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Sul senso del non dire «Amen» alla Comunione

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Paul Freeman - Il Cattolico - pubblicato il 17/05/20

La propizia e gioiosa ripresa delle Celebrazioni “cum populo” domani 18 maggio ci aiuti a ri-centrare l’essenza di ciò che viene operato da Dio e a ri-significare i momenti ecclesiali della nostra liturgia.
Per meglio comprendere quanto scritto qui su Avvenire del 16 maggio e riprendendo anche quanto detto sempre su Avvenire il 14 maggio, ben più correttamente, da punto di vista liturgico, invito a leggere quanto segue.

Come ho ricordato più volte, ed in più contesti, l’Amen come risposta al vertice dossologico della Preghiera Eucaristica è il momento più alto della Liturgia e come tale andrebbe proclamato solennemente con il canto.

La Chiesa dovrebbe tremare a questa proclamazione. Il canto esprime il massimo della Solennità di quello che noi partecipiamo come Liturgia (cioè azione nostra) all’Opera di Dio.

L’Opera di Dio, invece necessita, per natura propria, da parte nostra, di silenzio. Assoluto.

Questo “Amen” di tutta la Chiesa, meta-temporale, meta-storico, che sorpassa luoghi e spazi in Cristo, per Cristo e con Cristo è il Culmen e la Fonte della Vita Cristiana.

Proprio questo “Amen” significa l’Amen che rivolgiamo davanti all’Eucarestia nella recezione della Comunione.

Questo deve essere ribadito perché tocca proprio le midolla della Vita Cristiana.

Pertanto se, per motivi di amore, di sé e degli altri (emergenzialmente), si suggerisce di non doverlo proclamare all’incontro e alla recezione Eucaristica (anche se può essere detto con la mascherina) si faccia almeno un cenno del corpo, un inchino solenne e profondo. Anzi lo si dica (l’Amen) inchinandosi profondamente e poi tendendo le mani nella recezione nei modi debiti dell’Eucarestia. Dopo ci si sposta a lato e si toglie la mascherina prendendo la Santissima Eucarestia.

Se non altro per riprendere le intenzioni del Santo Padre che ha ricordato la stessa cosa per il gesto non sostanziale, dello scambio della pace, come ricorda il card. Bassetti:

“… il Santo Padre non ha mai mancato di dire: «Scambiatevi un segno della pace». Qualcuno gli ha detto che non ci si può scambiare il segno della pace, ma il Papa ha risposto che non ci si può scambiare la pace avvicinandosi e dandosi la mano, ma lo si può fare anche a distanza con un sorriso, uno sguardo dolce e benevolo, che diventano un modo di comunicare pace, gioia e amore. E così, pur restando a debita distanza, cercheremo di scambiarci la pace.”

Ora se questo è vero per un gesto esplicativo della liturgia, come lo scambio fraterno della pace, tanto più lo è per una Proclamazione Solenne di Fede, come l’Amen davanti a Gesù Eucarestia.
Pertanto se per l’Amen si suggerisce di non proclamarlo con la bocca lo si proclami con il corpo per ri-significare e compiere quello proclamato solennemente al culmine della Preghiera Eucaristica.

E l’emergenza ri-significhi l’importanza di ciò che andiamo immeritatamente a ricevere e ad accogliere.

Qui l’articolo pubblicato sul blog “Il Cattolico”

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