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Una sopravvissuta al nazismo: il Rosario mi ha salvata a Ravensbrück

RAVENSBRUCK

o.Ang. | Bundesarchiv

Sandra Ferrer - pubblicato il 04/05/20

75 anni dopo la liberazione del campo di sterminio femminile di Ravensbrück, ricordiamo una delle sue prigioniere, Milena Zambon, salvata dalla sua fede

Il 30 aprile 1945, le donne prigioniere di Ravensbrück si sono risvegliate da un lungo incubo. Il campo di concentramento femminile creato dai nazisti a un centinaio di chilometri da Berlino è stato il più grande centro di sterminio per donne costruito dal nazismo dopo la sezione femminile di Auschwitz-Birkenau.

Dalla sua creazione nella primavera del 1939, migliaia di donne sono morte lì. Le sopravvissute hanno impiegato moltissimo tempo a superare l’orrore che avevano visto e sperimentato. Come sopravvivere a un’esperienza del genere? Non è sempre facile trovare una risposta, ma Milena Zambon l’ha trovata nella preghiera.

Nata a Malo (Vicenza) il 13 dicembre 1922, ultima di otto fratelli, Milena non rimase a braccia incrociate quando il fascismo iniziò a diffondersi in Italia, e rispose all’appello di padre Placido Cortese, un sacerdote francescano che coordinava un’organizzazione di resistenza nota come “Catena di Salvezza”. Padre Cortese e la sua squadra aiutavano a fuggire ex prigionieri alleati, ebrei e tutte quelle persone che si sentivano minacciate dalla mancanza di senso dei totalitarismi.

Milena sapeva che non era un’attività semplice ed era pienamente consapevole del fatto che stava mettendo in gioco la propria vita per salvare quella altrui, ma aveva un’alleata che la aiutava a non arrendersi. “Mi affidavo alla Madonna, ricorrendo a lei con cieca fiducia in ogni mio bisogno”, ha scritto nelle sue memorie.

MILENA ZAMBON
Fair use

Nel 1944, durante una delle sue azioni, Milena venne scoperta. Portata in varie carceri del Nord Italia, venne torturata senza che i suoi carcerieri riuscissero a farle tradire nessun altro dei membri della Catena di Salvezza. Milena sopravvisse alla tortura, ma non venne liberata. Dall’Italia fu trasferita a più di mille chilometri a nord, in Germania.

A Ravensbrück testimoniò le aberrazioni più orribili contro l’umanità. Lungi dall’arrendersi, oltre a consolare le sue compagne trovò nella preghiera una forza incalcolabile e un’energia che nessuno le poteva strappare.

Mesi dopo il suo arrivo a Ravensbrück, Milena fu testimone dell’arrivo delle forze armate alleate, che liberarono il campo alla fine dell’aprile 1945. A 23 anni aveva visto cose terribili ed era lontana da casa. Il viaggio di ritorno fu ugualmente penoso: malata ed esausta, attraversò mezza Europa rendendosi conto delle conseguenze devastanti di una guerra che non era ancora terminata.

Alla fine, dopo grandi sforzi, riuscì a ritrovare i propri cari. Era sopravvissuta a uno degli episodi più terribili nella storia dell’umanità e viveva per raccontarlo, ma la sua vita non sarebbe stata più la stessa.

Milena attraversò una crisi esistenziale, e trascorse vari anni cercando di trovare il suo destino. Nel 1948 lo trovò nel monastero di clausura di Sant’Antonio in Polesine di Ferrara. Prese l’abito e divenne monaca benedettina con il nome di Rosaria.

Poche persone erano a conoscenza della sua storia. Non voleva essere considerata un’eroina, ma vivere una vita di dedizione a Dio in pace e armonia con la sua comunità. Le superiore, però, volevano che il mondo conoscesse la sua testimonianza di vita e di coraggio, e la esortarono a scrivere le sue memorie. Grazie all’insistenza delle consorelle, il nome di Milena Zambon e il suo esempio di vita hanno valicato le mura del monastero, che è stato la sua casa fino a quando ha lasciato questo mondo, nel 2005.

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benedettinicampi di concentramentoclausuranazismo
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