Di certo però il “peccatum mundi” è già avvenuto e il Moschino ha rappresentato qualcosa di storico: il Serpente, dalle fattezze antropiche, sta tra le fronde dell’albero quasi ritratto, mentre Eva già comincia a coprire le nudità che un attimo prima teneva esposte con fiera innocenza. Adamo/Cristo no, è più nudo di lei ma non si copre: la sinistra si appoggia al tronco dell’albero ma non per ricevere il frutto (Cristo non pecca), né per additare la colpa nella donna (Cristo non accusa l’adultera), bensì per trasformare il mortifero “frutto della conoscenza” (ché la conoscenza, senza amore, uccide) in frutto di vita eterna. Il demonio si ritira perché già vede il legno della maledizione trasformato dal vero Adamo, mediante la propria consegna alla Passione, nell’adorabile legno della Croce. Queste cose non le troverete scritte in alcuna guida in vendita al Bookshop fuori dal Duomo (nella migliore di esse il fotografo inquadrava il gruppo col tabernacolo davanti – “il lampadario” [sic!], secondo l’addetta alle vendite), di tanta meraviglia non sono disponibili cartoline e la stessa pagina Wikipedia dedicata al Duomo non fa menzione del Moschino. [⏩ @breviarium.eu]

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Dopo il peccato originale, la nudità è un tema difficile. Essa resta una sfida. Le coppie mi dicono che non è facile accogliere lo sguardo dell’altro sulla propria nudità: non è facile guardare la nudità altrui senza sentire almeno una punta di brama o di concupiscenza. C’è talvolta uno iato tra l’ideale e la realtà. Il racconto della Creazione ci insegna che Adamo ed Eva hanno sentito il bisogno di vestirsi di foglie di fico proprio dopo la caduta, dunque dopo aver perduto la prossimità con Dio. Ciò vuol dire che quando ci avviciniamo al Creatore lo sguardo sull’altro e su di sé può tornare a pacificarsi.

Difatti, il Creatore si è già avvicinato a noi in Gesù Cristo: Gesù è venuto tra l’altro per guarire il nostro sguardo, per restituirci lo sguardo delle origini. In tal senso, trovo che l’incontro di Gesù con la peccatrice (Gv 8,1-11) sia molto significativo: gli scribi gli portarono una donna sorpresa in flagrante adulterio. Volevano vedere se Gesù avesse acconsentito alla sua lapidazione, derivante dall’applicazione della legge di Mosè. E che fece lui? Si chinò e si mise a scrivere per terra: m’immagino che lei non fosse molto vestita, e che questo chinarsi di Gesù sia stato anche un segno di rispetto per lei: voleva educare lo sguardo sulla nudità e sulla colpa altrui. È così: innumerevoli scene del Vangelo rivelano che in presenza di Gesù lo sguardo dei discepoli come quello degli scribi è più retto e più vero. Guardare la nudità dell’altro con uno sguardo puro è un po’ come camminare sull’acqua: è solo in presenza di Gesù che ciò diventa realmente possibile. Chi guarda senza Gesù non vede bene, o vede troppo poco.

Ho sperimentato questa realtà nella storia di François e Clothilde, che avevo preparato al matrimonio. Dopo appena pochi anni di matrimonio, mi dicevano che la loro vita intima era diventata piuttosto vuota, che mancava di senso. Eppure era una coppia fantastica, una di quelle guardando alle quali gli altri pensano “ecco, quelli non hanno i nostri problemi”. Lo pensavo anzi io stesso. Dopo avermi confidato questa cosa, François e Clothilde hanno immediatamente aggiunto che avevano smesso di pregare insieme dalla nascita del loro primogenito. Intuitivamente, ho indovinato che questo aveva qualcosa a che fare col loro problema, e non mi sbagliavo: se la sapienza di Dio non abita lo sguardo reciproco, allora

si impoverisce il senso estetico e così si spegne la gioia. Tutto esiste per essere comprato, posseduto e consumato; anche le persone.

Francesco, Amoris lætitia 127

Spogliare l’anima prima di spogliare il corpo

Quando una coppia si unisce unicamente a livello corporale, senza unire anche le anime, l’unione è troppo fragile, perché dipende troppo univocamente dalla qualità del corpo. Quando le anime non sono unite, il dono è incompleto perché ciascuno non dà se non una parte di sé. Presto o tardi, quest’unione non sarà più soddisfacente, perché l’uomo è tanto più del suo solo corpo. D’altro canto, quando una coppia prega insieme, quando gli sposi guardano insieme verso Dio aprendogli il cuore in tutta semplicità, allora il Creatore rende loro visita. Egli unisce in loro quel che Dio solo può unire, e così invece di unire solamente i loro corpi, i loro gesti d’amore e di tenerezza diventano una vera comunione delle persone. In questo senso, più una coppia prega insieme, più gli sposi condividono tutto in comune, più diventano simili, e più la loro comunione si rinforza, al punto da diventare quasi invulnerabile.

Osservo ogni anno, con immensa gioia, i fidanzati che cominciano a pregare in coppia: crescono nel reciproco rispetto. In tutta la loro relazione con l’altro/a, essi sperimentano «la sacralità della sua persona, senza l’imperiosa necessità di possederla» (ivi, 127). Ne sono sicuro: il giorno in cui vivranno un momento difficile sul piano fisico o spirituale la loro preghiera avrà creato una considerevole complicità. L’unione delle loro anime sarà sempre più forte delle loro fragilità, perché Dio vi abita. Santa Teresa di Calcutta diceva che «una famiglia che prega resta unita».

Giovanni Paolo II chiama “nudità dell’anima” la preghiera di coppia. Quando gli sposi imparano a pregare veramente insieme, a svestirsi sul piano dell’anima, a permettere all’altro di contemplare l’intimità de proprio cuore, allora imparano anche a guardarsi con un’attitudine di dono-di-sé. Quando contemplano allora la nudità del corpo dell’altro, questa nudità non è più occasione di vergogna o di concupiscenza. Essa è il segno che sono fatti per donarsi l’uno all’altra, per amare come Dio ama.

François e Clothilde han ricominciato a pregare. Di fatto, hanno ricominciato tante volte. Ogni volta la loro comunione di coppia è tornata a rinsaldarsi, ogni volta il loro mutuo sguardo è andato migliorando. Hanno riscoperto la nudità dell’anima che riempie di senso la nudità del corpo.

Vi invito a lasciarvi guardare da quel Gesù di Giovanni 8. Chiedetegli di venire ad abitare in voi quei luoghi che più hanno bisogno di essere visitati e guariti: il dominio degli sguardi, dei pensieri, dei desideri che talvolta soffrono il peso della concupiscenza. Con lui, cercate di posare uno sguardo puro sul vostro coniuge. Con Gesù lo sguardo cambia, diventa più vero. E non esitate a cominciare e ricominciare a pregare in coppia, come hanno fatto François e Clothilde: così entrerà da voi Colui che potrà unirvi a un livello così alto e forte, talmente forte!, che la vostra unione diventerà invincibile.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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