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La storia del granello di senape non l'avevo mai letta così!

TERESA DE LISIEUX

Wikipedia CC0

<strong>Santa Teresa di Gesù Bambino, “la piccola Teresa”</strong> Adepta della “piccola via”, questa religiosa carmelitana del XIX secolo è cara al cuore di molti cristiani. Nella Storia di un'anima mostra che la santità è anzitutto simile all'abbandono di un piccolino nelle braccia del padre. Rivoluzionaria, la “piccola Teresa” mette la santità alla portata di moltissimi.

Paola Belletti - pubblicato il 18/05/20

Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo con la sua geniale piccola via non smette di farci strada e di mostrarci nascosti e sicuri passaggi segreti per arrivare più in fretta vicini a Gesù.

Letture serotine, scoperte esplosive

Da Storia di un’anima di Santa Teresa di Gesù Bambino ho estratto una pietra preziosa che non avevo mai trovato altrove. Mi ci sono imbattuta nelle letture serali spesso faticose per la lotta impari che ingaggio contro il sonno. Prima che quello mi vincesse, Teresina mi ha addirittura fatto saltare sul letto e raddrizzare la testa già incassata nel cuscino.

Capita, leggendo o sentendosi richiamare brani famosi del Vangelo, che la nostra mente inserisca il pilota automatico e dica a sé stessa e al cuore: “so già di che si tratta”, al che lo spirito di solito aggiunge “abbiamo già meditato su queste parole e immagini”; in momenti di eccezionale autostima – ma forse dovrei dire orgoglio – potremmo sentirlo chiosare che “abbiamo già messo in pratica questo insegnamento”.




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Ci sono anche passi che, almeno a me succede così, saltiamo velocemente o a cui dedichiamo intenzionalmente poca attenzione perché ci turbano, arrivano troppo in fondo, fino alla radice dei nervi e rimescolano sentimenti e (pre)giudizi.

Signore, aumenta la mia fede, ma di più il mio amore per Te!

Questo, per me, è uno di quelli:

Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». Ed egli rispose: «Per la vostra poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile. (Lc, 17, 19-20)

Gesù ha appena liberato un giovane da uno spirito maligno; il padre lo aveva informato che i suoi discepoli, ai quali si era rivolto per primi, non erano riusciti nell’intento.

Per spostare montagne, per compiere grandi opere, per ottenere guarigione, liberazione, in una parola, miracolo ciò che serve è la fede.

Questo Gesù lo insegna continuamente. «La tua fede ti ha salvato» , «Non ho mai visto una fede così grande in Israele», «Avvenga per voi secondo la vostra fede».

Di fronte a questi fatti e alle parole di Cristo, e  per carattere e soprattutto per immaturità, personalmente ho sempre ceduto a una lettura auto accusatoria, a una svalutazione di me e della mia fede tanto impietosa, al punto da dovermi insospettire. Ora che lo scrivo già mi rendo conto di quanto poco sia tipico del Signore non provare pietà (che ne dici, anima mia, per esempio del non spegnere un lumicino fumigante e del non spezzare canne inclinate?). E, soprattutto nei momenti di grande prova, ho subìto internamente ed esternamente (in una sorta di involontaria “tortura degli amici”) affondi crudeli da questa lama che il dolore affilava sempre più: se non ottieni il miracolo è colpa della tua poca fede. Non ne ho nemmeno quanto un granello di sabbia o di senape, perché se ce l’avessi anche allo stato minimale allora sì  che potrei spostare queste montagne: quella dell’oppressione dal mio petto e della malattia dal corpo del figlio che amo.

Era uno sforzo disperante, il mio, e questa parola male intesa mi faceva soffrire di una sofferenza patologica, non benefica come lo è quella del parto, biologico o spirituale, poco importa. Non mi dilungo oltre, perché nella prova sono successe tante altre cose, le montagne non le ho spostate ma scalate e non ero mai sola. Il miracolo è segno di una Presenza ma a volte, al suo posto, ci si imbatte nella Presenza stessa.

Teresa soffre. Fino a che il piccolo Gesù non prende di nuovo in mano la Sua pallina

Leggendo qualche sera fa di Teresina di ritorno dal suo pellegrinaggio in Italia, tanto agognato in quanto mezzo per ottenere ciò che desiderava in modo bruciante, mi lascio con Lei alle spalle il ricordo dell’incontro in parte infruttuoso con il Santo Padre; e poi la visita alle rovine romane e alle opere d’arte della capitale, le sue piccole notazioni su ciò che vede e pensa, i piccoli souvenir che prende con sé; le lacrime ancora non hanno lasciato i suoi occhi di bambina volitiva – e determinata ad essere “sepolta” in fretta nel Carmelo, che dai finestrini del treno vedo con lei scorrere il mare, i porti, i piccoli borghi della costa tirrenica. Sta tornando in Francia con un peso sul cuore. Soffre intensamente, Teresa.




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Era il 1887 e in occasione del giubileo sacerdotale di papa Leone XIII quello della piccola Martin, messasi in viaggio con il papà e la sorella Cèline, è uno dei numerosi pellegrinaggi organizzati in quell’anno per rendere omaggio all’anziano Pontefice.

Torna piena della bellezza naturale e umana della quale ha fatto scorta, insieme con la certezza che tutte quelle meraviglie non sono che piccoli frammenti, anzi pagliuzze insignificanti “dopo che il mio cuore ha presentito ciò che Gesù riserva a coloro che Lo amano” (Storia di un’anima).

Mi ricorda la storia di una modella di cui mi raccontò un candidato intervistato per una ricerca di personale, anni fa. Mi disse che l’aveva stupito perché questa bellissima e talentuosa ragazza aveva lasciato la moda e si era ritirata in convento. Allora pensai, e glielo dissi, che forse la bellezza che aveva visto nella moda, nella celebrazione non per forza volgare del corpo femminile, non era stata motivo di disgusto ma forse insufficiente antipasto ed efficace aperitivo che l’aveva portata a cercare il nutrimento vero, pieno, quello che non delude mai.

In ogni faccenda, se sappiamo guardare, Dio lascia cadere briciole di pane per tornare sani e salvi a casa da Lui.

Sto tergiversando, e vi dico anche perché. Ho paura di non saper dire quel poco che ho intuito, di opacizzare la superficie lucente di questa pietra preziosa che ho trovato tra le pagine che magari tanti di voi conoscono e meditano profondamente da tempo.

Ad ogni modo, ci proverò.

Siamo a pagina 121 dell’opera citata (Edizioni OCD, 2001), nel Manoscritto A e Teresa racconta alla Madre diletta (Maria Agnese, anche se nella stesura definitiva l’opera sarà un tutt’uno e rivolta interamente alla madre Maria di Gonzaga, Ndr) cui è rivolto il diario:

Finalmente, 10 giorni prima di Natale, la mia lettera partì. Ben convinta che la risposta non si sarebbe fatta attendere, tutte le mattine, dopo la messa, andavo alla Posta con Papà, credendo di trovarvi il permesso di prendere il volo, ma ogni mattina recava una nuova delusione che tuttavia non faceva vacillare la mia fede. Chiedevo a Gesù di sciogliere la mie catene: Egli le spezzò, ma in modo del tutto diverso da quello che mi aspettavo…(…) Lasciò per terra la sua pallina, (…)
Avevo il cuore a pezzi quando andai alla messa di mezzanotte; speravo così tanto di potervi assistere da dietro le grate del Carmelo!… Quella prova fu molto grande per la mia fede, ma Colui il cui cuore veglia durante il sonno, mi fece capire che a coloro la cui fede è pari a un granello di senape, egli concede miracoli e fa spostare le montagne, per consolidare questa fede così piccola; ma per i suoi intimi, per sua Madre, non fa miracoli senza aver prima provato la loro fede.
Non lasciò forse morire Lazzaro benché Marta e Maria Gli avessero fatto dire che era malato? Alle nozze di Cana, la Vergine Maria domandò a Gesù di aiutare gli ospiti, ed Egli rispose che la sua ora non era ancora giunta…Ma dopo la prova, che ricompensa: l’acqua si tramutò in vino…Lazzaro resuscitò! Gesù agì così con la sua piccola Teresa: dopo averla lungamente provata, colmò tutti i desideri del suo cuore.

Gesù è il solo Maestro

Ho pensato con commozione a Gesù che istruisce direttamente Teresa; al fatto che è Lui il Maestro, anche per tutti noi, e che si serve certo di mediatori umani, soprattutto perché siamo guidati nell’obbedienza umile e custoditi dal rischio di ascoltare solo noi stessi, ma la Voce che seguiamo, mentre obbediamo ai nostri superiori fossero anche ingiusti, è solo la Sua. Che dolce persecuzione, saperLo tanto vicino da non potersene mai davvero allontanare, se non per l’orrore dei peccati che però (mi rendo conto dell’immensità che questo significa?) Lui ha sterminato, soffocandoli nel Suo sangue.

Gesù, in quel brano del Vangelo di Luca, non sta umiliando i suoi discepoli accusandoli di avere troppo poca fede, ma sta mostrando a cosa servano davvero, i miracoli. E se lo scopo è sempre e solo la maggiore intimità con Lui allora non sono sempre necessari, né lo sono in proporzione allo sforzo di fede che si mette in campo. Ho sempre provato disagio per la preghiera vissuta come una sorta di sfinimento, di maratona da percorrere fino a non avere più fiato, per la resistenza intesa come supplizio, di cui pure si parla, eccome! L’ascesi è il ring da non disertare della battaglia violenta contro sè stessi e le proprie inclinazioni nefaste. La fede è cosa da uomini veri, da persone in piedi e con i muscoli pronti a scattare. Non dico questo. Parlo di una degenerazione, di un modo di male intendere e infliggerci anche, reciprocamente, uno stile di vita spirituale parossistico, volontaristico, basato soltanto sul proprio sforzo.

Quando mi attardo in questa forma di ginnastica interiore mi ritrovo sola e con un‘amarezza profonda, un senso di inettitudine insuperabile e di miseria che anziché stringermi a Gesù mi allontana da Lui, dagli altri e da me stessa. Perseverare, resistere, ricominciare, stare: sono verbi evangelici che con la piccola Teresa, capace del più grande abbandono, diventano dolcezza, si fanno passaggio segreto, scorciatoia furba come quella volta che da bambina, non riuscendo a superare un grande cavallo che le si parava davanti, gli passò sotto la pancia.

Per me che sono spesso interiormente spossata, la via dell’infanzia spirituale di Teresa si schiude come una possibilità geniale, una specie Calvario semplificato per chi dà quel poco che ha, fatto quasi dormendo; è la possibilità di restare in pace anche sotto i colpi più duri, accusando sì il dolore e le umiliazioni che questi comportano ma sfuggendo alla coltre di desolazione che potrebbero portare in dote. Non li voglio, questi doni, non mi interessano. E non mi importa se non si vede che soffro, o meglio mi importa solo che lo sappia Dio, che è buono.

Oh Teresina, piccolo granello di senape!

La piccola Teresa era talmente piccola che è diventata lei stessa un granello di senapa e ha spostato montagne, rimosso macigni da milioni di cuori, gettato in mare massi per sgombrare il passaggio al Re. Grazie a Lei , il Risorto, continua a trovare spazio in cuori insospettabili, può arrivare come un “raccomandato” presso quelli che sarebbero i suoi nemici giurati; credo che Gesù stesso la mandi avanti a scassinare con quelle manine di bambina casseforti blindate, piene di cianfrusaglie e senza spazio per il grande Tesoro.

Come Benedetta Bianchi Porro, che a lei si ispirò fino alla fine dei suoi giorni brevi e pieni di sofferenze  – eppure diffondeva gioia!, anche Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, è un impossibile matrimonio di potenza devastante e fragilità, di somma dolcezza e durezza puntuta; di bellezza infantile e tratti deturpati. Succede così a chi assomiglia tanto al Signore.


CRISTO CORONATO SPINE

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