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“Voglio pregare, ma mi distraggo spesso”. Anche Don Benzi, però aveva un trucco

DON BENZI
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
Video Don Oreste Benzi, testimone e profeta per le sfide del nostro tempo, Associazione Papa Giovanni XXIII
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Si può sfruttare l’emergenza Covid-19 per dedicare più tempo alla preghiera, magari seguendo le orme del sacerdote riminese.

Di Don Oreste Benzi
Come faccio io a pregare? Inizio la mia giornata con la preghiera, il pomeriggio lo comincio con la preghiera e termino la sera con la preghiera. Sono momenti insufficienti, però fissi; a volte vengo anche a meno, però dopo mi rendo consapevole di questo, mi dispiace e il fatto che mi dispiaccia vuol dire che già io ho fatto la scelta di continuare, di riprendere, di andare avanti. Da quando ho stabilito questi tre momenti la mia preghiera è più regolare e non è che io abbia tutte le comodità per vivere la preghiera, neanche per sogno! Ma già avendo fatto questa scelta è entrata ormai nella mia mente una regola e noi abbiamo bisogno di regole.
Ecco perché, secondo me, ci vuole il momento e l’ambiente per pregare; l’ambiente poi può essere anche la mia auto, se non ho di meglio.

Mentre prego io mi distraggo molto, ma non mi scoraggio; penso sempre a mia mamma, quando mi teneva in braccio e io dormivo. Quanto ero felice! Non è che Dio gusti le mie parole, gusta il fatto che io ho scelto di stare davanti a lui. Ho imparato allora che nella preghiera vocale, ad esempio quando recito i Salmi, se succede che mi distraggo, appena ho finito il salmo mi fermo e lo riprendo, così riesco ad unirmi al Signore. Attraverso il mio limite, la mia distrazione, posso così arrivare a cogliere qualcosa di più del mio Dio.
E quando ho finito di pregare non dico: “Oh, che bello che sono stato attento e che ho capito quello che dicevo”. Penso che quando voi parlate con i vostri amici, dopo che vi siete incontrati mica vi ricordate tutte le parole che avete detto. Quello che conta è che siete stati insieme. Quindi anch’io dico al Signore: “Grazie che siamo stati insieme!”.

 

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Se ho un rammarico nella mia vita è che, diventato sacerdote, non mi sono dato delle regole e quindi sono stato sregolato; poi io ho avuto sempre l’abitudine del recupero, nel senso che, se io un giorno ad esempio non dico il rosario, il giorno dopo ne recito due. Quello è sicuro!
Delle volte mi si accumulano tanto da arrivare anche a recitarne quattro, cinque o sei di rosari in un giorno. Sì, sì! È una meraviglia. Ho recuperato, sempre, perché ci tengo anche alla formula, perché mi salva. È la regola che si crea: mattino, pomeriggio, sera; allora ti entra dentro la mente per cui arrivi al punto che non stai bene se non lo fai. Spesso si dice: «No, bisogna essere semplici, non bisogna legarsi a delle formule!»; tutte cose belle, ma se poi tu non lo traduci con degli strumenti di libertà, non riesci a perseverare.

Dopo sto tranquillo perché ho la certezza che il Signore attira tutti a sé e dalla preghiera egli ci fa passare alla contemplazione. La preghiera implica sempre più la parte dell’uomo che va verso Dio, nella contemplazione invece è più Dio che viene verso l’uomo.
La tranquillità poi viene dalla grande promessa che Gesù stesso ci ha fatto: «Se uno mi ama il Padre mio lo amerà e anch’io lo amerò e mi rivelerò a lui».
Io mi appello moltissimo a questa parola di Gesù, perché lì lui si è compromesso.
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