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Dopo la pandemia 5 parole per ricominciare: Speranza

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theskaman306 | Shutterstock

Don Francesco Cosentino - pubblicato il 28/05/20

La pandemia che ci ha colpito, oltre a svelare a noi stessi la vulnerabilità di cui siamo impastati e la fragilità della vita, ha tentato di minare alle basi e nel profondo la nostra speranza di vivere. Al di là dell’aspetto meramente biologico della paura di ammalarsi, essa ha lasciato in molti di noi uno strascico psicologico e interiore: come faremo a ricominciare? Ne avremo la forza? Dove troveremo la speranza per rialzarci e riprendere il cammino in modo nuovo?

La seconda parola per ricominciare, allora, è speranza. Quando smetto di guardare solo la punta del mio naso o delle mie scarpe pensando che il mondo finisca con me, e inizio a guardare oltre, a scrutare l’orizzonte, a pensare in grande, a credere che la vita è “di più”, allora faccio l’esperienza di ciò che chiamiamo “speranza”. Non si tratta del semplice ottimismo, che si affida a un generico e quasi “superstizioso” sentimento di positività: “speriamo che andrà tutto bene”; la speranza è al contrario un atteggiamento radicato in noi, una forza reale che muove i miei passi e l’orizzonte del mio camminare anche in mezzo alla tempesta: io so di non essere solo, di far parte di un progetto più grande, di avere qualcuno con me…e perciò, tutto andrà bene.


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Non si sottovaluti questa sottile distinzione: la speranza cristiana non è un ottimismo che si fa derivare dal caso, come dire “speriamo che domenica non piova”, ma in fondo sapere, già mentre pronunciamo una frase simile, che domenica potrebbe succedere il contrario e non dipende né da me né da altri. La speranza cristiana ha una sostanza diversa perché è fondata in Gesù Cristo, che ha spezzato le nostre catene, ha vinto la morte e ci ha promesso di essere avvolti nella Sua vita anche quando attraversiamo la notte. Perciò, la Sua presenza in noi ci dà la certezza, anche in mezzo al buio, che non vi è nulla della nostra vita che non possa essere illuminato e trasformato, non vi è niente che non possa diventare un nuovo inizio. C’è un futuro per ciascuno di noi: non è una semplice utopia per esorcizzare i momenti di crisi e di angoscia, ma è la promessa che già in Gesù si è realizzata e che, giorno dopo giorno, ci viene incontro e raggiunge anche noi. Io so, cioè, che qualunque cosa accada e in ogni situazione della mia vita, su di me esiste un progetto di felicità. Che io raggiunga questa meta non dipende solo dai miei meriti e successi, ma soprattutto dal fatto che essa è una certezza che Dio ha preparato per me. È qualcosa che mi sta venendo incontro, è il domani che mi attende dietro l’angolo, è Dio che mi aspetta sempre oltre i miei fallimenti. C’è sempre un domani che deve fiorire per me.


FATHER, CHILD, HAND

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Papa Francesco ha descritto così la speranza:

“Speriamo che succeda, è come un desiderio. Si dice per esempio: «Spero che domani faccia bel tempo!»; ma sappiamo che il giorno dopo può fare invece brutto tempo… La speranza cristiana non è così. La speranza cristiana è l’attesa di qualcosa che già è stato compiuto; c’è la porta lì, e io spero di arrivare alla porta. Che cosa devo fare? Camminare verso la porta! Sono sicuro che arriverò alla porta. Così è la speranza cristiana: avere la certezza che io sto in cammino verso qualcosa che è, non che io voglia che sia…La speranza cristiana è l’attesa di una cosa che è già stata compiuta e che certamente si realizzerà per ciascuno di noi”

Per ricominciare nel dopo pandemia questo è un atteggiamento necessario: non devo restare imprigionato guardando all’indietro, ma devo guardare la porta spalancata che sta davanti a me e mi chiama. Ricominciare significa invece: rimango aperto a ciò che succederà, alla vita che mi verrà incontro, a ciò che Dio susciterà per me e per la realtà che mi circonda, perché so con certezza che sarà così.

Nel Vangelo Gesù racconta una parabola su dieci vergini che attendono l’arrivo dello Sposo. Secondo la tradizione di Israele, le ragazze non sposate accompagnano la sposa in un corteo e aspettano che lo sposo arrivi. Ma, in questo caso, lo sposo ritarda. Poiché nella Scrittura lo Sposo è Gesù, è chiaro che l’evangelista sta parlando a una comunità che attende un ritorno imminente del Signore Risorto e, poiché Egli tarda, si sta scoraggiando: Lui è risorto, ma noi siamo rimasti qui con i problemi di sempre, le nostre difficoltà, le malattie, le guerre, le cose di sempre. Come mai lo Sposo non arriva a liberarci definitivamente? Il Vangelo risponde così: lo Sposo ritarda ma comunque è certo che arriverà, perciò non dobbiamo scoraggiarci. Siamo sicuri che verrà. Nell’attesa, dobbiamo coltivare il desiderio di Lui, restare vigilanti, cercarlo nei segni della sua presenza che sono qui in mezzo a noi, non spegnere la fiamma della lampada. Non restare paralizzati o rassegnati, cioè, ma attendere con speranza, sperare con animo vigilante, lavorare per realizzare la speranza.

Tra queste ragazze, dice il Vangelo, cinque hanno l’olio nella lampada, cioè nell’attesa dello Sposo non se ne stanno con le mani in mano, non si addormentano, non pensano che egli non arriverà più, non dicono che tutto è finito. Al contrario, restano sveglie, sognano l’incontro, la loro attesa diventa fiamma che brucia. Esse cioè sperano: chi spera ha la lampada della vita sempre accesa. Anche quando soffia il vento e cade la pioggia, egli sa che la vita ha un senso, che una strada si aprirà, che niente è inutile o perduto, che la fiamma non si spegne. Chi spera non si arrende mai alla notte, perché sa che anche nel cuore della notte può arrivare lo Sposo e accendere una nuova luce. E queste vergini, cosa hanno per sperare? Solo una piccola luce nella notte. Questo basta a tenerle sveglie e in attesa, e a non farle mancare l’appuntamento con lo Sposo. Non si inizia a vivere quando tutto è a posto: ti basta un po’ di luce dentro che non devi mai spegnere, ti basta non spegnere il coraggio, l’entusiasmo, l’attesa di ciò che Dio vorrà fare per te domani.

Nel dopo pandemia sarà importante coltivare questo atteggiamento interiore e anzitutto chiederlo nella preghiera; abbiamo un grande ritardo perché siamo stati fermi per oltre due mesi; siamo in ritardo con gli abbracci, con il lavoro, con l’affitto e con tante cose. Tuttavia, abbiamo una manciata di luce, un bagliore fioco, una fiamma che ancora non si è spenta; tocca a noi “restare svegli”, non mancare proprio adesso l’appuntamento con una vita che deve ricominciare in modo nuovo, attendere e desiderare il cambiamento, riprendere in mano il nostro destino senza cadere nella rassegnazione. Se restiamo svegli e proviamo a ricominciare, allora guardiamo la vita dal futuro che ci attende e non più dal passato che ci ha feriti.

Solo così, andrà davvero tutto bene.

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Dehoniane

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Francesco Cosentino, sacerdote calabrese, è docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana e officiale della Congregazione per il clero. Tra le sue pubblicazioni recenti: Immaginare Dio. Provocazioni postmoderne al cristianesimo (Cittadella, 2010); Il Dio in cammino. La rivelazione di Dio tra dono e chiamata (Tau, 2011); Sui sentieri di Dio. Mappe della nuova evangelizzazione (San Paolo, 2012); Incredulità (Cittadella, 2017).

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