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Perché sbagli se dici davanti a tuo figlio: “È fatto così, non c’è niente da fare”

CAPRICIOUS BOY,
BUENAFOTO | Shutterstock
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Una riflessione sui rischi derivanti dall’assumere un atteggiamento passivo di fronte alle caratteristiche biologiche di base dei nostri figli

Sul numero di maggio/giugno di Psicologia Contemporanea, un interessante articolo a firma di Silvia Bonino, professore onorario di Psicologia dello sviluppo presso l’Università di Torino, ci aiuta a comprendere perché è errato dire davanti a un figlio: “È fatto così, non c’è niente da fare”.

È il suo carattere, non possiamo farci niente!

Chissà in quante occasioni abbiamo assistito alla scena in cui un bambino di 2-3 anni piange insistentemente pretendendo di avere qualcosa che l’adulto gli nega, e non gratificato per tutta risposta esplode in una crisi di rabbia urlando e colpendo con calci e schiaffi il “colpevole”. Quest’ultimo, imbarazzato di fronte agli astanti che stanno guardando, il più delle volte giustifica l’accaduto con la frase: “è il suo carattere, non possiamo farci niente!”. Questo commento assolutorio per entrambi i protagonisti testimonia contestualmente una idea diffusa nel mondo adulto sul fatto che i bambini, già a quell’età, presentino un assetto caratteriale ormai stabilmente strutturato, per cui non resta che prenderne atto e rassegnarsi.

Non bisogna confondere il temperamento con il carattere!

Alla base di questa convinzione erronea, spiega la psicologa, vi è la confusione tra il significato di temperamento e quello di carattere. I genitori che hanno più di un figlio sanno bene che ogni bambino presenta fin dalla nascita un proprio temperamento, cioè il suo personale modo di relazionarsi con l’ambiente a base biologica. Per cui, continua l’autrice, possiamo osservare neonati più attivi e reattivi rispetto al mondo circostante, spesso intolleranti a minimi cambiamenti della routine a cui sono abituati, ed altri che invece sono più tranquilli e pazienti rispetto ad un eventuale ritardo nel soddisfacimento dei loro bisogni. Così come piccoli precocemente più socievoli, e coetanei che si rivelano invece meno inclini ad interagire con chi cerca di approcciarsi con loro. Queste ed altre caratteristiche temperamentali di base non sono però gli unici presupposti su cui si sviluppa nell’infanzia il carattere del bambino, su cui un peso almeno altrettanto determinante viene assunto dall’ambiente in cui il minore è inserito. Ad iniziare ovviamente dal contesto familiare, ed in particolare dall’atteggiamento dei genitori, condizionato a sua volta dalle loro aspettative e convincimenti mutuati dai rispettivi stili educativi ricevuti. Per cui, sottolinea la dottoressa, un bambino tranquillo potrà essere valorizzato da una coppia genitoriale che si sente gratificata da un figlio facilmente gestibile, mentre un’altra – per cui il maschio deve dimostrarsi molto attivo e vigoroso – nelle stesse condizioni potrà sentirsi specularmente frustrata rispetto alle proprie attese. Le stesse caratteristiche di “tranquillità” potranno essere molto apprezzate in una bambina se in sintonia con una visione genitoriale più tradizionale dell’immagine femminile, mentre potrebbero essere contrastate da una coppia timorosa di allevare una futura donna passiva.

Il rapporto tra patrimonio biologico ed ambiente

Tutto ciò esemplifica il complesso rapporto esistente tra il patrimonio biologico e l’ambiente di vita del bambino, che man mano dal nido domestico si amplierà nel percorso attraverso l’asilo fino ai diversi gradi della progressione scolastica. La psicanalisi ha giustamente sottolineato l’enorme rilevanza dei primi anni di vita per lo sviluppo del carattere, ma dobbiamo stare attenti a non ritenere, scrive Silvia Bonino, che con il terzo o il quinto, a seconda della prospettiva teorica adottata, tutti i “giochi” siano ormai conclusi. Le esperienze degli anni seguenti, nei diversi ambienti in cui verranno effettuate, svolgeranno un ruolo ancora molto importante nel plasmare ulteriormente le caratteristiche temperamentali di base così come influenzate dagli stimoli ricevuti nella prima infanzia, confermandole o sovvertendole. Un’educazione scolastica rigida e repressiva, continua l’autrice, potrà ad esempio ostacolare un atteggiamento di base curioso ed esplorativo, mentre una permissiva e scarsamente autorevole contribuirà a rinforzare tratti di egocentrismo ed impulsività destinati diversamente ad essere metabolizzati e opportunamente contenuti.

L’adolescenza

Inoltre con l’adolescenza il più articolato sviluppo cognitivo permetterà ai ragazzi di riflettere più ampiamente su se stessi ed essere in grado di agire attivamente nel riorientare, se ritenuto necessario, i propri atteggiamenti. È da questa complessa e reciproca relazione fra fattori temperamentali congeniti ed acquisiti – sia quelli inizialmente subiti che quelli attivamente agiti con l’ingresso nell’adolescenza – che si “distillano” le nostre caratteristiche caratteriali.

“C’è ancora molto da fare, ma pian piano il suo carattere migliorerà”

Per cui di fronte a quel bambino che scalcia e schiaffeggia l’adulto che non ha corrisposto ai suoi desiderata la frase giusta da pronunciare è: “c’è ancora molto da fare, ma pian piano il suo carattere migliorerà”. Solo così il bambino potrà avere la garanzia che genitori maturi e consapevoli lo aiuteranno a sviluppare nel modo migliore il proprio carattere, non confondendolo con il temperamento: comodo alibi per quanti, oggi adulti, sono stati purtroppo educati a deresponsabilizzarsi.

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