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È Gesù il compagno di viaggio che dà senso al cammino!

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Chiara Bertoglio - pubblicato il 21/05/20

Non è necessario che capiamo tutto di Lui, che abbiamo una fede da santi o da teologi, basta intuire che Egli è buono!

Questa mattina (l’articolo fa riferimento al 9/01/2016 N.d.R), il Vangelo proposto dalla liturgia (Mc 6,45-52) mi ha colpita, perché me ne ha ricordato da vicino un altro:

[Dopo che i cinquemila uomini furono saziati], Gesù subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare. Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla barca con loro e il vento cessò. E dentro di sé erano fortemente meravigliati, perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito.

Mi è venuto da pensare alla narrazione dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-53), che mi è sembrato svolgersi in parallelo; e dal raffronto sono nate delle riflessioni che condivido con chi lo desidera.
In Marco, i discepoli sono “costretti” a prendere il largo, ad allontanarsi dalla riva e dal Maestro sulla loro barca; e, nella Bibbia, il mare è sempre simbolo del male, delle difficoltà e dei pericoli (fisici e spirituali) della nostra vita. In Luca, i discepoli lasciano la città benedetta di Gerusalemme, lasciano il luogo della loro amicizia con Gesù.
In Marco, gli apostoli sono “affaticati nel remare” e hanno il vento contrario; in Luca, i discepoli hanno “il volto triste”.

In entrambi, Gesù raggiunge i suoi amici; in entrambi, Gesù “voleva oltrepassarli” o “fece come se dovesse andare più lontano”. Non vuole imporre la sua presenza, ma vuole essere invitato a restare.
In entrambi i casi, i discepoli non lo riconoscono, finché egli non si rivela loro (“Coraggio, sono io”; “Lo riconobbero nello spezzare il pane”).
In entrambi i casi, i discepoli “non comprendono” (“non avevano compreso il fatto dei pani”; “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro…”).
Infine, in tutti e due i casi, l’arrivo di Gesù porta la pace (“il vento cessò”) e la gioia (“non ci ardeva forse il cuore nel petto…?”).

Le somiglianze sono evidenti, ma possono rimanere solo un esercizio letterario; mi sembra bello, però, sottolineare il messaggio che mi pare se ne possa trarre. La nostra vita è intessuta di “viaggi per mare” in cui siamo abbandonati al fragile scafo di ciò che costruiamo, e che ogni soffio di vento forte o ogni ondata più grande delle altre rischia di rovesciare e distruggere; di momenti in cui ci viene da voltare le spalle a ciò che abbiamo amato perché ne abbiamo sofferto e non vogliamo soffrire più.




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In queste situazioni, Gesù si accosta e ci passa accanto; non ci obbliga a stare con lui, e anzi con discrezione si offre di allontanarsi se vogliamo rimanere soli con noi stessi e con la nostra sofferenza.
Si manifesta in modo diverso da come ce lo aspettiamo; ha il volto del nostro compagno di strada, ha la sembianza di colui che cammina lieve sul mare della sofferenza.
Possiamo chiedergli di venire nella nostra barca, e non è nemmeno necessario che capiamo tutto di lui, che abbiamo una fede da santi o da teologi; ci basta intuire che egli è buono, basta fidarci che la sua presenza possa portare un po’ di pace e di gioia nella nostra vita. E lui, con il suo sorriso, il suo incoraggiarci (“Coraggio, non abbiate paura!”), sarà il compagno di viaggio che darà senso al cammino.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA CHIARA BERTOGLIO

Tags:
fatica esistenzialegesù cristo
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