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Studentesse afghane costruiscono ventilatori polmonari usando ricambi auto

AFGHANISTAN, GIRLS, ROBOTICS
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In Afghanistan 2 bambine su 3 non possono andare a scuola e ora, in tempo di pandemia, ci sono solo 400 ventilatori polmonari per una popolazione di 38 milioni di persone: da questi due dati sconfortanti fiorisce una storia che frantuma stereotipi e nutre la speranza.

A qualunque latitudine la predisposizione per la robotica non rientra ancora nello stereotipo rosa. Sebbene Barbie insegni alle bambine che possono essere tutto quello che vogliono e nonostante le dive di Hollywood lancino hashtag e campagne social per distruggere le gabbie del sessismo, è poi tutt’altra cosa quando nella realtà si tenta di incrinare culture e tradizioni in cui nascere femmina è essere marchiate con una lettera così scarlatta che sanguina.

Ma la realtà è quel luogo dove le presenze ardite possono fare la differenza. Allora, facendo un enorme salto geografico dalla nostra penisola, possiamo dedicare qualche minuto a conoscere una storia incoraggiante nel ricordarci che dentro l’alveo dell’esperienza vissuta moltiplicare tra loro diversi dati negativi può essere occasione per costruire un risultato positivo.

Squadra che vince può cambiare le cose

Anche l’Afghanistan fa i conti con la pandemia, soprattutto la zona al confine con l’Iran, dove i contagi del Covid-19 hanno superato i 170 mila casi e ora si teme la fatidica seconda ondata. Proprio a Herat, che dista un centinaio di chilometri dal confine iraniano e dove si conta il maggior numero di pazienti affetti da coronavirus in territorio afgano, è presente un piccola realtà educativa straordinaria, The Afghan Girls Robotics Team: un gruppo di studentesse appassionate di robotica che ha ricevuto dal 2017 a oggi diversi riconoscimenti internazionali. Queste ragazze giovanissime si sono messe all’opera per costruire ventilatori polmonari usando ricambi di automobili:

Le ragazze, di età tra i 14 e i 17 anni, hanno costruito un prototipo usando il motore di una Toyota Corolla usata e la cinghia di una motocicletta Honda. Sono convinte che i loro ventilatori possano aiutare i pazienti con difficoltà respiratorie nel mezzo di questa emergenza sanitaria in cui i dispositivi medici mancano. “Sono orgogliosa di essere parte di una squadra che si sta dando da fare in modo sostanziale per aiutare dottori e infermieri – i veri eroi di questo tempo” ha detto il capitano della squadra, Somaya Faruqi. (da BBC)

Geplaatst door The Afghan Girl's Robotic Team op Woensdag 15 april 2020

Mettiamo sul tavolo qualche dato per capire meglio la situazione: la popolazione dell’Afghanistan conta 38 milioni di persone, i ventilatori disponibili sono circa 400. Il motivo di questa carenza è soprattutto economico perché il costo di un singolo ventilatore è dai 30 ai 50 mila dollari, cifre che pochi presidi medici possono permettersi. Il prototipo realizzato dalla ragazze è competitivo anche da questo punto di vista, costerebbe circa 600 dollari.

Il Ministero della Salute ha applaudito questa intraprendenza, pur dichiarando che il bene del paziente è al primo posto e quindi anche il neo prodotto ideato dalle ragazze di Herat dovrà essere testato in modo accurato prima di essere reso disponibile.

Ma il doveroso rigore sanitario non scalfisce il senso straordinario di questa impresa, che è un segno davvero rivoluzionario di intraprendenza, cura, genio, voglia di fare. Bellissima la dichiarazione rilasciata da un’altra delle ragazze:

“Se anche solo riuscissimo col nostro sforzo a salvare una vita sarebbe importante” ha dichiarato Nahid Rahimi (17 anni).

Verissimo, perché l’azione del bene non dilaga a macchia d’olio ma fa piccoli passi sostanziali ed essenziali; l’umano in questo è opposto al virus, si cura di un corpo e un’anima alla volta. Eppure queste ragazze stanno salvando ben più di una vita, sono una presenza davvero dirompente nel loro paese d’origine, uno dei più carenti quanto a istruzione femminile. Era il 2017 quando venivano denunciati questi dati molto sconcertanti:

Sedici anni dopo l’invasione americana dell’Afghanistan, due bambine su tre non possono frequentare la scuola a causa della crescente condizione di insicurezza e della povertà. Complessivamente sarebbero circa 3,5 milioni i bambini che non possono frequentare la scuola (ma il dato potrebbe essere ancora più elevato a causa della mancanza di dati attendibili da parte delle autorità afghane), di questi, l’85% sono femmine. La denuncia è contenuta in un report di Human Rights Watch. (da Terres des Hommes)

Come è nata allora l’idea di questa squadra di giovani appassionate di robotica? Da una donna che ha vissuto sulla sua pelle la discriminazione e ha risposto con un rilancio ancora più coraggioso.

Essere una CEO in Afghanistan

Al cuore di quest’iniziativa educativa al femminile c’è una donna afghana il cui curriculum è notevolissimo. Roya Mahboob è una della 100 donne più influenti al mondo secondo il Times: è un’imprenditrice che ha fondato una compagnia di software ad Herat in cui il 70% delle dipendenti è donna. Una CEO in Afghanistan, ecco. Dal sito Le donne visibili apprendiamo che:

Quando aveva 8 anni i talebani fecero irruzione in casa sua e incendiarono la biblioteca di famiglia. Provò una rabbia infinita. Quella rabbia che le diede più tardi la forza di fondare la Afghan Citadel Software Company, una società di sviluppo software con sede ad Herat in Afghanistan con lo scopo di creare nuovi posti di lavoro. Nel 2014 ha fondato il Digital Citizen Found per sostenere le donne afghane e aiutarle a fare impresa.

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#guatemalacity

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La squadra di studentesse appassionate di robotica è frutto della sua opera capillare nel tessuto del paese, per costruire ipotesi di un cambiamento radicale riguardo le forme di discriminazioni nei confronti delle donne. E che non sia una strada facile lo testimonia proprio quanto accaduto nel 2017, all’inizio di quest’impresa educativa rivolta alle ragazze: i risultati raggiunti erano così considerevoli che il team venne invitato in America a mostrare le proprie capacità, ma questa visibilità creò molto fastidi in patria.

[…] Le ragazze del team incontrarono diverse specie di ostacoli quando, dopo aver fatto un viaggio di 500 miglia da Herat all’ambasciata americana a Kabul, furono loro negati i passaporti per partire alla volta degli USA. Nessuna ragione fu addotta e solo grazie a una protesta del governo americano, che garantì loro una status speciale, poterono partire. Quando ritornarono a casa, ci fu una tragedia: il padre della ragazza che capitanava la squadra fu ucciso da un attentato suicida.  (da BBC)

Per pura coincidenza, ieri sera mi sono imbattutta nelle parole di Ernest Hemingway con cui introduce il suo Addio alle armi: «Quanto più ci si avvicina a chi combatte e tanto più bella è la gente che si incontra». Erano parole belle anche fuori contesto, intuivo significasse qualcosa che ha a che fare con l’essere nella prova. Ora quella frase ha anche il volto di queste ragazze, che per tanti aspetti saranno assai simili alle nostre figlie adoloscenti, eppure sono dentro il fuoco vivo di una battaglia che brucia  la pelle e lo spirito. Ma la fucina incandescente è il luogo dove si forgiano oggetti preziosi, e in questo caso giovani anime appassionate, coraggiose, piene di speranza.

Qui possiamo vederle all’opera, le immagini e i loro volti suppliscano alla nostra ignoranza della loro lingua natia.

 

 

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