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Vorrei che le mie preghiere fossero come le ciliegie

Di Anna Potiavina|Shutterstock
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Da gustare una dietro l’altra, tutte diverse ma simili, ognuna con il suo proprio gusto. Voglio imparare a pregare così, cercando la gioia e la pace che da ogni preghiera deriva.

Roba da grandi scorpacciate, una tira l’altra e non sei mai sazio. Mai. Invece le preghiere prima finiscono e meglio è: non è che non voglia dirle, ma insomma, prima arrivo in fondo alla scaletta programmata prima mi metto il cuore in pace. Difficilmente c’è posto per una in più. Invece le ciliegie mica le puoi contare. Sei troppo preso a mangiare. Con le ciliegie mica si può avere fretta. Ci si siede sotto alla pianta e quello che ci vuole ci vuole. Con calma, senza orari né un numero preciso. L’unico limite è l’altezza di quel maledetto ramo, quello lassù, sempre il più carico, coi frutti più rossi e sempre quello più in alto, mannaggia!

Signore, se le preghiere le avessi fatte come le ciliegie, succose, rosse, buonissime a ogni ora, snocciolerei cestini e cestini di rosari (…anche se poi, se la porta è davvero “stretta” come dici, forse non so se ci passerei comunque!).

Da oggi però voglio provarci a pensare alle preghiere come fossero ciliegie: non un qualcosa che devo fare, ma qualcosa che può solo darmi gioia, piacere, pace e senza il rischio dell’indigestione. Costa un po’ di fatica come quando mi stiro e mi arrampico per raggiungere quel ramo in alto carico di ciliegie. Ma si tratta solo di starci, con pazienza, per cogliere molto più del tempo o della fatica che devo dare. Quel ramo che si staglia contro il cielo è carico di grazia, quella che serve a riempire il cestino del cuore. Quel tempo sospeso è per me e me sola, voglio riempire i minuti come il cestino di vimini a primavera, sotto il ciliegio. E dovei imparare a prenderlo così, quel tempo, a gustarlo, a sentire il succo ad ogni morso, che poi la dipendenza verrà mangiando, Ave Maria dopo Ave Maria, proprio come con le ciliegie.

https://www.instagram.com/p/CAx0PHKjtT4/

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