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Perché Dio non ha preservato l’uomo dal peccato, come Maria?

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Non sarebbe stato preferibile preservare gli esseri umani da qualunque stimolo a compiere il male piuttosto che crearli più fragili di fronte alle tentazioni? La risposta del teologo don Francesco Vermigli

Leggo nella vostra rubrica «Risponde il teologo» del 16 aprile che Maria Santissima fu preservata da ogni inclinazione al male «in vista dei meriti di Cristo». Quindi immagino che sia stato, sia e sarà sempre in potere di Dio preservare tutti e ciascuno da qualunque inclinazione al male.
Non sarebbe stato, ad ogni buon conto, preferibile preservare gli esseri umani da qualunque stimolo a compiere il male piuttosto che crearli più fragili di fronte alle tentazioni e con un’innata inclinazione a compiere il male, dal momento che questa debolezza costitutiva li espone maggiormente al rischio di fallire rispetto al fine ultimo a cui Dio li ha predestinati?
Michele Floris

Risponde don Francesco Vermigli, docente di Teologia fondamentale

I lettore prende spunto dalla mia risposta comparsa in questa stessa rubrica nel numero del 16 aprile. In particolare, riprende la mia spiegazione secondo la quale le parole «è stata preservata immune da ogni macchia di peccato» sono da intendersi non solo in riferimento alla preservazione dal peccato di Maria, ma anche alla sua preservazione da ogni inclinazione al male. E si chiede (lo parafrasiamo…): che giustizia è quella di Dio che lascia noi, invece, nell’inclinazione al male?

Innanzitutto, definiamo cosa si intende con «inclinazione al male». In teologia l’inclinazione al male che permane nell’uomo battezzato è detta con il termine «concupiscenza»: il battesimo riorienta l’uomo a Dio, ma le conseguenze del peccato rimangono nell’uomo, tanto da rimanere in questa tendenza al male (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica 405). Secondo le definizioni dogmatiche del Concilio di Trento questo fatto non si può considerare un peccato – pena la caduta nell’anatema – ma anzi la concupiscenza «essendo lasciata per la prova (ad agonem), non può nuocere a quelli che non vi acconsentono e che le si oppongono virilmente (viriliter) con la grazia di Gesù Cristo» (Denzinger, Enchiridion symbolorum, 1515). Per questo – come aggiunge subito dopo lo stesso decreto tridentino, citando 2Tm 2,5 – essa diventa l’occasione per ottenere la corona della gloria. Dunque si direbbe che nella prospettiva tradizionale la concupiscenza non è pensata contro l’uomo, ma al contrario come occasione per ottenere meriti davanti a Dio; quando la si combatte, si noti, «con la grazia di Gesù Cristo», non soltanto mediante le proprie forze.

Ritornerà forse alla mente un versetto di Paolo, laddove l’apostolo dichiara: «Dio è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere» (1Cor 10,13). Fermiamoci un attimo su questa dinamica fatta di impegno personale e di intervento della grazia, che si trova nel decreto di Trento, tanto quanto in Paolo. L’inclinazione al male in questa prospettiva viene ad acquisire una posizione gregaria e debole, se confrontata con la dinamica che sopra esprimevo, fatta di volontà umana che lotta contro questa inclinazione e di aiuto della grazia in questa lotta. E forse ci aiuta a capire meglio la stessa posizione di Maria davanti all’inclinazione al male.

Se la concupiscenza non è un peccato, ma può essere superata in virtù della grazia di Cristo, si può dire che tale grazia è talmente grande in Maria che vince ogni inclinazione al male, al punto addirittura di eliminare del tutto questa inclinazione. Per i meriti di Cristo Maria è preservata dal peccato e da ogni inclinazione al male, perché su di lei la grazia di Cristo ridonda in una maniera unica ed eccezionale. La salvezza che porta Cristo, in Maria raggiunge il suo apice di effetto di grazia, perché Maria è la Madre che vive la propria vita in assoluta simbiosi con il Figlio. E dunque vive in una posizione imparagonabile a qualunque altra creatura.

 

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