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“Auguri papà #andràtuttobene”. La scritta sulla tuta protettiva da infermiera

NICOLA CARREA
Auser Nazionale
La foto dell'infermiera 24nne Nicol Carrea con gli auguri per il papà lontano
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Lei si chiama Nicol ha 24 anni e lavora a Milano, nell’Ospedale Gaetano Pini. Non vede suo papà da 2 mesi e le manca. I modi per dimostrare affetto e vicinanza sono tanto più creativi quanto più siamo limitati dalle condizioni imposte dal coronavirus.

«Non lo vedo da due mesi a causa del coronavirus, mi manca tantissimo», racconta. (Corriere)

La foto è in bianco e nero, bella contrastata e il messaggio così sembra più indelebile del pennarello con cui ha scritto il breve, abituale testo. C’è spazio anche per l’hashtag del momento e la data del 5 aprile 2020. Le parole sono poche, le completano un cuore e la sua firma. Come quando si è bambine o innamorate e del papà, in fondo come figlie femmine lo si resta sempre un po’.

Si è rivestita della protezione necessaria e si spera sufficiente per tenere a bada il contagio e permetterle di aiutare i tanti pazienti che in terapia intensiva attendono di superare la fase più critica nella lotta contro il Covid19, sostenuti dalla ventilazione meccanica.

Chissà che abitudini semplici si erano consolidate tra papà e figlia, cose da nulla. Sempre le stesse domande al ritorno dalla settimana in università e poi il tirocinio in reparti diversi e il racconto delle tensioni, delle paure, dei traguardi. Chissà cosa aveva capito, fino ad allora, della professione infermieristica Nicol e cosa immaginava per il proprio futuro. E con quali parole la incoraggiava o metteva in guardia suo padre.

Magari nei loro rituali familiari c’era la colazione il sabato mattina in un bar del centro, a Genova. I soliti incontri con qualche amico di vecchia data, le chiacchiere svagate, qualche pettegolezzo.

Ora che siamo tenuti lontani ci sembra che tutti quei nonnulla ci sarebbero così necessari. Un po’ è vero, un po’ ci stiamo abituando a scartare le cose superflue e delle banalità rimpiangiamo ciò di cui erano segno.

Questo virus ci obbliga anche ad un continuo sforzo per non scadere nella retorica. Gli scafandri sono fastidiosi, le maschere protettive un poco opprimono prima di essere adattate ad usi impropri in qualche metafora da noi redattori e giornalisti. Però è vero, questa pandemia è odiosa eppure ha da insegnarci parecchio, a volerla ascoltare. Per voler bene ora serve stare lontani, e per sentirci vicini in modo ancor più radicale bisogna inventarsene sempre una nuova.

Una scritta (e un cuore) dipinti a pennarello nero sulla parte posteriore della tuta bianca protettiva. È quella scritta da Nicol Carrea, infermiera 24enne che lavora all’ospedale Gaetano Pini di Milano e che in queste ore, bardata sotto scafandro, maschera e guanti, sta combattendo nel reparto di terapia intensiva contro il Coronavirus e salvando la vita ai pazienti ricoverati. Da due mesi, a causa del lavoro intenso, dell’impossibilità degli spostamenti e del rischio contagio, non vede il padre anziano che abita a Genova. «I miei genitori mi mancano tantissimo, non li vedo da settimane e non so quando potrò rivederli. Adesso siamo tutti in prigione e non vedo l’ora che tutto questo finisca». (Ibidem)

Una cosa da nulla alla quale ci attacchiamo volentieri perché ci dice con la forza del paradosso che è di cose normali, per nulla altisonanti che abbiamo bisogno ed è per quelle che proviamo nostalgia.

Non vediamo l’ora di tornare alle grigie acque del nostro fiume Giordano di tutti i giorni, ma con la promessa di non dimenticarci quanto tutto ci sia caro; quanto più che l’avere cose, perseguire risultati, guadagnare soldi, ci tenga vivi essere gli uni per gli altri, poterci fare gli auguri di persona e abbracciarci sapendo che è una specie di miracolo.

Immagino quanto avrà gongolato il suo papà per la trovata di questa figlia se non addirittura pianto di commozione; e soprattutto quanto sarà fiero del lavoro che svolge a servizio dei malati più gravi. Abbiamo detto niente retorica, ma per quel signore questa giovane donna era una bambina fino a qualche giorno fa e saperla impegnata in prima linea nell’emergenza che sta tenendo l’intero mondo sotto scacco deve fargli un certo effetto. Dovrebbe anche rassicurarlo sul fatto che ha svolto un buon lavoro: essere padri significa insegnare a sacrificarsi, mostrare che la vita vale se è spesa per amore di qualcuno e di qualcosa di davvero grande. Nicol sembra averlo imparato. Forse in quelle poche parole, le stesse che usiamo tutti – “auguri papà!”- c’è scritto tanto di più.

«Prima ho fatto la scritta con il pennarello indelebile nero, quello che usiamo per scrivere i nomi degli infermieri sulle tute protettive, poi ho indossato la tuta». Uno scatto di grande tenerezza di una figlia che lavora oltre dieci ore al giorno ma che, nonostante i ritmi serratissimi e la delicatezza degli interventi, non dimentica la famiglia, anche se non può essergli accanto fisicamente. (Ibidem)

L’immagine è stata diffusa dal Circolo Auser di Arenzano (Genova); Nicol è infatti la nipote del presidente. Si tratta di un’associazione non profit che ha come obiettivo la promozione dell’invecchiamento attivo e del loro ruolo nella nostra società. La ricchezza di cui sono portatori ci è diventata più dolorosamente evidente proprio a causa di questa epidemia che li ha colpiti con più ferocia.

 

Forza Nicol, proteggiti e combatti, se hai fede affidati a Dio se non ce l’hai lo faremo noi per te. E continua a lanciare messaggi indelebili.

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