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Il vero "lockdown" è quello del peccato, siamo fatti per amare ed essere amati

Marco Bianchetti on Unsplash

Don Antonello Iapicca - pubblicato il 17/06/20

Cosa possiamo imparare da questa dura lezione della pandemia, come cristiani? Ecco cosa ci sta dicendo: ancora una volta, ma forse più chiaramente, la verità su noi stessi. Non siamo fatti per la chiusura che l'egoismo e la paura ci suggeriscono.

Questo tempo di coronavirus, tra difficoltà, paure, angosce e dolore è un’offerta a credenti e non credenti, di ciò che realmente rende l’uomo infelice frustrandone la vocazione più alta. Ma è anche un tempo favorevole, come i quarant’anni trascorsi dal Popolo di Israele nel deserto nei quali ha conosciuto il suo cuore e che non poteva vivere di solo pane ma che aveva bisogno della Parola vivificante di Dio. Così anche noi, in questi lunghi giorni di precarietà, possiamo riconoscere la causa della sofferenza, e, sperimentando i limiti e l’impotenza delle risorse umane, possiamo accogliere con umiltà Colui che ci offre gratuitamente la salvezza.

L’esperienza simbolica di Adamo ed Eva tramandata nei millenni dalla Chiesa ci offre oggi una calzante metafora per la situazione alienante che ognuno di noi a suo modo sta sperimentando in questo tempo

In un bellissimo mosaico della Cattedrale di Otranto, Adamo ed Eva appaiono rinchiusi in un cerchio di morte per aver creduto alle menzogne del serpente. Non possono uscire da se stessi per amare l’altro che è diventato nemico, perché hanno sperimentato la morte che, a causa del peccato e delle diversità inaccettabili, si sono dati mutuamente. Sono chiusi in un “lockdown” imposto dal virus del peccato, della superbia sperimentata per aver dato ascolto all’inganno del demonio. Una situazione innaturale, come tutti abbiamo sperimentato in questo tempo di coronavirus. Tutti ci siamo sentiti in prigione, obbligati alla solitudine, in una coltre oscura di sospetti e di paure, persino nei confronti delle persone più care, del coniuge, dei figli e dei nonni, per non parlare di parenti ed estranei, tutti potenziali “nemici” perché possibili untori capaci di trasmetterci la morte.

Proprio questa esperienza ci ha condotto al limite della pazienza e della resistenza umana, che ci ha fatto provare la vera fame dell’anima nello sbattere quotidiano dei nostri sentimenti e desideri sull’obbligo a restare a casa, ha mostrato a tutti, credenti e no, quanto tutto ciò che ci separa dall’altro sia innaturale per l’uomo. Questi mesi di lockdown ci hanno rivelato l’unico e vero problema dell’uomo, la radice della sofferenza e della frustrazione, del fallimento della vita, ovvero l’impossibilità di uscire da se stessi per amare l’altro così come è.

Dopo gli iniziali slogan #andràtuttobene e #noirestiamoacasa, ci siamo tutti ben presto resi conto che quella insopportabile chiusura forzata delle nostre case non era adeguata al nostro essere, anzi era nemica della nostra natura, al punto che molti hanno sofferto, e soffrono ancora, problemi seri a livello psichico.




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Questa esperienza esistenziale comune a tutti gli uomini ci ha consegnato la verità che tante ideologie e tante filosofie hanno negato e continuano a negare. La verità sull’uomo che non è stato creato per vivere ripiegato su se stesso e che il demonio, con i suoi sofismi, ha cercato di negare imputando all’altro, alle strutture sociali e politiche, alla storia di ciascuno, a Dio stesso, bestemmiato o negato, le ragioni e le cause delle sofferenze. L’impossibilità e la sofferenza di vivere segregati con rapporti umani limitati e segnati dal sospetto e dalla paura è il segno profetico che ci rivela come la radice velenosa che avvelena l’esistenza sia in ciascuno di noi, non fuori.

Non siamo stati creati per vivere chiusi in casa, che è metafora dello stare, magari delusi e sfiduciati, ripiegati su noi stessi, chiusi nel vittimismo con cui ci accarezziamo le ferite, rendendole ogni volta più infette e sanguinanti. Non siamo nati per vivere nella paura di morire, e quindi nel sospetto, nel giudizio e nel pregiudizio, nel rancore sordo che medita vendetta travestita da giustizia. Lo abbiamo sperimentato in questo tempo. Ci ha soffocato, credevamo di morire in gabbia, sottratti a quella “normalità” ideale tanto agognata e irraggiungibile. Anche il desiderio di un caffè al bar con il collega a parlare di calcio o di politica, ci ha offerto un frammento dell’impronta divina che tutti rechiamo impressa, definita dall’amore e dalla comunione, dalle relazioni e dall’apertura gratuita all’altro. Perché la vera normalità per l’uomo creato da Dio è amare, trascendersi nel tu che abbiamo di fronte, non il grigiore di chi, anche nella normalità, si aliena in “dorati lockdown” di falsi piaceri ed effimere gioie. Per questo “ripartire” non può essere che “risuscitare”, uscire dalla tomba di una vita sprecata nell’egoismo e nella solitudine chiassosa di relazioni virtuali, e camminare in una vita nuova.

Il lockdown infatti è metafora del sepolcro nel quale siamo caduti per aver dato ascolto alla menzogna del demonio. Apparendo nel giardino dell’Eden accanto all’albero, satana interpreta la Parola di Dio, e così inganna Adamo ed Eva paventando la letalità di un virus inesistente creato da lui stesso.

Il falso virus della gelosia di Dio nei confronti delle sue creature, per cui il comando di non mangiare dei frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male ne limiterebbe la libertà di poter diventare come Lui.

Dio non mi vuole bene, e per questo mi vuole schiavo di un’obbedienza che mi preclude il guardare, toccare e mangiare quello che invece ai miei occhi è bello, buono da mangiare, e desiderabile per acquistare sapienza. Dando seguito alla menzogna del demonio, Adamo ed Eva hanno mangiato il frutto proibito, e, contrariamente alle parole del serpente, subito hanno sperimentato la morte del loro essere. Quel frutto che il demonio ha spinto a inocularsi come un “vaccino”, si è rivelato un veleno mortale; avrebbe dovuto proteggerli dalla prepotenza di Dio, invece, separandoli da Lui che è la fonte della vita e dell’amore, li ha lasciati nudi, preda della malizia, divisi e rancorosi tra loro, schiavi della paura di morire.

Questo che sembra un raccontino della Bibbia coincide perfettamente con quanto è apparso in questi mesi di confinamento a casa, che è il dramma esistenziale di ogni uomo. La paura di morire è emersa prepotente in tutti noi, e ci ha consegnati tremanti e nevrotici, preda del panico e del sospetto, a qualunque condizione ci venisse imposta. Di più, proprio come ha fatto Eva nel dialogo con il serpente quando, accanto al non mangiare, ormai sedotta dal demonio, ha aggiunto il divieto di toccare l’albero che Dio non aveva dato, spesso abbiamo addirittura aggiunto regole nostre, pur di difenderci dal virus e dalla sua letalità. Le sterilizzazioni casarecce della spesa ad esempio… Certo, a differenza della menzogna su Dio del demonio, il coronavirus sembra proprio che vi sia stato e continui ad esserci, ma la vera questione è l‘effetto su tutti noi della pandemia e di tutto ciò che, ad essa legato, ha caratterizzato questo tempo. Ci siamo ritrovati nudi, nascosti, sospettosi e pieni di paura: “ho avuto paura e mi sono nascosto” risponde Adamo a Dio che lo cercava dopo aver consumato il peccato.

E così anche noi, ciascuno nella sua personale storia, è stato indotto a dubitare dell’esistenza di Dio creatore e padre e quindi ad accettare di essere profondamente soli in questa esistenza. E questo per aver accettato la menzogna del demonio con cui, in mille astutissimi modi, ci ha indotto a dubitare di Dio, a credere che non ci amasse perché altrimenti certe cose nella nostra vita non sarebbero dovute accadere, ci siamo illusi che facendo di testa nostra saremmo potuti diventare come Lui, arbitri incontestabili dei nostri destini. Come appare evidente in ogni ideologia che si illude, e illude, di cambiare in bene i destini dell’umanità. Come appare nel parossismo terrorizzante e nelle misure a volte assurde e liberticide con cui i governi – spesso favorevoli e propugnatori di aborto ed eutanasia – si illudono, e illudono, di poter sfuggire al virus e quindi alla morte. Il potere che si immagina come Dio, arbitro dei destini dei popoli a colpi di decreti e misure ad hoc (alcuni doverosi, per carità), governando nell’obbedienza alla menzogna primordiale del serpente: “non morirete affatto”, perché Dio non esiste. Da una parte danno morte ai più deboli e indifesi, dall’altro credono di poter fermare la morte incipiente, che, virus o non virus, ci attende tutti. Questa contraddizione insanabile, questo goffo tentativo di esorcizzare o vincere dolore e morte, si chiama paura del nulla, del buio oltre l’ultimo respiro, della morte. La paura che ha creato un cerchio intorno a noi, una barriera che ci separa dall’altro, e che diventa peccato, cioè fallimento del progetto originario di Dio su ciascun uomo. Il fallimento insopportabile che il lockdown ha reso palese in tutti.


SADNESS

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