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San Giuseppe da Leonessa inviava il suo angelo custode a compiere missioni

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San Giuseppe da Leonessa.
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Quando lui era impossibilitato, lo spirito celeste, sotto forma di diverse sembianze, compiva fatti prodigiosi, testimoniati nel processo di canonizzazione

Un caso stupefacente di particolare protezione angelica è quello accaduto al cappuccino san Giuseppe da Leonessa (1556-1612). Avendo ottenuto dai superiori il permesso di partire in missione a Costantinopoli, per evangelizzare i mussulmani, egli si imbarca ad Ancona.

La nave si imbatte in una terribile tempesta e, al momento in cui il naufragio è imminente, fra Giuseppe si pone in preghiera: i venti si calmano subito e di conseguenza pure il mare si calma, la traversata può proseguire. Ma ben presto i viveri vengono a mancare, l’equipaggio ed i passeggeri si vedono già morenti di fame dopo essere sfuggiti al furore degli elementi. Tranquillamente, il religioso estrae dalla sua bisaccia qualche pezzo di pane ch’egli benedice e distribuisce: tutti ne sono saziati.

Le sembianze di suo nipote

Come la nave è accostata, un fanciullo si avvicina a padre Giuseppe sul molo: è un Angelo, che ha preso le sembianze d’un suo nipote deceduto qualche tempo prima, e che lo guida nella città fino ad una cappella della Vergine, prima di scomparire di colpo. Fin dall’indomani del suo arrivo, il cappuccino intraprende il suo apostolato presso i cristiani prigionieri, che vegetano in fondo a prigioni sordide nella più grande indigenza.

La terza notte

Egli si mette anche in testa di convertire il gran visir alla fede cristiane e cerca di avvicinarlo Ovviamente viene catturato dalle guardie e lo si condanna alla forca: fissato con un piede ed una mano a due ganci, egli rimase così sospeso per tre giorni e tre notti. I carnefici accesero un gran fuoco il cui fumo lo soffocava. Nondimeno, avendo in mano una croce, egli predicò le verità del Vangelo. Ancora una volta, la corona del martirio gli fu tolta. La terza notte, un Angelo lo distaccò dalla forca e lo saziò con un pane ed un vino miracolosi, ordinandogli di ritornare subito in Italia.

© Jose Luis Cernadas Iglesias / Flickr / CC

Apostolo nelle campagne

Evidentemente, tutto questo pare incredibile. Eppure, il santo cappuccino portò tutta la sua vita alla mano destra ed al piede sinistro le cicatrici delle ferite causate dai ganci ai quali era stato sospeso, e gli atti del processo di canonizzazione contengono molte testimonianze relative a quegli episodi.

Rientrato nella sua patria, padre Giuseppe vi proseguì fino alla fine della sua vita un apostolato di missionario delle campagne, segnato da numerosi prodigi: quando celebrava la messa, egli era circondato da luce; guariva i malati con un segno di croce, otteneva con le sue preghiere la pioggia in tempo di siccità, ecc. il cappuccino Giuseppe da Leonessa inviava il suo Angelo custode a compiere al suo posto i suoi affari quando ne era impedito per un motivo di carità.

La donna disperata

Gli Angeli lo aiutavano nel suo ministero, quando sorgevano delle difficoltà. Un giorno, egli incontrò all’uscire dalla chiesa una donna disperata, Tisba Ferrari, che rifiutava di perdonare gli assassini del suo sposo: “Smetti dunque di piangere, Tisba!”. La giovane vedova lo vide allora circondato da una truppa di guerrieri scintillanti di luce, e fra Giuseppe proseguì: “Io voglio che, per amore di Dio, tu perdoni!”. Tisba sentì allora una grande pace scendere in lei, ed ella accordò pubblicamente il suo perdono agli assassini. Ed i guerrieri angelici scomparvero in un alone di luce.

Flickr.com/ Creative Commons/ © francesca66 - Francesca Degli Angeli

La vendetta di Aquilana

Un altro giorno, frate Giuseppe si recò presso una certa Aquilana, per segnalarle che conosceva il suo disegno di vendicarsi d’un suo servo facendolo mettere a morte; alla donna, turbata da questa rivelazione, egli spiegò: “Quello che me l’ha fatto sapere è quello stesso che vi castigherà se metterete il vostro progetto in esecuzione. E’ il vostro Angelo custode!”. Molto vicino agli Angeli, il santo cappuccino venerava del tutto particolarmente San Michele, a cui egli, a imitazione di san Francesco consacrava ogni anno una quaresima di digiuno e di penitenza di quaranta giorni.

Subito dopo la sua morte, il suo volto acquisì una bellezza ammirabile, nel mentre che un profumo soave esalava dal suo corpo, che conservò tutta la sua elasticità. Fu canonizzato il 29 giugno 1746 da papa Benedetto XIV.

 

 

 

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