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Papa Francesco ha sposato la Teologia del Popolo, non della Liberazione

Quando Bergoglio parlava di lotta

© DANIEL VIDES

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 15/06/20

La teologia del Papa è lontana dalle ideologie e vicina alla spiritualità popolare. I suoi "maestri" gli hanno tramandato questa differenza di pensiero, che ci permette di comprendere i suoi gesti più rivoluzionari

«Bergoglio si ispira alla Teologia del Popolo». Questo “slogan” è spesso ripetuto sin dal 2013: anno dell’elezione di papa Francesco. Ma pochi, in realtà, conoscono la “Teologia del Pueblo”, una delle correnti della Teologia della Liberazione, di origine sudamericana

Il pontefice ne parla nella prefazione di “Introduzione alla Teologia del Popolo” (EMI) testo, pubblicato qualche anno fa, dal teologo argentino Ciro Enrique Bianchi, che ha studiato sotto la guida di Víctor Manuel Fernández, attuale rettore dell’Università Cattolica d’Argentina e da tempo stretto collaboratore del Papa.

Evangelizzare partendo dal popolo

Il testo di Bianchi si presenta (così recita il sottotitolo) come profilo teologico e spirituale di Rafael Tello, pensatore argentino, che è da considerarsi uno dei fondatori della Teologia del Popolo. Bergoglio lo stima molto.

Evangelizzare a partire dal popolo, vedere il popolo come soggetto della storia, immerso in un processo storico, assumerne la cultura, optare per la centralità dei poveri, sono le linee della ricerca teologica di Tello.

Tello e Bergoglio

«Tello cercò fedelmente strade per la liberazione integrale del nostro popolo portando fino in fondo la novità evangelica senza cadere nei riduzionismi ideologici…». Sono le parole pronunciate il 10 maggio 2012 dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, alla Facoltà di Teologia dell’Università Cattolica dell’Argentina per la presentazione del libro di padre Bianchi

Nella prefazione Bergoglio scrive:

«Quando ci avviciniamo al nostro popolo con lo sguardo del buon pastore, quando non veniamo a giudicare ma ad amare, troviamo che questo modo culturale di esprimere la fede cristiana resta tuttora vivo tra noi, specialmente nei nostri poveri. E questo, fuori da qualsiasi idealismo sui poveri, fuori da ogni pauperismo teologale. È un fatto. È una grande ricchezza che Dio ci ha dato» (da Introduzione alla teologia del popolo, C.E. Bianchi).

La pietà popolare

In una prospettiva storica, prosegue l’allora cardinale di Buenos Aires, «se guardiamo a questi cinque secoli di storia, vediamo che la spiritualità popolare è una strada originale sulla quale lo Spirito Santo ha condotto e continua a condurre milioni di nostri fratelli. Non si tratta soltanto di manifestazioni di religiosità popolare che dobbiamo tollerare, si tratta di una vera spiritualità popolare che deve essere rafforzata secondo le sue proprie vie».

Bergoglio cita il Documento di Aparecida 264:

«La pietà popolare è una modalità legittima di vivere la fede, un modo di sentirsi parte della Chiesa e una forma dell’essere missionari; in essa si sentono le vibrazioni più profonde della profonda America. Essa è parte dell’ “originalità storico-culturale” dei poveri di questo continente, e frutto di “una sintesi tra le culture [dei popoli originari] e la fede cristiana».
POPE FRANCIS OUR LADY OF APARECIDA
Ronaldo Correa via Jornada Mundial da Juventude (CC BY-NC-SA 2.0)

Bergoglio e la Madonna di Aparecida, icona della spiritualità popolare sudamericana.

“Santità e giustizia sociale”

Pertanto si può dire «che la pietà popolare è una forza attivamente evangelizzatrice che possiede nel suo interno un efficace antidoto davanti all’avanzare del secolarismo e la Chiesa», conclude Bergoglio, ed «è chiamata ad accompagnare e a fecondare incessantemente questo modo di vivere la fede dei suoi figli più umili. In questa spiritualità c’è un “ricco potenziale di santità e di giustizia sociale” (DA 262) di cui dobbiamo valerci per la Nuova Evangelizzazione. Come direbbe lo stesso Tello: il cristianesimo popolare dev’essere rafforzato con una pastorale popolare».

Il pensiero di Scannone

Un altro dei fondatori della “Teologia del Popolo”, cioè il gesuita Juan Carlos Scannone, tra i più autorevoli teologi argentini, scomparso nel 2019 e insegnante di Bergoglio nel noviziato dei gesuiti a Buenos Aires, aveva trasmesso al futuro papa una dottrina centrata sulla cultura e la religiosità della gente comune, dei poveri in primo luogo, con la loro spiritualità tradizionale e la loro sensibilità per la giustizia (chiesa.espresso.repubblica.it, 5 settembre 2013).

Dunque quell’espressione “Sogno una Chiesa povera e per i poveri” è strettamente legata a questa base teologica del pensiero di Bergoglio, anche se è stata «sbrigativamente assunta da molti come il coronamento» di un’ «assoluzione» della Teologia della Liberazione nel suo insieme, come sostiene L’Espresso (5 settembre 2013).

Juan Carlos Scannone
© Public Domain
Scannone, maestro di Bergoglio.

Il Papa e la “Teologia della Liberazione”

Anche Il Foglio (12 settembre 2013) concorda su questa tesi: in Francesco, a differenza della Teologia della Liberazione, «non trovano posto richiami alla lotta di classe, alla teoria della dipendenza, al peccato strutturale e sociale. La sua è una lettura meramente evangelica».

Tanto è vero che Bergoglio non ha nascosto in passato “dubbi” sulla Teologia della Liberazione e le sue “devianze” politicizzate e rivoluzionarie. Non a caso si espresse in questo modo il 4 aprile del 2005, nel prologo al libro “Una puesta por América Latina” di Guzmán Carriquiry, già Segretario generale della Pontificia commissione per l’America Latina:

«La vasta produzione bibliografica sull’America latina (dalla “sociologia impegnata” alla teoria della dipendenza, dalla teologia della liberazione ai cristiani per il socialismo, dalle denunce a tinte forti ai dibattiti sulle strategie rivoluzionarie) è andata via via esaurendosi sin dagli anni ottanta – sottolineò il futuro pontefice – Ha dato certamente contributi di differente valore e apporti significativi ma, ultimamente, ha pesato di più la forte connotazione ideologica, con la sua riduttiva visione della realtà. Soprattutto dopo il crollo dell’impero totalitario del “socialismo reale”, queste correnti di pensiero sono sprofondate nello sconcerto. Incapaci sia di una riformulazione radicale che di una nuova creatività, sono sopravvissute per inerzia, anche se non manca ancora oggi chi le voglia anacronisticamente riproporre» (Terre d’America, 28 aprile 2013).

Con quell’intervento, il Papa ha messo in pratica la “lezione” di Scannone, secondo cui «la Teologia del Popolo non cerca di cambiare le strutture sociali e politiche per se stesse, ma il discernimento della missione e dell’identità dell’istituzione ecclesiastica a partire dalla sua opzione per il popolo povero».

Ermeneutica marxista

Anche in anni recenti, evidenziava il vaticanista Sandro Magister sempre su L’Espresso (1 settembre 2013), ad esempio nell’interrogatorio cui fu sottoposto dalla magistratura argentina l’8 novembre 2010, l’allora arcivescovo di Buenos Aires non ha mancato di criticare nella Teologia della Liberazione «l’uso di una ermeneutica marxista».

Poveri, fede ed ideologie: la linea di Bergoglio

Ma la sua critica non si limitava a questo. Andava più a fondo. Riguardava il primato della fede nel giudicare la realtà e nell’ispirare la prassi conseguente. Nel 2007, in Brasile, nel santuario mariano dell’Aparecida, proseguiva il vaticanista, i vescovi latinoamericani discussero e si scontrarono proprio su questo.

E l’arcivescovo Bergoglio, presidente della Conferenza, fu decisivo nel far prevalere il primato della fede rispetto a quello assegnato al povero, in nome di una lettura “ideologizzata” della realtà.

bergoglio – ar
DR
Bergoglio, quando era alla guida della diocesi di Buenos Aires.

La “pace” con Gutierrez

Nel mezzo resta un episodio emblematico avvenuto a settembre 2013: l’incontro tra Bergoglio e Gustavo Gutiérrez, teologo peruviano e padre della Teologia della Liberazione. Incontro di cui non sono trapelati i contenuti, ma che è stato sicuramente utile a stemperare le divergenze teologiche tra i due.

Peraltro qualche giorno prima, padre Ugo Sartorio (allora direttore del Messaggero di Sant’Antonio), scriveva che «con un Papa latinoamericano, la Teologia della Liberazione non poteva rimanere a lungo nel cono d’ombra nel quale è stata relegata da alcuni anni, almeno in Europa» (L’Osservatore Romano, 4 settembre 2013). 

Ideologie e dittature

Nel suo viaggio in Sudamerica del 2015, Francesco ha però ribadito le distanze dalla Teologia della Liberazione, ricordando che «le ideologie finiscono male, non servono. Le ideologie hanno una relazione o incompleta o malata o cattiva con il popolo. Le ideologie non si fanno carico del popolo. Per questo, osservate nel secolo passato, che fine hanno fatto le ideologie? Sono diventate dittature, sempre. Pensano per il popolo, non lasciano pensare il popolo. O come diceva quell’acuto critico dell’ideologia, quando gli dissero: ‘Sì, però questa gente ha buona volontà e cerca di fare delle cose per il popolo…’. ‘Sì, sì, tutto per il popolo, ma niente con il popolo!’. Queste sono le ideologie» (Discorso in Paraguay, 11-7-2015).

Di fronte a questo rischio, Francesco propone la costruzione di un’unità nazionale. Nell’enciclica Lumen Fidei, lo spiega affermando che “l’unità è superiore al conflitto”. I conflitti devono essere assunti e trasformati in un’unità superiore (LF 55) ispirata a un programma di sviluppo di tutto il soggetto umano e di tutti i soggetti, senza alcuna discriminazione (Evangelii Gaudium 236) (Aleteia, 8 marzo 2015).

La Lettera al “Popolo di Dio”

Un’applicazione concreta della Teologia del Popolo (e non della Liberazione) nell’operato di Papa Francesco, si può cogliere nella “Lettera al Popolo di Dio” da lui scritta lunedì 20 agosto 2018, con evidente indignazione che scaturisce dal Rapporto pubblicato in Pennsylvania sui crimini di oltre 300 religiosi pedofili. Indignazione che suscitano al Papa e a tutti noi anche i vescovi che non hanno compiuto il loro dovere per proteggere i bambini.

E’ proprio questa una declinazione concreta della Teologia del popolo, quella visione che spinge i pastori a camminare non sempre davanti al gregge ma anche accanto alle pecore o dietro fidandosi del loro fiuto, il “sensum fidei”. È un rifiuto forte del clericalismo che rappresenta invece l’humus degli abusi nella Chiesa, economici, di potere o sessuali che siano (e in effetti spesso questi comportamenti si verificano insieme) (Agi, agosto 2018).




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