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Luciana Litizzetto e i due figli in affido: una «madre di botto» che cura ferite vive

LUCIANA, LITIZZETTO

Rai | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 08/06/20

Intervistata da Mara Venier a Domenica In l'attrice ha tolto la maschera dell'ironia per raccontare: "Mi piaceva l’idea di accompagnare un bambino per un pezzo di strada e poi lasciare che lui tornasse nella sua famiglia naturale".

Su molte testate questa mattina campeggiava il nome di Luciana Litizzetto e spontaneamente sarei passata oltre, perché ciascuno ha le sue simpatie e antipatie. Onestamente non apprezzo l’ironia della comica torinese e più volte ho guardato i suoi monologhi da Fazio solo a posteriori, per poter contestare a ragion veduta certe sue prese di posizione molto ideologiche. Gli articoli che la riguardano in queste ore ne svelano un ritratto privato, inedito ai più: è madre affidataria di due ragazzi ormai grandi, Vanessa e Jordan.




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Ne ha parlato ieri durante una lunga intervista a Domenica In, in cui in realtà moltissime parole sono state spese su altri argomenti ben più superficiali. Infatti, sia la Litizzetto che Mara Venier si sono infortunate e hanno a lungo riso sui loro rispettivi incidenti. Ed è alquanto amaro assistere a questi siparietti in cui l’unica risposta a questi tristi imprevisti che possono accadere sia riempirsi di cornetti rossi. Davvero di questi tempi possiamo proporre la superstizione come antidoto alle ferite? Pensavo questo mentre ascoltavo le due attrici che si parlavano a distanza, una nello studio Rai di Roma, l’altra collegata da casa sua a Torino.

Ed è stato perciò ancora più stridente constatare che, quando si è arrivati a parlare di altre ferite più profonde, ecco che il vero appiglio si è mostrato ben altro, una capacità di prendersi cura che è gratuita e premurosa anche quando si sente inadeguata. Dopo il putiferio ancora molto complicato da giudicare che chiamiamo «il caso Bibbiano», si coglie nelle parole di Luciana Litizzetto quel valore innegabile che c’è nell’accudimento speciale che è l’affido.

Accompagnare

L’affido mi fa venire le vertigini, perché è un’esperienza che mette a nudo il dato originale di ogni genitorialità. I figli non sono nostri e non restano con noi per sempre. Anche noi genitori naturali dovremmo ricordarci più spesso che siamo solo affidatari, presenze chiamate a sostenere, accompagnare, nutrire il destino libero di persone che non ci appartengono.

Su questo punto mi ha colpito un passaggio dell’intervista in cui la Litizzetto confessa a Mara Venier che era predisposta ad accogliere bambini che sarebbero stati con lei per un piccolo tragitto di vita. Non lo ha detto come chi vuole fare la «mamma a scadenza», ma come chi è pronto a prendersi cura di qualcuno finché ce n’è bisogno, sapendo mettersi da parte al momento giusto. Questa grande disponibilità mi ha colpito, perché parla di una gratuità di cui io mi sento carente.

Mi piaceva l’idea di accompagnare un bambino per un pezzo di strada e poi lasciare che lui tornasse nella sua famiglia naturale. Una dimensione quasi sociale. E poi ho cominciato a fare questa domanda, le cose sono andate avanti, e ne sono arrivati due. (da Domenica In)

I bambini che le è stato chiesto di accogliere erano già grandi, cioé vivevano coscientemente il dolore dei loro problemi con la famiglia naturale. Luciana racconta di essersi confrontata con Maria De Filippi, madre affidataria anche lei, e di aver vissuto l’esperienza di diventare «madre di botto» come un’esplosione dirompente:

È difficile perché è complesso l’istituto dell’affido, non è una passeggiata. Perché i ragazzini, soprattutto quelli che arrivano in affido, hanno avuto delle storie toccanti e sono arrivati già grandi. Lui aveva 9 anni, lei 11, quindi le ferite erano già belle vive e ancora non se ne sono chiuse. Non è semplicissimo. Bisogna adattarsi continuamente, essere resilienti, riuscire ad andare avanti e a dare l’amore come sai, perché ognuno fa come può, e cercare di raggiungere piccoli obiettivi.
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Ecco, ascoltando questo, mi sono ricordata di come sia difficile, ma indispensabile, incontrare le persone. Ci sono tra noi e gli altri divergenze a volte insuperabili, muri di antipatie e filtri ideologici che ci tengono lontani, eppure la sincerità dell’esperienza fa sempre la differenza e crea pertugi da non trascurare. Posso continuare a contestare fieramente molti discorsi della Litizzetto-attrice, ma non posso negare che nel donare questo suo squarcio di vita vissuta lei, come persona, abbia messo il dito in una piaga aperta per tutti: l’affetto e l’accudimento non sono una gara a cui siamo preparati.  La forza di amare non è una capacità dura e resistente, ma è malleabile sia nel rendersi disponibili a ciò che c’è (ed è diverso dalle aspettative), sia nello scacciare la presunzione di poter sempre superare i propri limiti. Nell’affido emerge con tutta la sua disarmante verità la certezza che il bene di un figlio non è un possesso in mano ai genitori, ed è solo a partire da questa «sconfitta» che si possono mettere a fuoco i contorni del nostro contributo al cammino delle anime che accudiamo.

Quando parla una madre

Era già capitato che Luciana Litizzetto accennasse al suo essere madre affidataria, ne aveva parlato in un monologo del novembre 2017 ospite alla trasmissione Stasera a Casa Mika. E anche in quel caso le sue parole furono paradossali da ascoltare. Dopo una lunga premessa puramente ideologica, evidentemente scritta per pagare il tributo al pensiero dominante per cui la famiglia tradizionale è un covo di legami disdicevoli ma ogni forma di altra relazione è lecita e meravigliosa perché «love is love», ecco che arrivò anche la voce sincera di madre. La parte più interessante di quel monologo era la lettera immaginaria scritta a tutti i figli in affido:

Te, che sei da maneggiare con cura, come c’è scritto sulle robe fragili. Che sei fatto di spine e ogni tanto pungi e ti dispiace. Che a volte non ci stai dentro e vuoi scappare, ma non sai da cosa. Te, che per paura di essere lasciato, lasci. Che non ti fidi mai. Te, che «dimmi che mi vuoi bene, ma dimmelo 20 volte di seguito». Te che «posso venire nel letto con te? E dimmi che non mi lasci anche tu». Te che è vero che sei un figlio o una figlia diversa, perché i figli nati solo dal cuore sono più figli ancora degli altri. Sei un figlio al quadrato, alla terza, alla quarta, alla quinta potenza. Perché sei stato l’attesa, il mistero, la pazienza, la tenacia, il senso definitivo di tutto.

C’è un salto astronomico tra la voce dell’ideologia preconfezionata e la voce dell’esperienza. Quando parla la madre, improvvisamente, le ferite si vedono e vengono chiamate per nome. Quando parla la madre, improvvisamente al centro della scena c’è il figlio. È proprio quell’attesa, quel senso di mistero, la pazienza e la tenacia a togliere ogni velo di astrattezza dai rapporti vissuti. Se c’è una frattura iniziale tra il bambino e chi lo ha messo al mondo, madre e padre, la voragine di quello squarcio sanguinante resta. Ed è meraviglioso che altre persone con gratuità e dedizione si prendano cura di queste ferite. Nessuna famiglia è perfetta, verissimo. Ci sono famiglie meravigliose che si adoperano per curare il male procurato da altri padri e madri. Ma, una volta vissuta la verità incarnata di ciò, non possiamo poi rimetterci la benda sugli occhi e vestire i panni di chi applaude ogni genere di relazione, anche se distrugge quelle presenzi essenziali che sono il padre e la madre. Se siamo d’accordo che al centro della scena ci sia quella voce che chiede «dimmi che non mi lasci anche tu», aiutiamoci a fissare sempre questo orizzonte, questo bisogno essenziale di appartenenza e lealtà con il dna di ogni essere umano.

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