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Se vuoi amare, devi morire!

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Robert Cheaib - pubblicato il 26/05/20

Il titolo di quest’articolo non viene dal coro della curva. Non è neanche una variante di «Osa uccidere» con il consiglio tenero di «non provare a cambiare tuo marito, accettalo». Un atto, sia chiaro, che richiede l’accetta. Non è, in questa seconda linea, neanche un incentivo a fare come la signora della battuta: «Dov’è tuo marito?» – «In giardino!» – «Ho guardato, non lo vedo!» – «Devi scavare un po’!».
Se vuoi amare, devi osare morire.

Più che un’opzione, «osa morire» è constatazione di un’esigenza assoluta e immanente all’amore. Don Tonino Bello ha colto nel segno quando ha detto che «amare, voce del verbo morire, significa decentrarsi, uscire da sé».

Ma cosa vuol dire questo morire? E perché? Cerco di spiegarmi!

Ci sposiamo, di solito, volendo fare dell’altro un rifornitore del nostro ego: «mi devi dare questo», «mi devi far sentire quello», «mi devi garantire quell’altro», ecc., tutto un mondo intorno all’Io! L’amore vero punta proprio a uccidere questa tendenza. L’amore uccide l’egoismo per salvare te dall’annegare in te stesso e per salvare la coppia dalla voragine dell’egoismo a due.

Il fallimento delle coppie può avere tantissimi motivi, ma grossomodo tutti i motivi possono essere ricondotti a questo: le coppie scoppiano perché uno dei due si ripiega sul suo egoismo, si rifiuta di morire a se stesso. Se vuoi sposarti, se vuoi formare una coppia seria, devi aver chiaro – e non sto esagerando – che non c’è un’istituzione più perfetta, fatta apposta per ucciderti come il matrimonio.

Non puoi vivere l’amore se non muori. Chi vuole amare realmente, deve uscire da se stesso. Uscire da sé, poi, non è sempre una piacevole estasi. Il più delle volte è un esodo. È un affidarsi all’ignoto, come un seme che si affida al freddo e al buio della terra, per morire. Solo accettando questa “sepoltura”, il seme può “risorgere” e dare frutto. Solo morendo a sé nel terriccio dell’amore si può sperare di rifiorire e di dare frutto.

Chi pensa che l’amore sia un’esperienza esotica, deve pulirsi le orecchie: l’amore è un’esperienza esodica. Chi vuole vivere l’amore, chi vuole amare, deve vivere un esodo: un’uscita dal proprio egoismo, dalla propria prospettiva, dai propri progetti, dai propri sogni e bisogni. Insomma, deve uscire da tutto ciò che gli è proprio… per questo non si esagera a dire: vuoi amare? – devi morire!

La morte quotidiana

Ma concretamente, cosa significa questa morte a sé?

L’amore è fatto di quotidianità e, a volte, il quotidiano pesa come un’eternità. Alcuni momenti sembrano non passare mai. Così, ad esempio, le notti insonni per accudire un neonato; i periodi di suspense per le insicurezze lavorative; cercare di stabilire relazioni semi-equilibrate con le famiglie di origine; calibrare i rapporti che sembrano non voler trovare pace o arrendersi all’idea che il figlio o la figlia ormai sono primariamente con un altro; trovare un ritmo sostenibile per il dialogo e l’intimità in mezzo alla frenesia e alla stanchezza accumulata, ecc.

La santa patrona di questa fase è una e unica: santa pazienza! Per avere un’idea di cosa sia la pazienza, basti pensare a come un bambino piccolo impara a camminare o a leggere. Recentemente, ho avuto modo di seguire con mia moglie i primi passi di un figlio nella lettura. Non mi ricordavo di quanto non fosse immediato e veloce il processo di apprendimento. Eppure, con la fatica speranzosa, l’esercizio di ogni giorno, il non perdersi d’animo, pian piano nostro figlio ha iniziato a riconoscere con sempre più precisione le lettere, poi a collegare le sillabe, in seguito a leggere parole intere, fino ad arrivare a leggere frasi intere e coglierne il significato.

È un processo lungo, faticoso, ma è l’unica via per imparare l’arte del leggere. Così, anche per imparare ad amare bisogna abbandonare la logica del tutto e subito, per fidarsi e affidarsi alla pazienza, alla disciplina che aprono la via al gioco realista dell’amore. Anche se tutti sono chiamati all’amore, l’amore non è da tutti. Non chiunque si sente attraversato da un «sentimento di amore» è capace di amare. Se l’uomo non esplora e non attiva il suo potenziale di amare, sarà un consumatore di sentimenti amorosi e non una persona che si consuma per amore. Perché l’amore è come un fuoco, ci alimenta e ci consuma allo stesso tempo.

Sembra una meta irraggiungibile, ma quale vero amore può accontentarsi della meta che Tonino Bello intravvede nel resto dell’affermazione già citata: Amare, voce del verbo morire, significa decentrarsi. Uscire da sé. Dare senza chiedere. Essere discreti al limite del silenzio. Soffrire per far cadere le squame dell’egoismo. Togliersi di mezzo quando si rischia di compromettere la pace di una casa. Desiderare la felicità dell’altro.

Rispettare il suo destino. E scomparire, quando ci si accorge di turbare la sua missione

Gesto pratico

Ci è istintivo volere cambiare l’altro. Si sposa l’alterità dell’altro nella sua prospettiva di alterazione. Si sceglie l’altro per se stesso, nel dinamismo del suo essere, e non come un immobile che si compra con il progetto di trasformarla a piacimento. La dinamica dietro a questa spinta è una: voglio che l’altro si trasformi per far comodo a me. Ora, escludendo i casi di violenza e di tratti caratteriali e comportamentali gravi, l’invito è quello di fare una sosta insieme, magari in un momento romantico a
piacimento, e di dire all’altro la diversità che vi piace di lui e lei. Un tratto caratteristico della sua alterità che volete custodire e accudire e non conformare alla vostra idea sull’altro.

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