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Perché San Giuseppe è associato al 1° maggio?

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@Anne.K

Hozana - pubblicato il 01/05/20

Ispirazione a vivere la festa del lavoro nell'isolamento per la pandemia

di Anne-Catherine Jova

Ormai da varie settimane, la quarantena imposta dalla crisi del Covid-19 ha turbato la vita professionale quotidiana di milioni di persone. Come organizzarsi? Quali obiettivi fissare? Come mantenere il contatto con la squadra o i clienti?

Di fronte alle tante domande che tutti si pongono, ecco una proposta: meditare sul lavoro contemplando la figura di San Giuseppe operaio, nella sua festa del 1° maggio.

Ogni giorno, dall’inizio della quarantena, ciascuno è stato portato a cambiare la propria routine quotidiana e a rivedere e adattare il proprio orario. Il lavoro, la vita di ogni giorno, i rapporti sociali… tutto deve essere reinventato. Siamo ansiosi, non sappiamo come fare, sorgono mille e una domande.

Come vivere, a immagine dello sposo di Maria, il lavoro in un’epoca di isolamento e di quarantena? Ho parlato con fra’ Dominique Joseph, monaco della Famiglia di San Giuseppe e direttore dell’Istituto Custodio Redemptoris, e con padre Gonzalo Mazarrasa, che condivide una meditazione quotidiana.

Da quando San Giuseppe è associato al 1° maggio?

Fra’ Dominique Joseph: In realtà è una cosa piuttosto recente. Il 1° maggio 1955, Papa Pio XII ha proposto San Giuseppe come patrono e modello dei lavoratori, e ha istituito la festa liturgica di San Giuseppe operaio.

È stato il contesto politico e sociale a dar luogo a quella decisione: il Papa voleva evangelizzare la festa del lavoro.

Molte fraternità e confraternite, soprattutto di falegnami, hanno contribuito alla preparazione di questa dichiarazione. L’onore concesso a San Giuseppe aveva aiutato a scoprire la dignità e il significato del lavoro.

Non bisogna soprattutto dimenticare che Gesù stesso ha voluto identificarsi con i lavoratori, visto che il Vangelo lo definisce “il figlio del falegname” (Mt 13, 55).

Come vivere questa festa quest’anno?

Fra’ Dominique Joseph: C’è sicuramente un lato paradossale nella celebrazione della festa del lavoro in un’epoca di quarantena. Siamo tutti più o meno fermi nei nostri progetti.

Nel nostro monastero a Saint Joseph de Mont-Rouge, in Francia, il 1° maggio è in genere occasione di un importante pellegrinaggio a San Giuseppe, ma per la prima volta questa tradizione cinquantenaria sarà interrotta.

Ricordiamo che il 1° maggio celebriamo fondamentalmente il mistero dell’Incarnazione. Come ci ricorda il Concilio Vaticano II, “con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo” (Gaudium et Spes, 22).

Il lavoro a cui siamo chiamati oggi può sembrare diverso. Il contesto è differente, le specializzazioni cambiano, ma è sempre lo stesso mistero. In altri termini, se l’isolamento, la quarantena, ci spinge a stare a casa, è anche un’opportunità per meditare su queste “mani d’uomo”. Cosa ne facciamo? Come consideriamo il nostro lavoro e quello altrui?

Cos’ha imparato Gesù nella bottega di San Giuseppe?

Fra’ Dominique Joseph: Tra le virtù che si praticano nella bottega di Nazareth, la coscienza professionale è una delle più importanti, perché il lavoro, come spiega San Giovanni Paolo II, è “un bene dell’uomo che trasforma la natura e rende l’uomo in un certo senso più uomo” (Redemptoris Custos, 23).

Il lavoro pesante è una conseguenza del peccato (Genesi 3, 19), ma il lavoro in sé è un dono di Dio. Il lavoro, soprattutto quello manuale, è importante nella vita umana e nella formazione dell’uomo.

Gesù ha imparato ad essere un uomo nella bottega di San Giuseppe. Seguendo il suo esempio, siamo invitati a fare lo stesso.

Non è una questione di essere lavoro dipendenti, e men che meno pigri. Attraverso la figura di San Giuseppe, così discreto nel suo banco nella bottega di Nazareth, scopriamo la bellezza del lavoro. Lo ha fatto per amor di Dio, in modo equilibrato, ed è certamente la lezione più bella che Gesù potesse imparare.

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