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Cosa indica il coronavirus sulla “fine dei tempi”

coronavirus
Haris Mm | Shutterstock
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Può non essere la fine del mondo, ma l’umanità ha bisogno di unirsi per una minaccia apocalittica molto reale

Uno degli effetti secondari prevedibili della pandemia del coronavirus è stato l’aumento degli avvertimenti apocalittici sul fatto che si starebbe avvicinando la fine del mondo. Chi manda e-mail affermando che il Covid-19 indica l’arrivo della fine dei tempi ha buone intenzioni, e la sua ansia di diffondere le notizie è comprensibile, ma non coglie il punto della questione – in realtà due o tre.

Il primo è che Gesù stesso ha scoraggiato questo tipo di speculazioni. Nel Vangelo di Matteo si legge: “Ma quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma il Padre solo… Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà” (Mt 24, 36; 42).

Detto questo, però, in un certo senso – punto numero due – stiamo davvero vivendo la fine dei tempi, ma non c’è niente di nuovo al riguardo, perché la fine dei tempi risale a ben duemila anni fa – alla Resurrezione e all’Ascensione di Cristo – e continuerà fino al suo ritorno, indipendentemente da quando avverrà. Nel frattempo, la nostra unica certezza è che ciascuno di noi incontrerà Cristo e renderà conto di Lui probabilmente prima di quanto pensa.

Il “furore apocalittico” attuale ha molti precedenti storici. In passato, la gente reagiva allo stesso modo a peste e disastri. Ora è il turno del coronavirus, ma – punto numero tre – la vera lezione di questa pandemia non è il fatto che siamo arrivati alla fine dei tempi. La pandemia è un promemoria particolarmente grafico del fatto che la razza umana è una famiglia globale, pur se dolorosamente fratturata, e per questo la risposta giusta a peste e disastri è cercare l’assistenza divina facendo al contempo appello alle risorse ampiamente inutilizzate della solidarietà umana.

I Papi hanno sottolineato spesse e con vigore la fondamentale unicità della famiglia umana. Per fare un esempio, pensiamo a quello che ha affermato nella sua prima enciclica, la Summi Pontificatus, Papa Pio XII, accusato di indifferenza nei confronti dell’Olocausto.

Era l’ottobre 1939, meno di due mesi dopo che l’invasione tedesca della Polonia aveva dato il via alla II Guerra Mondiale. La causa principale del tragico conflitto che stava emergendo, scriveva Pio XII, era il ripudo della solidarietà umana tanto dolorosamente visibile nel razzismo e nel nazionalismo esasperato – un ovvio riferimento alla Germania nazista e, in misura minore, all’Italia fascista.

Deplorando questi “perniciosi errori”, il Pontefice denunciava “la dimenticanza di quella legge di umana solidarietà e carità, che viene dettata e imposta dalla comunanza di origine e dall’uguaglianza della natura razionale in tutti gli uomini, a qualsiasi popolo appartengano”, come anche dalla redenzione di tutti da parte di Cristo. I nazisti capirono che Pio XII si riferiva a loro, e da quel momento lo inserirono nella lista dei nemici.

Non c’è dubbio sul fato che la pandemia di coronavirus sia fonte di preoccupazione, ma quelli che pensano alla fine dei tempi – e anche tutti gli altri – farebbero bene a concentrarsi su un altro disastro ancor più minaccioso che sta prendendo forma: l’imminente crisi alimentare mondiale in cui si dice che 230 milioni di persone – come al solito dei Paesi poveri – potrebbero affrontare fame e morte. La federazione internazionale delle organizzazioni caritative cattoliche Caritas Internationalis afferma che questa “scossa di assestamento della pandemia” potrebbe dimostrarsi “ancor più complicata e letale” dell’impatto del virus.

L’America è stata lenta a rispondere al coronavirus, e il risultato è stato la morte di moltissime persone. Sarà lenta anche a rispondere a questa crisi? Ecco una sfida davvero apocalittica alla solidarietà umana che merita la nostra attenzione finché siamo ancora in tempo.

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