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La missione di una psichiatra sopravvissuta al virus: aiuto i miei colleghi a combattere gli incubi

WOMAN CRYING,

Photographee.eu | Shutterstock

Silvia Lucchetti - pubblicato il 05/06/20

Le confidenze di Daniela Borella, una psichiatra cremonese guarita dal Covid-19, che oggi sostiene i colleghi reduci dalla trincea. "Li faccio parlare, li ascolto, cerco di aiutarli a riprendersi in mano la propria vita"

Tra le tante storie di medici che si sono duramente confrontati con l’epidemia da coronavirus c’è anche quella di una psichiatra, apparentemente una specialità non in prima linea nell’emergenza in corso. Daniela Borella, 65 anni, è il direttore dell’Unità Operativa di Psichiatria dell’Ospedale Oglio Po a Casalmaggiore in provincia di Cremona, il capoluogo italiano che annovera i maggiori contagi rispetto al numero di abitanti.

La febbre non passava, non mi reggevo in piedi

Il pomeriggio di sabato 14 marzo smonta dal suo turno per tornare a casa: si siede in salotto spossata, sta già male. In serata febbre a 40 gradi e durante la cena si accorge di non sentire i sapori: così inizia la sua lotta con il virus che la aggredisce violentemente invadendo il suo organismo con una polmonite bilaterale. Il 20 febbraio era stata a Codogno e aveva frequentato un collega che era stato a stretto contatto con Mattia, l’ormai famoso paziente uno.

Per giorni mi sono chiesta se sia successo tutto lì – racconta – la febbre non passava, l’antibiotico era insufficiente: non mi reggevo in piedi. Ho allertato i miei colleghi, volevano portarmi in ospedale ma ho preferito curarmi a casa grazie al loro aiuto. (Corriere)

Il tampone negativo: “sono tornata a lavoro”

Fatta la prima tac ha iniziato due settimane di terapia da sola in casa, ma con l’affettuoso supporto delle telefonate di tante colleghe e colleghi.

Dopo giorni di alti e bassi, di stanchezza continua e forza che vacillava – continua – solo ad aprile ho cominciato a sentirmi meglio. Una mattina mi sono svegliata ed è stata la svolta: stavo bene, il tampone era negativo. Ho preso la macchina e sono tornata al lavoro. (Ibidem)

Gli incubi e le paure del personale medico: “li faccio parlare, li ascolto, cerco di aiutarli”

Lì la attendeva una nuova sfida: quella di fornire supporto a tanti medici ed infermieri alle prese con il prezzo psicologico del loro impegno nella battaglia contro il coronavirus. Daniela così descrive il loro stato:

Sono segnati dalla tensione di questa emergenza, qualcuno mi racconta che ha gli incubi, sogna l’ospedale, teme che il caos di marzo possa tornare. Hanno negli occhi il riflesso di tutto lo strazio che hanno visto e vissuto, i pazienti portati via con le barelle e quelli del pronto soccorso trasportati dagli infermieri per essere intubati. Io li faccio parlare, li ascolto, cerco di aiutarli a riprendersi in mano la propria vita. (Corriere)

I traumi da superare

Alcuni di loro non vedono i figli da mesi per timore di contagiarli, altri mentre lavoravano in ospedale hanno ricevuto telefonate da colleghi esterni che annunciavano la morte di loro cari. L’ultimo medico che si è rivolto a lei le ha detto:

La paura più grande è stata uscire dall’ospedale a fine turno con dei volti in mente e tornare il giorno dopo con i letti occupati da volti nuovi, perché quelli di qualche ora prima erano tutti morti (…). (Ibidem)

Come rispondere a questa sofferenza?

Come rispondere a tutta questa sofferenza, in gran parte nascosta, che il personale sanitario deve dissimulare stringendo i denti per andare avanti? Disagio e dolore presente, seppur in modi e con percorsi diversi, anche nella popolazione che si rivolge al Servizio diretto da Daniela.

La risposta alle ansie dei pazienti non ce l’hai sempre, cerchi di tirarla fuori anche quando le domande ti spiazzano. (Corriere)

La strada maestra è quella di aiutarli a vedere che non tutto è grigio o addirittura nero:

Molti figli hanno trascorso più tempo con i papà o con i fratelli. Alcuni ragazzi sono diventati più autonomi, nei compiti o nelle faccende di casa, e anche questa è una lezione di vita. (Ibidem)

Sono guarita grazie ai miei colleghi e oggi voglio aiutarli

Ovviamente la sfida di guarire dalle ferite della mente causate dal Covid, rinforzando la resilienza delle persone, è una partita in gran parte tutta da giocare ancora, e di questo Daniela è perfettamente consapevole a motivo dell’esperienza vissuta sulla sua pelle.

Anch’io – confessa – ho avuto i miei momenti di fragilità. Non è stato facile: questo virus ti butta a terra. Mi sono rialzata anche grazie ai miei colleghi, da oggi ci aiutiamo a vicenda: io do una mano a loro, prima sono stati loro a darla a me. (Corriere)

La sorpresa più bella Daniela l’ha ricevuta tornando in ufficio dove ha trovato sulla scrivania una piantina di rose con questo biglietto:

Non le faccia mai sfiorire, e non ci lasci più. (Ibidem)

Il gesto di una paziente che non dimenticherò mai

Gesto che, con voce che cambia di tono e non nasconde lo stato d’animo che si è innescato – la psichiatra così commenta con chi la sta intervistando:

Me l’ha mandata una paziente. E sa perché questo gesto mi ha emozionato? Perché questo maledetto virus ha sbriciolato ogni certezza, ma ce n’è una che non ci ha rubato: la fiducia negli altri. Sapere che c’è qualcuno che ti ascolta. È la nostra missione. (Corriere)




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