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Papa Francesco ha sposato la Teologia del Popolo, non della Liberazione

© DANIEL VIDES

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 15/06/20

Tanto è vero che Bergoglio non ha nascosto in passato “dubbi” sulla Teologia della Liberazione e le sue “devianze” politicizzate e rivoluzionarie. Non a caso si espresse in questo modo il 4 aprile del 2005, nel prologo al libro “Una puesta por América Latina” di Guzmán Carriquiry, già Segretario generale della Pontificia commissione per l’America Latina:

«La vasta produzione bibliografica sull’America latina (dalla “sociologia impegnata” alla teoria della dipendenza, dalla teologia della liberazione ai cristiani per il socialismo, dalle denunce a tinte forti ai dibattiti sulle strategie rivoluzionarie) è andata via via esaurendosi sin dagli anni ottanta – sottolineò il futuro pontefice – Ha dato certamente contributi di differente valore e apporti significativi ma, ultimamente, ha pesato di più la forte connotazione ideologica, con la sua riduttiva visione della realtà. Soprattutto dopo il crollo dell’impero totalitario del “socialismo reale”, queste correnti di pensiero sono sprofondate nello sconcerto. Incapaci sia di una riformulazione radicale che di una nuova creatività, sono sopravvissute per inerzia, anche se non manca ancora oggi chi le voglia anacronisticamente riproporre» (Terre d’America, 28 aprile 2013).

Con quell’intervento, il Papa ha messo in pratica la “lezione” di Scannone, secondo cui «la Teologia del Popolo non cerca di cambiare le strutture sociali e politiche per se stesse, ma il discernimento della missione e dell’identità dell’istituzione ecclesiastica a partire dalla sua opzione per il popolo povero».

Ermeneutica marxista

Anche in anni recenti, evidenziava il vaticanista Sandro Magister sempre su L’Espresso (1 settembre 2013), ad esempio nell’interrogatorio cui fu sottoposto dalla magistratura argentina l’8 novembre 2010, l’allora arcivescovo di Buenos Aires non ha mancato di criticare nella Teologia della Liberazione «l’uso di una ermeneutica marxista».

Poveri, fede ed ideologie: la linea di Bergoglio

Ma la sua critica non si limitava a questo. Andava più a fondo. Riguardava il primato della fede nel giudicare la realtà e nell’ispirare la prassi conseguente. Nel 2007, in Brasile, nel santuario mariano dell’Aparecida, proseguiva il vaticanista, i vescovi latinoamericani discussero e si scontrarono proprio su questo.

E l’arcivescovo Bergoglio, presidente della Conferenza, fu decisivo nel far prevalere il primato della fede rispetto a quello assegnato al povero, in nome di una lettura “ideologizzata” della realtà.

DR
Bergoglio, quando era alla guida della diocesi di Buenos Aires.

La “pace” con Gutierrez

Nel mezzo resta un episodio emblematico avvenuto a settembre 2013: l’incontro tra Bergoglio e Gustavo Gutiérrez, teologo peruviano e padre della Teologia della Liberazione. Incontro di cui non sono trapelati i contenuti, ma che è stato sicuramente utile a stemperare le divergenze teologiche tra i due.

Peraltro qualche giorno prima, padre Ugo Sartorio (allora direttore del Messaggero di Sant’Antonio), scriveva che «con un Papa latinoamericano, la Teologia della Liberazione non poteva rimanere a lungo nel cono d’ombra nel quale è stata relegata da alcuni anni, almeno in Europa» (L’Osservatore Romano, 4 settembre 2013). 

Ideologie e dittature

Nel suo viaggio in Sudamerica del 2015, Francesco ha però ribadito le distanze dalla Teologia della Liberazione, ricordando che «le ideologie finiscono male, non servono. Le ideologie hanno una relazione o incompleta o malata o cattiva con il popolo. Le ideologie non si fanno carico del popolo. Per questo, osservate nel secolo passato, che fine hanno fatto le ideologie? Sono diventate dittature, sempre. Pensano per il popolo, non lasciano pensare il popolo. O come diceva quell’acuto critico dell’ideologia, quando gli dissero: ‘Sì, però questa gente ha buona volontà e cerca di fare delle cose per il popolo…’. ‘Sì, sì, tutto per il popolo, ma niente con il popolo!’. Queste sono le ideologie» (Discorso in Paraguay, 11-7-2015).

Di fronte a questo rischio, Francesco propone la costruzione di un’unità nazionale. Nell’enciclica Lumen Fidei, lo spiega affermando che “l’unità è superiore al conflitto”. I conflitti devono essere assunti e trasformati in un’unità superiore (LF 55) ispirata a un programma di sviluppo di tutto il soggetto umano e di tutti i soggetti, senza alcuna discriminazione (Evangelii Gaudium 236) (Aleteia, 8 marzo 2015).

La Lettera al “Popolo di Dio”

Un’applicazione concreta della Teologia del Popolo (e non della Liberazione) nell’operato di Papa Francesco, si può cogliere nella “Lettera al Popolo di Dio” da lui scritta lunedì 20 agosto 2018, con evidente indignazione che scaturisce dal Rapporto pubblicato in Pennsylvania sui crimini di oltre 300 religiosi pedofili. Indignazione che suscitano al Papa e a tutti noi anche i vescovi che non hanno compiuto il loro dovere per proteggere i bambini.

E’ proprio questa una declinazione concreta della Teologia del popolo, quella visione che spinge i pastori a camminare non sempre davanti al gregge ma anche accanto alle pecore o dietro fidandosi del loro fiuto, il “sensum fidei”. È un rifiuto forte del clericalismo che rappresenta invece l’humus degli abusi nella Chiesa, economici, di potere o sessuali che siano (e in effetti spesso questi comportamenti si verificano insieme) (Agi, agosto 2018).




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POPE FRANCIS

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