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Nel silenzio, il coronavirus fa vittime e contagi nelle carceri

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Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 15/04/20

Due morti e decine di positivi, anche tra agenti e medici. Situazione esplosiva. Antigone: subito ai domiciliari 10mila carcerati. Il cappellano: detenuti incerti e disperati, dietro la sbarre solo miseria

Una bomba che rischia di esplodere nel (quasi) silenzio generale. Il coronavirus nelle carceri ha già causato la morte di due detenuti e decine di contagi.

Papa Francesco ha più volte acceso i riflettori, anche di recente, sulla condizione delle carceri e i rischi che si moltiplicano in questo periodo segnato dalla pandemia, sia per le rivolte, sia per la possibile diffusione del virus. «Dove c’è un sovraffollamento c’è il pericolo di una calamità grave», era stato il grido del Papa, rimbombato all’inizio della Settimana Santa.

POPE EASTER
ANDREAS SOLARO / POOL / AFP

Il primo decesso a Bologna

il primo caso di morte per coronavirus fra i detenuti italiani è stato quello di un 76enne accusato di reati di mafia, recluso nell’istituto bolognese della Dozza, che era stato trasferito in terapia intensiva dopo il peggioramento delle sue condizioni. A darne notizia è il sindacato di polizia penitenziaria Uilpa: «Prima o poi doveva accadere ed è purtroppo accaduto – dice Gennarino De Fazio – Si tratta di un ristretto del circuito ad alta sicurezza, ricoverato qualche giorno fa in stato di detenzione e poi ammesso agli arresti domiciliari. Pare fosse affetto da altre patologie» (La Stampa, 2 aprile).

Il contagio del boss a Voghera

Il secondo detenuto morto è Antonio Ribecco. Era un boss della cosche calabresi detenuto nel carcere di Voghera ed era considerato il referente della ‘ndrangheta in Umbria. Ribecco è deceduto in un ospedale di Milano dove era ricoverato da circa una settimana per Covid-19 e altre patologie (Gazzetta del Sud Catanzaro, 12 aprile).

Lentezza nei tamponi

I primi decessi per Covid-19 arrivano dopo la denuncia dei sindacati autonomi della situazione del carcere di Parma dove, un’intera sezione sarebbe in quarantena e cinque agenti sono risultati positivi al coronavirus. Di qui la richiesta di sottoporre al tampone tutto il personale dell’istituto

Anche nello stesso carcere bolognese della Dozza, l’espansione del contagio da Covid-19 fra i ristretti si fa molto pesante. I detenuti, con esito positivo sono almeno dodici (Bologna Today, 14 aprile).

La lentezza nel fare i tamponi nelle carceri è un altro dei problemi di cui si parla ancora troppo poco. A Verona si contano 50 contano 50 contagiati tra poliziotti e detenuti, e poi casi di positivi si segnalano nei penitenziari di Santa Maria Capua Vetere, Pisa, Tolmezzo, San Vittore (Milano), Udine, Pavia, per citare i più eclatanti.

Shutterstock / sakhorn

Agenti e medici positivi

Già due, gli agenti deceduti: uno a Opera (Milano) e l’altro che lavorava nel carcere di BresciaSecondo i sindacati ne sono contagiati, in tutta Italia, circa 200, ma altri 400 sono a casa in isolamento o con la difficoltà di fare il tampone.

E poi c’è il problema dei medici che lavorano nei penitenziari: si segnalano anche in questi casi diversi contagi, e anche in questo caso le criticità maggiori si segnalano a Brescia, con almeno due camici bianchi positivi.

Il Garante: rischi altissimi di diffusione del virus

Il Garante dei diritti dei detenuti, Mauro Palma, ha denunciato «la situazione di sovraffollamento delle carceri», che rappresenta «un fattore di ampliamento del rischio. Occorre continuare a intervenire, ma con maggiore ampiezza e velocità per ridurre i numeri e la densità della popolazione carceraria».

Questi i numeri attuali: oggi i reclusi sono 57.097 a fronte di una capienza reale di 47.482. L’apertura dei reparti di isolamento, 210 in 156 istituti, secondo il Garante «non è abbastanza e soprattutto non garantisce il reale isolamento, essendo talvolta utilizzate stanze multiple e docce comuni» (La Stampa, 2 aprile).

Amnesty: le misure del “Cura Italia” non efficienti

Amnesty International Italia è tornata a chiedere che «sia dato seguito con la massima rapidità alle misure di decongestionamento delle prigioni italiane», contenute nel decreto “Cura Italia” e che la loro applicazione «superi le attuali criticità legate – come rilevato dallo stesso Consiglio superiore della Magistratura – alla mancanza, in molti casi, di un domicilio per il detenuto, alla carenza di braccialetti elettronici e ai tempi di attivazione di questi ultimi» (Agensir, 2 aprile).

Nel decreto “Cura Italia”, infatti, è stata disposta la detenzione domiciliare (con tanto di braccialetto elettronico) per coloro che hanno da scontare gli ultimi 18 mesi di pena e per coloro che sono stati condannati a una pena di reclusione che va dai 7 ai 18 mesi): il decreto riguarda circa 4 mila detenuti (About Pharma, 27 marzo).

Antigone: subito ai domiciliari 10mila detenuti

Il grido d’allarme dell’associazione Antigone è ancora più forte: «Bisogna mandare agli arresti domiciliari almeno altri 10.000 detenuti tra quelli che hanno un fine pena breve e coloro che soffrono di patologie o hanno età per cui un contagio potrebbe essere fatale. Sappiamo che il 67% dei detenuti ha almeno una patologia sanitaria», dichiara il presidente Patrizio Gonnella (www.antigone.it, 2 aprile).

«Si liberino tutti coloro che sono a fine pena, a prescindere dalla disponibilità dei braccialetti elettronici – è il messaggio accorato di Antigone, che definisce «errore gravissimo» le mancate modifiche al decreto “Cura Italia“.

«Si liberino tutti gli anziani e i malati oncologici, immunodepressi, diabetici, cardiopatici prima che contraggano dentro il virus che potrebbe essere letale. Si dia ascolto a che le prigioni le conosce bene e non a persone che non hanno mai vissuto l’esperienza carceraria e non».

Il cappellano di Rebibba: ci sono disperazione e incertezza

Anche Don Roberto Guernieri, da 29 anni, cappellano di Rebibbia, ha chiesto al Governo di far uscire «alcune centinaia» di carcerati nel pieno della pandemia: «Dietro le sbarre una miseria assoluta».

«L’allarme coronavirus ha generato disperazione, incertezza, dolore, poca speranza, poca fiducia – ha detto Don Roberto al Secolo XIX (8 aprile)Quando una persona vive in questo stato, cosa fa? Una rivolta! Non sto giustificando l’azione, ma voglio dire che non è semplice affrontare la paura di essere lasciati soli, di non farcela, di non riuscire ad essere curati qualora si fosse contagiati e di morire senza nemmeno salutare i parenti».

Ecco perché «chiedo al Governo di fare uscire i detenuti, almeno alcune centinaia, non solo quelli che lo meritano ma anche quelli che hanno la possibilità di ritornare in società. Quindi di favorire le misure alternative».




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