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La gioia nella Quaresima del coronavirus

OUR LADY OF MT CARMEL,EAST HARLEM,NEW YORK CITY

Jeffrey Bruno

Francisco Borba Ribeiro Neto - pubblicato il 03/04/20

In questa Quaresima 2020, viviamo come in un lungo Mercoledì delle Ceneri

Dal XIX secolo, l’umanità sperimenta sempre più la sua “emancipazione” dalle forze della natura. La scienza e la tecnica, con i progressi della Medicina, delle condizioni sanitarie di base, della produzione di cibo, dei trasporti e delle comunicazione, ci permettono di vivere sempre di più e meglio dei nostri antenati. Ci vediamo lontani da un mondo in cui le famiglie perdevano molti figli per malattie infantili, in cui il cibo poteva facilmente mancare a tavola per via di un inverno rigido e le strade erano maleodoranti e piene di agenti infettivi ovunque. È stato questo il mondo per circa il 90% della storia del cristianesimo.

In un contesto simile, si comprende che il rapporto del popolo cristiano con Dio fosse caratterizzato da sofferenza, paura e mancanza di conoscenza. L’arte sacra e la religiosità popolare venivano guidate da un pietismo che valorizzava il Cristo sofferente, come se il Venerdì Santo non precedesse la Domenica di Resurrezione. La teologia ha perfino coniato una definizione, il “Dio delle lacune”, per designare una comprensione di tutto quello che la scienza e la ragione non riuscivano a spiegare (le lacune della conoscenza) come volontà aleatoria di Dio.

Nell’epoca attuale, il superamento dei limiti della natura ha stimolato l’idea della nostra autosufficienza in relazione a Dio. Le lacune della conoscenza verrebbero superate dalla scienza, il dolore e la sofferenza dai progressi della Medicina. Perfino la fame e la povertà – frutto di rapporti ingiusti nella società – verrebbero superati dallo sviluppo economico e tecnologico. Non ci sarebbe altro motivo per pregare, per chiedere la protezione e la luce di un Altro.


Purgatorio

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Ritorno al tempo del dolore e della morte

Il termine latino fanum indica il luogo dell’altare in cui si faceva l’offerta sacrificale al dio. Il pro-fanum era lo spazio che si estendeva davanti al fanum, in cui rimanevano coloro che non avevano un rapporto diretto con la divinità. Nei riti antichi, spesso l’assemblea non aveva accesso visivo al fanum (separato, nel tempio ebraico, dal velo che si è lacerato al momento della morte di Gesù, cfr. Mt 27, 51).

Per analogia, potremmo dire che viviamo sempre più in un tempo profano (pro-fanum), dove “si mangiava, si beveva, si prendeva moglie, si andava a marito” (cf. Lc 17, 27-28), ovvero siamo immersi nelle nostre preoccupazioni e occupazioni, rivolti a progetti di potere, sogni di consumo o anche attività altruiste, ma senza guardare al mistero del mondo. Quando arriva la morte, però, quando dobbiamo far fronte al dolore della perdita della persona amata o alla nostra finitezza, siamo come immersi nel tempo del fanum, in cui i nostri occhi si aprono alla nostra fragilità di fronte all’immensità dell’universo, del disegno di Dio su di noi.

Grandi disastri naturali, come terremoti, tsunami e pandemie, ci obbligano a immergerci in modo collettivo in questo tempo del fanum, mettendo in discussione la nostra autosufficienza, guardando a noi stessi come a coloro che “giacciono in tenebre e in ombra di morte” (Lc 1, 79). In questo senso, la Quaresima 2020, dominata dal coronavirus, è un tempo di grazia particolare: forse in nessun’altra occasione avremo la nostra finitezza così distintamente davanti agli occhi. Tutte le illusioni di autosufficienza, tutti i progressi della scienza e della tecnica, si mostrano fragili e limitati di fronte a un virus che piega le massime potenze militari, paralizza le economie più ricche e confonde gli scienziati più brillanti.

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coronavirusgioiaquaresima
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