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Alessandro D’Avenia: “Ce la faremo?” Sì, da risorti!

ALESSANDRO D'AVENIA;
peacepix | Shutterstock
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Lo scrittore siciliano, partendo dal Vangelo dei discepoli di Emmaus, risponde ad una domanda che tutti ci stiamo ponendo in questo momento di difficoltà: “Ce la faremo?”

Da settembre scorso ogni lunedì sul Corriere lo scrittore palermitano Alessandro D’Avenia, il professore (anzi prof. 2.0!) più amato e seguito d’Italia, tiene la rubrica “Ultimo banco”, proprio per onorare il posto dove scelse, come tanti di noi, di sedersi fin dalle elementari. L’articolo pubblicato oggi si intitola: Ce la faremo?. Immediatamente viene da pensare all’ormai logoro “Andrà tutto bene” ma qui la questione è diversa, ed è appunto una questione, una domanda.

Alessandro D'Avenia
Photo By Marta D'Avenia

Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo

La riflessione di D’Avenia nasce dalla lettura del capitolo 24 del Vangelo di Luca che abbiamo meditato pochi giorni fa: il famoso episodio dei discepoli di Emmaus. Un viandante solitario, spiega lo scrittore, chiede a due uomini di cosa stiano parlando, e uno di questi gli risponde raccontando di come abbiano sperato e creduto che Gesù fosse il Messia fino a che purtroppo non era stato crocifisso e il suo corpo era addirittura scomparso dalla tomba. Quel viandante è proprio Cristo, ma i discepoli non lo riconoscono.

Il mistero è doppio: un uomo morto cammina con i suoi amici che, benché siano in grado di percepirne la presenza, non lo riconoscono. Percepire e riconoscere sono qui posti su due livelli diversi e, pare, incompatibili. (Corriere)

Se ne tornano alla solita vita di prima, senza gusto

I due infatti speravano in un posto nel regno del Messia, ma «ai loro occhi» Gesù si era dimostrato un sognatore, e così se ne tornano alla solita vita di prima, senza gusto. Il gusto che si perde quando si è malati: tra i cinque sensi è infatti quello che usiamo come metafora per la qualità della nostra vita. (Ibidem)

Il gusto si perde quando si è malati

Perché i due discepoli di Emmaus sono “malati”? Mi vengono in aiuto le parole di don Giulio Barbieri, in merito a questo brano. La vita dei discepoli di Emmaus è senza gusto, malata, perché si aspettavano un  tipo diverso di salvezza, si erano fatti un’idea di come Gesù dovesse liberarli, ed è per questo che non lo riconoscono. E anche noi, soprattutto in un tempo difficile da comprendere come questo, siamo tanto simili ai discepoli di Emmaus. Delusi, incapaci di riconoscere il Signore nella nostra vita. Ma afferma il sacerdote…

Quando sei deluso da Dio, non sei deluso davvero da Dio, perché quel Dio te lo sei inventato tu, non esiste, Dio vero non delude. Noi ci immaginiamo come deve essere la salvezza nella nostra vita: ti immagini che cosa deve fare, cosa deve cambiare Cristo nella tua vita, nella tua storia. Questo è un atteggiamento umano, naturale, infatti prima Gesù gli spiega le scritture, e loro si sentono ardere il cuore perché la Parola di Dio li illumina, ci illumina e distrugge queste false idee di Dio e di salvezza che abbiamo. E poi celebra l’Eucaristia con loro e in quel momento i loro occhi si aprono, ma non si aprono per buona volontà ma per una grazia, una grazia immeritata che Cristo nella sua generosità elargisce.

Tutto ci delude perché desideriamo l’infinito!

Continua D’Avenia affermando che Cristo cura la delusione dei due discepoli di Emmaus attraverso le Scritture («Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?»), e solo così tornano il senso, il gusto, la gioia.

(…) il viandante (…) raddrizza le loro aspettative accecate dal desiderio ristretto di auto-affermazione. Così cura la loro delusione: è inevitabile che tutto ciò da cui speriamo di ricevere senso, se è finito, ci deluda, perché il desiderio umano è infinito per definizione e nessun «finito» potrà mai bastargli. (Corriere)

Quando perdiamo le nostre certezze possiamo riconoscere l’infinito

E poi prosegue lo scrittore:

Ma è proprio in una situazione (come la attuale) in cui perdiamo le nostre finite o finte certezze che ci disponiamo a riconoscere l’infinito. Lo straniero ripara la loro «svista»: non è la quantità di potere a dare senso alla vita bensì quella di amore. Non possono riconoscerlo perché lui è venuto a servire, non a dominare. Loro si aspettavano il trionfo (…) ma l’amore non domina, si dà e lascia liberi, non vince ma avvince e convince. (Ibidem)

La delusione viene curata e trasformata in desiderio

Quando i discepoli di Emmaus riconoscono Gesù? Quando Lui si ferma a mangiare con loro e spezza il pane:

(…) la delusione dei due, frutto di false aspettative, viene curata (…) e trasformata in desiderio: gli chiedono di rimanere a cena. Ed è allora che lo riconoscono. Il luogo in cui c’è «gusto» è nelle cose quotidiane, vissute con l’apertura e la cura di chi invita un amico a cena. I due infatti ripartono subito verso Gerusalemme per raccontare tutto agli altri. (Corriere)

La resurrezione è una rivoluzione da ricevere e non da fare

E anche quando il Signore sparisce dalla loro vista, non sono più tristi né spaesati, perché hanno scoperto che il Maestro, come scrive D’Avenia…

(…) è ovunque, a loro disposizione («Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo»), perché la resurrezione è una rivoluzione da ricevere e non da fare («Io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me»). Quando umano e divino cenano alla stessa tavola, allora l’ordinario diventa straordinario. (Ibidem)

Ce la faremo? Come? Grazie a Chi?

Torno in chiusura alla catechesi di don Giulio a cui avevo accennato già qualche paragrafo sopra. Sì, ce la faremo perché Cristo è risorto e noi possiamo chiedergli la grazia di concederci occhi capaci di vedere anche sulla croce che stiamo vivendo (la pandemia, una malattia, qualsiasi sofferenza), che quello è veramente un anticipo di resurrezione, “che il Signore ci conceda di stare lì sulla croce, che è brutta, dura, difficile, si soffre, ma con la ferma speranza e con la certezza che Cristo proprio lì si manifesta risorto e potente”.

Solo ciò che è fatto con e per amore diventa vivo!

Conclude D’Avenia:

Risorgere è la ricetta per dare infinito gusto alla vita, perché permette di riconoscere la vita nascosta in ogni cosa: a casa, a lavoro, nel dolore, nella fatica, nelle relazioni, nella luce sulle foglie… in tutto, perché solo ciò che viene fatto con e per amore diventa vivo. Così la «vita di sempre» diventa la «vita per sempre». Solo così «ce la faremo». (Corriere)

Solo l’amore ci libera dalla schiavitù dell’egoismo e ci permette di gustare il miracolo della vita presente anche nelle cose più assurde.

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