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Ricordare chi non c’è più e commuoversi per la sua vita

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Shutterstock | Dragon Images
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Dopo la morte quello che resta è l’amore

Dire addio a una persona cara fa male all’anima. Fanno male le distanze imposte, e l’anima rimane da sola piangendo in silenzio. Il cuore si amplia o forse si ripiega su se stesso in un gesto di dolore.

Cosa ricorderanno di me quando me ne sarò andato? Che ricordo ho di chi ho amato, di chi mi ha amato, di chi ha costellato il mio cammino?

Il ricordo è il legame invisibile che mi unisce alle persone vive. Il ricordo attaccato alla pelle, alle mani di chi ama. Nelle parole custodite, nelle grida di speranza.

Mi commuovono le parole della figlia spirituale di un sacerdote partito per il Cielo qualche giorno fa:

“Era prudente, semplice, allegro, misericordioso. Aveva il dono di saper trattare le persone. Trattava tutti con lo stesso rispetto e la stessa delicatezza. Non importava la classe sociale o il livello economico. Solo una cosa era importante per lui: portare le anime al Santuario, ed essere immagine trasparente di Cristo, Buon Pastore, ma con un rispetto assoluto nei confronti della libertà personale. Compiere la volontà di Dio con ciascuno sembrava la sua norma di vita, perché non ha mai forzato alcuna situazione contro la dignità della persona”.

Queste parole mi risuonano nell’anima. Alla fine ciò che resta è l’amore. L’amore si compone di parole e silenzi, di gesti rispettosi, di compagnia calma e tranquilla.

L’amore calma l’anima con la delicatezza di una brezza, e alla fine, nell’assenza, poche cose restano custodite nella memoria. Poche parole scritte, poche parole dette.

Ripenso alla partenza di quel sacerdote che ho amato. Che ha accompagnato vari momenti del mio cammino. Non mi concentro sul partire da qualcuno dei suoi talenti. Non mi soffermo sulle sue virtù.

Mi commuovono le sue forme semplici, quell’umiltà che ritrae i santi. Era un uomo di Dio, di Cristo. Diceva José Antonio Pagola:

“Iniziamo a incontrare Gesù quando cominciamo a confidare in Dio come faceva Lui, quando ci avviciniamo a chi soffre come ci si avvicinava Lui, quando guardiamo alle persone come le guardava Lui, quando affrontiamo la vita e la morte con la speranza con cui le ha affrontate Lui”.

Egli ha vissuto così. È morto così. Ricordo la sua forza audace e taciturna per vivere con pace una malattia cronica e poi una mortale. Ricordo i suoi silenzi e i suoi gesti.

Rallegra la mia anima il fatto di poter parlare bene di un sacerdote che ha speso la sua vita, che ha effuso la sua anima, che ha sepolto i suoi sogni senza aspettare di raccoglierne il frutto. Sono stato testimone del suo amore umile.

E oggi, di fronte alla sua partenza, resto a guardare il cielo, è tempo di ascensione, lo ricordo. Lo vedo partire ora per sempre, non come altre volte, solo per un periodo.

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