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Cardinal Turkson: pensiamo al dopo COVID-19 per non essere impreparati

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Antoine Mekary | ALETEIA

Vatican News - pubblicato il 15/04/20

Il Prefetto del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale sottolinea l’impegno in favore delle “Chiese locali per salvare vite umane e per aiutare i più poveri”. Creati cinque gruppi di lavoro per fronteggiare l'emergenza e pensare al futuro

La Chiesa è in prima linea in tutto il mondo nel fronteggiare le conseguenze del coronavirus. Necessità non solo sanitarie, ma anche economiche e sociali proiettate nel breve e lungo periodo. Mentre si continuano a sperimentare vaccini e cure per debellare il COVID-19, le previsioni del Fondo Monetario Internazionale per il 2020, parlano di un calo del 3% del prodotto interno lordo mondiale.

La flessione sarebbe peggiore della “Grande depressione” degli Anni Trenta. In questo scenario il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, sottolinea che “A una crisi rischia di seguirne un’altra e altre ancora, in un processo dove saremo costretti a imparare lentamente e dolorosamente a prenderci cura della nostra Casa comune, come Papa Francesco insegna così profeticamente nell’enciclica Laudato si’”.

Eminenza, il Papa l’ha ricevuta in udienza diverse volte per parlare dell’emergenza Coronavirus. Qual è la preoccupazione che le ha manifestato?

“Il Papa ha espresso la sua preoccupazione per il tempo presente, per la crisi mondiale generata dal COVID-19 e per gli scenari drammatici che si affacciano all’orizzonte. Ci ha detto di non perdere tempo, di metterci immediatamente al lavoro, poiché siamo il Dicastero di riferimento. Dobbiamo agire subito. E dobbiamo da subito pensare per il dopo”.

In cosa consiste il mandato che è stato affidato al suo Dicastero e qual è la vostra missione?

“Il Santo Padre ci ha affidato due compiti principali. Il primo riguarda l’oggi: la necessità di offrire con prontezza, con sollecitudine, con immediatezza il segno concreto del sostegno da parte del Santo Padre e della Chiesa. Dobbiamo offrire il nostro contributo, in questo momento di emergenza. Si tratta di mettere in campo azioni di supporto alle Chiese locali per salvare vite umane, per aiutare i più poveri. Il secondo riguarda il dopo, il futuro, riguarda il cambiamento. Il Papa è convinto che siamo ad un cambiamento di epoca, e sta riflettendo su ciò che verrà dopo l’emergenza, sulle conseguenze economiche e sociali della pandemia, su quel che dovremo affrontare, e soprattutto sul modo in cui la Chiesa potrà offrirsi come punto di riferimento sicuro al mondo smarrito di fronte a un evento inatteso. Contribuire all’elaborazione di un pensiero su questo è il nostro secondo compito. Il Papa ci ha chiesto concretezza e creatività, approccio scientifico e immaginazione, pensiero universale e capacità di comprendere le esigenze locali”.

Come state impostando questa attività?

“Abbiamo costituito 5 gruppi di lavoro che sono già all’opera. Abbiamo già avuto due incontri di lavoro con il Santo Padre. Abbiamo creato una cabina di regia, di coordinamento, per coordinare le iniziative che riguardano l’azione di oggi e quelle che riguardano preparare il domani. Il nostro è un servizio in termini di azione e di pensiero. Servono azioni concrete subito, e le stiamo facendo. E serve guardare oltre l’oggi, tracciare la rotta per la navigazione difficile che ci attende. Se non pensiamo al domani ci troveremo di nuovo impreparati. Agire oggi e pensare il domani non sono in alternativa. Non siamo di fronte ad un “aut aut” ma a un “et et”. Il nostro team ha già avviato una collaborazione con la Segreteria di Stato, con il Dicastero per la Comunicazione, con Caritas Internationalis, con le Pontificie accademie per le Scienze e per la Vita, con l’Elemosineria Apostolica, con la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e con la Farmacia Vaticana. Con il nostro team si è creata una modalità in un certo senso nuova di collaborazione fra i diversi Dicasteri e i diversi uffici della Santa Sede. Una modalità da task force. Una modalità agile che testimonia l’unità e la capacità di reazione della Chiesa”.

Da chi è composta la Commissione che è stata creata all’interno del Dicastero e quali sono i suoi ambiti di intervento? Vi partecipano anche personalità o strutture esterne alla Santa Sede?

“La commissione è composta da 5 gruppi di lavoro. Il primo gruppo è già al lavoro sull’emergenza. Lavora con la Caritas Internazionale. Ha avviato meccanismi di ascolto delle Chiese locali per identificare i bisogni reali e assistere nello sviluppo di risposte efficaci e adeguate. Ha chiesto ai Nunzi e alle Conferenze Episcopali di segnalare le questioni sanitarie e umanitarie che richiedono azioni immediate. Serve uno sguardo largo. Serve non dimenticare nessuno: i carcerati, i gruppi vulnerabili. Serve condividere le buone pratiche.

Il secondo gruppo ha il compito di scrutare la notte, come la sentinella, per vedere l’alba. E per far questo serve connettere le migliori intelligenze nelle aree dell’’ecologia, dell’economia, della salute, della sicurezza sociale. Serve la concretezza della scienza e serve profezia, creatività. Serve un andare oltre. Questo Gruppo lavorerà in strettissima collaborazione con la Pontificia Accademia della Vita, con la Pontificia Accademia delle Scienze e con la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

Il terzo gruppo ha il compito di comunicare il nostro lavoro, e di costruire -attraverso la comunicazione – una nuova consapevolezza, di chiamare attraverso la comunicazione ad un impegno rinnovato. Una sezione del sito di Human Development sarà dedicata alla comunicazione del nostro team.

Il quarto gruppo coordinato dalla Segreteria di Stato si occuperà di tutte le possibili iniziative riguardo al rapporto con gli Stati o multilaterali. C’è bisogno anche qui di azione concreta e di profezia.

Il quinto gruppo si occuperà di reperire in maniera trasparente i fondi necessari promuovendo una circolarità virtuosa della ricchezza.

Stiamo muovendo i primi passi. Sappiamo che c’è tanto da fare. Ci impegneremo con tutte le energie di cui siamo capaci. Stiamo coinvolgendo anche istituzioni che tradizionalmente hanno collaborato – e tutt’ora collaborano – con il Dicastero, come per esempio Georgetown University, Universität Potsdam, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, World Resources Institute, e molti altri”.

La Chiesa tutta è molto impegnata in questa emergenza: ci sono le Caritas, le congregazioni religiose, le comunità, gli organismi e i movimenti cattolici… Si è mobilitata tutta la rete di carità e solidarietà del mondo ecclesiale. Quali rapporti avrete con queste realtà?

“La rete della Chiesa nei singoli Paesi è essenziale. Il lavoro che fanno le Caritas è straordinario. Tutto quello che faremo, sarà fatto in comunione fra noi a Roma e le Chiese Locali. Il team è al servizio del Papa e delle Chiese. La nostra missione non è rimpiazzare l’azione delle Chiese locali, ma aiutarle ed essere da esse aiutati. Siamo gli uni al servizio degli altri. Non capiremmo il tempo che viviamo se non facessimo così. Ma è così soprattutto che si manifesta l’universalità della Chiesa”.

Perché è importante già oggi pensare alle prospettive future?

“Ragionare da subito su ciò che verrà dopo è importante per non essere impreparati. La crisi sanitaria ha già innescato una crisi economica. E la crisi economica se non viene affrontata subito rischia di provocare una crisi sociale. A una crisi rischia di seguirne un’altra e poi altre ancora, in un processo dove saremo costretti a imparare lentamente e dolorosamente a prenderci cura della nostra Casa comune, come Papa”.

Francesco insegna così profeticamente nell’enciclica Laudato si’.

“C’è bisogno di coraggio, di profezia. Il Papa lo ha detto con chiarezza nel suo messaggio Urbi et Orbi. Non è questo il tempo dell’indifferenza, degli egoismi, delle divisioni; perché tutto il mondo sta soffrendo e deve ritrovarsi unito nell’affrontare la pandemia. È invece l’ora di allentare le sanzioni internazionali che inibiscono la possibilità dei Paesi che ne sono destinatari di fornire adeguato sostegno ai propri cittadini. È l’ora di mettere in condizione tutti gli Stati di fare fronte alle maggiori necessità del momento. È l’ora di ridurre, se non addirittura condonare, il debito che grava sui bilanci degli Stati più poveri. È l’ora di ricorrere a soluzioni innovative. È l’ora di trovare il coraggio per aderire all’appello per un cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo. Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone e salvare vite”.

Come è chiamato a vivere questa prova l’uomo di oggi?

“L’uomo riscopre oggi tutta la sua fragilità. Riscopre, anzitutto, che abitare la Terra come Casa comune richiede molto di più: richiede la solidarietà nell’accesso al bene della creazione come “bene comune”, e solidarietà nell’applicazione dei frutti della ricerca e della tecnologia per rendere la nostra “Casa” più sana e vivibile per tutti. In questo l’uomo riscopre Dio, che ha affidato all’uomo tale vocazione alla solidarietà. Riscopre quanto il destino di ognuno è legato a quello degli altri. Riscopre il valore delle cose che contano e il non valore di così tante cose che ritenevamo importanti. Come ha detto il Papa il 27 marzo: “La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità”.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE




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