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Un’ex Guardia Svizzera scrive le sue memorie su Giovanni Paolo II

Photo Courtesy of Mario Enzler

John Burger - pubblicato il 18/05/20

Com’è essere una Guardia Svizzera vicina al Papa?

Il lavoro della Guardia Svizzera varia nel corso della giornata. Si trascorrono molte ore da soli, come ai portoni, facendo entrare e uscire la gente, molte ore nel Palazzo Apostolico, assicurandosi che tutto vada liscio e sia sicuro. Ci sono molti eventi in cui si è solo parte del protocollo. Non si interagisce con Sua Santità.

Ma poi ci sono altri eventi, magari in gruppi ristretti, e lui è proprio lì. Sua Santità trovava sempre il modo per venire a esprimere la sua gratitudine per il nostro servizio nei confronti del Successore di Pietro, o per scambiare qualche parola. Non mi sono mai seduto per discutere la Summa Theologia con Giovanni Paolo II; abbiamo solo avuto conversazioni saltuarie sulla vita, il tempo, lo sport, il cibo, le cose semplici.

E ogni volta che l’ho visto mi emozionavo. Ogni volta che parlavo con lui avevo paura. Sapevo che era diverso. Sapevo che aveva una luce. E quando mi guardava con i suoi occhi chiari potevo dire che stava guardando proprio me. Qualcuno una volta mi ha chiesto “Cosa significa essere un santo?”, e io dico sempre: “Ho trascorso molto tempo con lui e molto tempo con Madre Teresa, e avevano qualcosa in comune: quando mi parlavano si concentravano completamente e solo su di me”. Un santo si concentra su una persona alla volta. Quante volte parliamo alla gente e pensiamo a un milione di altre cose o guardiamo chi ci sta intorno o chissà che cosa… Ma con Sua Santità ho sempre avuto la sensazione di essere o al centro, e che la sua attenzione fosse concentrata su di me.

Trascorrere del tempo con lui, quindi, era sempre un viaggio emotivo per me, e un’opportunità. A volte stavo alla sua presenza senza parlare, ma osservando come interagiva con gli altri. Facevo attenzione a quello che diceva e osservavo la sua postura. Era importante per me vedere come muoveva le mani, come articolava la voce, come sottolineava alcuni concetti o rallentava. Era sempre un oratore eccellente.

Photo Courtesy of Mario Enzler

O guardavo quando celebrava la Messa – quelle grandi a San Pietro o le piccole Messe private -, sempre con meraviglia, come se venisse trasportato da un’altra parte. Stare vicino a lui era un’avventura. Pregava profondamente.

Cos’ha imparato da questo?

Ho imparato che la preghiera è importante, e quando preghiamo dobbiamo essere concentrati su quello che stiamo facendo piuttosto che farlo solo perché dobbiamo. La preghiera è un dialogo aperto. La maggior parte del tempo dobbiamo solo stare in silenzio; dobbiamo aspettare e ascoltare. Almeno nella mia esperienza, Dio spesso sussurra, e c’è quindi bisogno di silenzio. Bisogna essere in grado di fare attenzione anche ai segni più piccoli o alle piccole parole o immagini che Dio mette nella nostra mente o nel nostro cuore. Ho imparato che quando prego è un momento importante, e quindi tutto il resto deve rimanere fuori. Non permetto al telefono di distrarmi; mentre prego devo solo concentrarmi.

Sentiva che fosse arrivato a conoscerla davvero? Pensa che potesse leggerle nel cuore, entrare nella sua sfera privata?

Senza dubbio. L’unicità di Sua Santità era il fatto che se passava e tu eri sull’attenti si fermava e ti guardava, e non diceva niente per 10, a volte 15 secondi. Stava semplicemente davanti a te e ti guardava, il che, per una guardia, metteva un po’ a disagio, perché non ci si poteva distrarre. Lo si poteva fare solo se parlava con te.

Photo Courtesy of Mario Enzler

Quando mi guardava con i suoi occhi chiari – con l’intensità di un blu che non riesco ancora a ritrovare in un’altra persona – dicevo davvero “Wow, sta guardando me!” Se avessi fatto la sera prima qualcosa di cui non ero orgoglioso avrei pensato “Può vederlo!” Tante volte ho sentito come se potesse vedermi dentro come una risonanza magnetica.

Cosa potrebbe fare una Guardia Svizzera di cui non essere orgogliosa? Non eravate sotto stretto controllo?

Se si ha il giorno libero e si finisce al pub irlandese, si incontra un po’ di gente e si beve un po’ troppo… Si ha il coprifuoco, ma all’improvviso si fa tardi, e la guardia al cancello deve aprire per farti entrare, e deve riferire che sei arrivato in ritardo. E magari è il tuo migliore amico, e gli dici “Questo non è mai successo, vero?”

Ha imparato qualcosa su di sé attraverso la sua interazione con lui?

Assolutamente. La cosa più importante che ho imparato è che il sacrificio è fonte di redenzione. Penso di aver imparato proprio questo guardandolo, leggendo quello che diceva, stando alla sua presenza. Soffriva molto; la sofferenza era nel suo cuore un Vangelo più alto, e il messaggio che ne ho tratto è che il sacrificio porta alla redenzione perché c’è una ricompensa più profonda se compiamo sacrifici per il bene di un obiettivo più elevato e nel servizio agli altri. Ne ho fatto il mio motto. Do sempre tutto ciò che possiedo; non ho paura della sofferenza; non temo di sacrificarmi; è così che agisco con i miei cinque figli e che ho vissuto il mio matrimonio in questi 27 anni. Non ho paura di dire che ho chiesto a Dio la grazia di diventare coraggioso e di non avere paura della sofferenza.

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guardie svizzerelibrosan giovanni paolo ii
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