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Il mondo dopo il coronavirus

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Miguel Pastorino - pubblicato il 14/04/20

Qual è la via d'uscita? La vigilanza totalitaria da parte degli Stati o un maggior potere dei cittadini? L'isolamento nazionalista o la solidarietà globale?

In un articolo pubblicato il 20 marzo sul quotidiano britannico Financial Times, lo storico israeliano Yuval Noah Harari, autore dei bestseller Sapiens: Da Animali a Dèi, Homo Deus: Breve Storia del Futuro e 21 Lezioni per il XXI secolo, sostiene che il rischio peggiore della crisi del Covid-19 è l’ipervigilanza permessa oggi dalla tecnologia e dall’isolamento nazionalista.

A suo avviso, la vigilanza presentata come necessaria per prevenire una pandemia può essere impiegata a fini di controllo sociale che portano alla perdita progressiva delle libertà fondamentali, e le decisioni prese da Governi e popoli daranno forma al futuro che avremo, sia in economia che in politica, nei sistemi sanitari e nella cultura.

Primo dilemma: tra vigilanza totalitaria e potere dei cittadini

Harari sostiene che molte delle misure attuali d’emergenza si stabilizzeranno come routine normali e fisse, perché così è avvenuto storicamente nella gestione delle emergenze nazionali.

Se in tempi normali le decisioni plitiche possono richiedere anni di decisione, in uno stato d’emergenza in poche ore si prendono decisioni impensabili in altri contesti, che poi restano come pratiche comuni e preventive.

Si iniziano a usare tecnologie immature e potenzialmente pericolose perché il pericolo della mancanza di azione è visto come più devastante, e così vari Paesi sono già esperimenti sociali su ampia scala.

Per la prima volta nella storia, oggi i Governi hanno la possibilità tecnologica di monitorare tutta la loro popolazione contemporaneamente e in tempo reale, cosa che il KGB non avrebbe mai immaginato.

La Cina ha dimostrato che attraverso sensori onnipresenti e potenti algoritmi può monitorare la popolazione attraverso cellulari e telecamere a riconoscimento facciale.

Ma qual è il limite di questo accesso tanto potente alle informazioni personali? Si potrebbe sapere come reagiscono le persone di fronte a un discorso politico o a qualsiasi altra cosa, manipolando così grandi masse.

E non si tratta solo della Cina. Harari ricorda che il Primo Ministro israeliano, con l’opposizione del Parlamento, per via dell’emergenza ha decreato l’utilizzo di tecnologie prima riservate al controllo del terrorismo per tracciare i malati di Covid-19.

La tecnologia di vigilanza massiccia che spaventava molti potrebbe a suo avviso essere impiegata in modo regolare, e così i Governi potrebbero sapere cosa ci provoca gioia o tristezza, odio o interesse, il che offre un potere inedito sulle poplazioni.

Harari è convinto che il controllo eccessivo e il castigo severo non siano il modo più efficace di ottenere il rispetto delle norme che ci metterebbero in salvo, e che la popolazione debba essere invece informata e motivata sulla sua salute e sul suo benessere.

Come esempio pone l’abitudine di usare il sapone, che non richiede la presenza di un “Grande Fratello” che ti guarda in continuazione. La cultura che si trasmette, le abitudini igieniche, la fiducia nella scienza, nelle istituzioni e nei mezzi di comunicazione sono fondamentali per il rispetto delle norme.

Quando la gente sa perché deve fare qualcosa e lo comprende, quando confida in chi glielo chiede, non ha bisogno di essere controllata o minacciata.

Alcuni politici, avverte, possono usare l’argomentazione per la quale, visto che non si può confidare nel fatto che il popolo faccia la cosa giusta, è meglio vigilarlo e controllarlo.

Per questo dice: “Anziché edificare regimi di vigilanza, non è tardi per ricostruire la fiducia del popolo nella scienza, nelle autorità e nei media… Nei prossimi giorni, ciascuno di noi dovrebbe scegliere di confidare nei dati scientifici e negli esperti dell’assistenza medica anziché in teorie della cospirazione infondate e in politiche egoiste”.

L’uso della tecnologia dev’essere al servizio della cittadinanza.

“Sono a favore del monitoraggio della mia temperatura corporea e della pressione arteriosa, ma questi dati non dovrebbero essere usati per creare un Governo onnipotente, ma permetterci di prendere decisioni personali più informate, e anche far sì che il Governo renda conto delle sue decisioni. Se potessi tracciare la mia condizione medica 24 ore al giorno, imparerei non solo se sono diventato un pericolo per la salute degli altri, ma anche quali abitudini favoriscono la mia salute”.

La vigilanza può servire anche per monitorare il governo da parte dei cittadini, che possono accedere a informazioni più abbondanti e migliori.

Harari è convinto che se non si prendono le decisioni giuste possiamo rinunciare alle nostre libertà più preziose pensando che in questo modo proteggiamo meglio la nostra salute.

Partendo dalle sue riflessioni, potremmo interrogarci anche sull’educazione e sull’assistenza medica a distanza, o sulla quantità di telelavoro che è sorta e ha mostrato la sua efficacia, rivelando un’opportunità di trasformazione tecnologica del lavoro a partire dalla crisi.

Come sarà da oggi? Quello che stiamo vivendo è solo una forma passeggera o sta creando un nuovo futuro?

Secondo dilemma: tra l’isolamento nazionalista e la solidarietà globale

Nella seconda parte dell’articolo, lo storico israeliano esorta ad avere un piano globale, che richiede di uscire dall’isolamento nazionalista e di entrare in una vera solidarità globale.

Sia l’epidemia che la crisi economica sono fatti globali che devono essere combattuti globalmente, condividendo le informazioni con tempismo.

Il grande vantaggio degli esseri umani rispetto ai virus è che possiamo condividere informazioni su come lottare contro di essi.

“Abbiamo bisogno di uno spirito di cooperazione e fiducia”, come anche di “una totale disposizione internazionale per produrre e distribuire un equipaggiamento medico”. Bisogna “umanizzare le industrie impegnate nel bene comune”.

“I Paesi dovrebbero essere disposti a condividere informazioni apertamente e a cercare umilmente consiglio, e dovrebbero poter confidare nei dati e nelle percezioni che ricevono”.

Harari suggerisce che un protocollo globale dovrebbe permettere che équipes molto controllate di esperti continuino a viaggiare, da scienziati e medici a politici, giornalisti e imprenditori che dovrebbero potersi spostare.

Critica duramente l’attuale amministrazione degli Stati Uniti, che lasciando indietro la sua leadership globale di fronte a varie crisi come quelle del 2008 o dell’ebola del 2014 “ha abdicato al lavoro da leader. Ha affermato chiaramente che le importa molto più della grandezza degli Stati Uniti che del futuro dell’umanità”. Per questo, intende che questo vuoto debba essere occupato da un altro Paese.

Una paralisi collettiva si è impadronita della comunità internazionale. Sembra che non ci siano adulti nella stanza.

A livello economico,“anche la cooperazione globale è vitale… Vista la natura globale dell’economia e delle catene di somministrazione, se ogni Governo fa la propria parte senza tener conto degli altri, il risultato sarà un caos e una crisi sempre più profonda. Abbiamo bisogno di un piano d’azione globale, e ne abbiamo bisogno rapidamente”.

Harari insiste sul fatto che senza cooperazione globale la crisi può essere molto più devastante, e questo deve ammonirci a costruire il futuro nel miglior modo possibile, tra tutti.

“L’umanità ha bisogno di prendere una decisione”, afferma concludendo il suo articolo. “Percorreremo la via della disunione o adotteremo il cammino della solidarietà globale? Se scegliamo la disunione, questo non solo prolungherà la crisi, ma probabilmente darà luogo a catastrofi ancor peggiori in futuro. Se scegliamo la solidarietà globale, sarà una vittoria non solo contro il coronavirus, ma contro tutte le future epidemie e crisi che potranno interessare l’umanità nel XXI secolo”.

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