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Sapete da dove viene la vostra idea di Dio?

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 17/06/20

Quell'immagine è quella che mi fa vedere la Chiesa come una casa in cui posso vivere in pace o un carcere in cui devo rispettare tutte le norme se non voglio essere punito o espulso

Nella vita tutto si gioca sull’immagine di Dio che porto impressa nell’anima. Quell’immagine che inizia a imprimersi da quando nasco, forse anche prima, nel grembo materno. Quell’immagine che mi accompagna tutta la vita e che dipingo di vari colori in base alle mie esperienze successive.

C’è però un’immagine che viene impressa dai miei genitori, attraverso lo sguardo che un giorno hanno posato su di me. È stato il giorno del primo abbraccio, o del primo rifiuto. Il giorno in cui mi sono sentito amato o disprezzato. Il giorno in cui mi hanno punito in modo esagerato o mi hanno perdonato con misericordia quando avevo fatto qualcosa di sbagliato.

Essere padre o madre è così difficile… Non si sa bene che impronta si lascia nell’anima.

Tutto si percepisce attraverso lo sguardo dei miei occhi. I miei occhi sono quelli che vedono amore o indifferenza in ogni gesto, in ogni parola.

È ingiusto, perché a volte cerco di dare amore e vengo male interpretato. Pensano che le mie parole siano di indifferenza, o i miei gesti di disprezzo. E non è questo che voglio mostrare.

Ma sono i miei occhi a pecepire la realtà e a interpretarla secondo quello che dice il cuore. Ciò che è certo è che quell’immagine di Dio che ho incisa nell’anima deriva dalle mie prime esperienze di amore umano.

Quando da bambino mi sentivo amato o rifiutato, valorizzato o umiliato, qualcosa rimaneva impresso nel più profondo della mia anima, nel pozzo dei miei ricordi.

Col tempo è difficile cambiare quell’immagine rimasta impressa a fuoco nel mio cuore. È la mia immagine di Dio Padre. È l’immagine che ho nell’anima di un Dio Padre misericordioso o di un
Dio giudice senza misericordia.

Può essere che il tempo e le esperienze di guarigione nei miei rapporti umani cambino a poco a poco quell’immagine tanto ferma e a volta tanto manchevole.

Può essere che, ricevendo molto amore negli anni a seguire, possa mitigare la triste immagine di Dio che porto dentro. Ciò che è certo, però, è che è quell’immagine a determinare il mio modo di amare e di vedere la vita.

Quel modo di vedere Dio è quello che mi avvicina o mi allontana da Lui.

È quello che mi fa vedere la Chiesa come una famiglia in cui posso vivere in pace o come un carcere in cui devo rispettare tutte norme se non voglio essere punito o espulso.

È l’immagine di un Dio che mi guida, che mi cura accompagnando i miei passi e vegliando perché non mi perda. O l’immagine di un Dio che vigila con durezza perché non faccia niente di male se non voglio perdere il suo affetto.

Quella prima immagine è quella che mi determina. Non posso cancellarla, non posso porvi fine. È entrata in ogni fibra del mio essere.

Spesso chiedo a Dio un miracolo. Gli chiedo di lasciarmi conoscere il suo amore, la sua misericordia, la profondità della sua bontà, la tenerezza dei suoi abbracci.

Voglio vedere il suo volto. L’ho sempre desiderato con tutta l’anima. A volte l’ho visto. Ho notato la sua presenza di salvezza. Mi sono emozionato fino alle lacrime ricordandolo o parlando di quel Dio che ha percorso tante strade con me.

Quell’immagine di Dio Padre misericordioso è quella che prende sempre più forza in me. Forse per questo mi piacciono le parole che pronuncia Mosè prostrato a terra davanti a Dio:

“Ti prego, Signore, se ho trovato grazia agli occhi tuoi, venga il Signore in mezzo a noi, perché questo è un popolo di dura cervice; perdona la nostra iniquità, il nostro peccato e prendici come tua eredità”.

Mi piace quel Dio di Mosè che si mostra misericordioso con lui e con il suo popolo, che perdona e prende i suoi figli come il suo possesso più prezioso.

Credo in quel Dio che si abbassa e cammina al mio fianco. Mi piace quello sguardo di Mosè lanciato al cielo implorando una misericordia che riceve.

Il popolo non ha obbedito, ma Dio non gli nega il suo amore. Mosè sale sul monte, e lì Dio scende per rimanere al suo fianco. E si parlano come due innamorati:

“Il Signore discese nella nuvola, si fermò con lui e (Mosè) proclamò il nome del Signore”.

Quel Dio misericordioso è lo stesso di cui mi parla Gesù. È quel Padre che aspetta pieno di misericordia il figlio che torna a casa. Aspetta pazientemente il suo ritorno ogni mattina. E piange di gioia vedendolo tornare.

È quel Dio che non si accontenta di tutte le pecore che sono nell’ovile, che non smette di cercare quella che si è perduta. Esce disposto a trovarla, trascurando quelle che sono già al sicuro. E quando torna la porta ben salda sulle spalle, proteggendola.

È quel Dio Padre che si ferma sul ciglio della strada davanti al ferito lasciando tutto ciò che aveva tra le mani. Cambia i suoi progetti e non smette di prendersi cura di lui finché non è al sicuro.

Credo in quel Dio padre misericordioso, pieno di bontà e di tenerezza. Credo nella sua mano tesa verso di me nella notte. Credo nella sua voce piena di dolcezza che mi invita a seguire i suoi passi nella vita.

A volte mi turbo per il mio peccato e mi costa perdonarmi, ancor più che credere nel perdono di Dio. Mi pesa l’orgoglio, e sento che per essere figlio devo essere perfetto e fare tutto bene. Dimentico quella misericordia che ho vissuto tante volte nell’anima.

Credo in un Dio misericordioso che mi aspetta, mi ama, mi guarda, mi sostiene e mi guida sul mare,
perché non mi perda in mezzo alle onde. Prende le mie paure tra le mani e mi dona tutta la sua speranza.

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