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Essere padre e madre senza limiti: questo è essere buoni educatori

padre Carlos Padilla - pubblicato il 05/05/20

La cosa più importante che posso offrire come pastore a chi amo è il mio cuore, il mio amore puro, il mio tempo, il mio interesse

Ho molto della pecora e molto del pastore. Ho avuto genitori e pastori che ho seguito, ammirato, amato. Allo stesso tempo, so che nella vita dovrò accompagnare altri. Dovrò amarli, ammirarli e non lasciarli mai soli. E dovrò farlo sempre con affetto, con amore, e non ricorrendo mai alla paura.

Gesù si mostra come la porta dell’ovile:

“In verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

Il buon pastore si prende cura dei suoi e li fa entrare dalla porta del suo cuore. Non ho solo la vocazione di pecora per seguire i suoi passi.

Ho una vocazione molto chiara di pastore, di padre. Molti hanno confidato in me e hanno posto la loro vita nelle mie mani. Mi commuove sempre quando ci penso.

“Come educatore, sono sempre padre e madre delle mie pecore, e non solo durante l’atto educativo. Padre e madre sempre! Per questo devo essere imbevuto di una responsabilità paterna che si riflette in tutti i miei atti; tutto ciò che faccio possiede un valore pedagogico: che stia celebrando la Messa, mangiando o giocando. La responsabilità paterna è inseparabile dalla mia persona. Per questo, se dormo è per avere forze sufficienti per servire i miei, e se non dormo è sempre per servire le mie pecore. Per loro sacrifico la mia volontà, e soprattutto do il mio cuore per le pecore”.

È l’atteggiamento del pastore su esempio di Cristo. Dona il suo cuore, dona la sua vita.

Non cerca il suo interesse, né la soddisfazione dei suoi desideri. Non è egoista, e pensa solo a chi serve e chi educa. Non vuole se non il suo bene, non il proprio.

È così che devo guardare a Gesù per imparare, per essere un pastore migliore, per essere più generoso. Gesù si prende cura di me perché io mi prenda cura degli altri.

Divento pastore nel Pastore. Divento Cristo in Cristo. Voglio essere quella porta attraverso la quale molti possano passare. Con la libertà di cui parla Gesù, per poter entrare e uscire.

È una responsabilità immensa che Dio mi mette nelle mani. Vuole che li guidi a Lui.

Tutto ciò che faccio nella vita ha importanza. Ora che sono isolato si vedono con più chiarezza i miei difetti e i miei limiti.

Vedo che non sono all’altezza di quello che sto vivendo. Che in questi giorni di confinamento non esce il meglio di me, spesso emerge il mio egoismo. Divento impaziente, irascibile, poco tollerante.

E allora non tutto ciò che faccio è per i miei, per quelli che Dio mi affida. Cerco me stesso. Voglio che mi lascino tranquillo. Voglio riposare e avere pace. Non è questa la strada.

Per questo chiedo a Gesù che è il buon Pastore di educare il mio cuore secondo i suoi sentimenti. Voglio avere un cuore generoso, aperto, grande. Un cuore che si spezza per i suoi. Un cuore umile e servizievole.

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