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Perché San Giuseppe è associato al 1° maggio?

@Anne.K
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Ispirazione a vivere la festa del lavoro nell’isolamento per la pandemia

di Anne-Catherine Jova

Ormai da varie settimane, la quarantena imposta dalla crisi del Covid-19 ha turbato la vita professionale quotidiana di milioni di persone. Come organizzarsi? Quali obiettivi fissare? Come mantenere il contatto con la squadra o i clienti?

Di fronte alle tante domande che tutti si pongono, ecco una proposta: meditare sul lavoro contemplando la figura di San Giuseppe operaio, nella sua festa del 1° maggio.

Ogni giorno, dall’inizio della quarantena, ciascuno è stato portato a cambiare la propria routine quotidiana e a rivedere e adattare il proprio orario. Il lavoro, la vita di ogni giorno, i rapporti sociali… tutto deve essere reinventato. Siamo ansiosi, non sappiamo come fare, sorgono mille e una domande.

Come vivere, a immagine dello sposo di Maria, il lavoro in un’epoca di isolamento e di quarantena? Ho parlato con fra’ Dominique Joseph, monaco della Famiglia di San Giuseppe e direttore dell’Istituto Custodio Redemptoris, e con padre Gonzalo Mazarrasa, che condivide una meditazione quotidiana.

Da quando San Giuseppe è associato al 1° maggio?

Fra’ Dominique Joseph: In realtà è una cosa piuttosto recente. Il 1° maggio 1955, Papa Pio XII ha proposto San Giuseppe come patrono e modello dei lavoratori, e ha istituito la festa liturgica di San Giuseppe operaio.

È stato il contesto politico e sociale a dar luogo a quella decisione: il Papa voleva evangelizzare la festa del lavoro.

Molte fraternità e confraternite, soprattutto di falegnami, hanno contribuito alla preparazione di questa dichiarazione. L’onore concesso a San Giuseppe aveva aiutato a scoprire la dignità e il significato del lavoro.

Non bisogna soprattutto dimenticare che Gesù stesso ha voluto identificarsi con i lavoratori, visto che il Vangelo lo definisce “il figlio del falegname” (Mt 13, 55).

Come vivere questa festa quest’anno?

Fra’ Dominique Joseph: C’è sicuramente un lato paradossale nella celebrazione della festa del lavoro in un’epoca di quarantena. Siamo tutti più o meno fermi nei nostri progetti.

Nel nostro monastero a Saint Joseph de Mont-Rouge, in Francia, il 1° maggio è in genere occasione di un importante pellegrinaggio a San Giuseppe, ma per la prima volta questa tradizione cinquantenaria sarà interrotta.

Ricordiamo che il 1° maggio celebriamo fondamentalmente il mistero dell’Incarnazione. Come ci ricorda il Concilio Vaticano II, “con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo” (Gaudium et Spes, 22).

Il lavoro a cui siamo chiamati oggi può sembrare diverso. Il contesto è differente, le specializzazioni cambiano, ma è sempre lo stesso mistero. In altri termini, se l’isolamento, la quarantena, ci spinge a stare a casa, è anche un’opportunità per meditare su queste “mani d’uomo”. Cosa ne facciamo? Come consideriamo il nostro lavoro e quello altrui?

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