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Una quarentena per parlare con mia moglie

Goodluz - Shutterstock
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La vita serena di una coppia che vive l’isolamento in casa per evitare il contagio del coronavirus

Ricordo quando mi hai detto “Andiamo a salutare il sole” e ti ho accompagnata in giardino, dove hai chiuso gli occhi inspirando la brezza mattutina mentre io iniziavo a pensare alla fitta agenda che mi aspettava quel giorno.

Accanto a me soffrivi una certa forma di solitudine, e la sopportavi.

Ero orgoglioso del fatto che fossi un brillante avvocato, e quindi quando mi hai detto che avresti ridotto la tua attività professionale per avere più tempo per me, per avere ed educare i nostri figli, sono rimasto malissimo.

Speravo che all’inizio del nostro matrimonio ti concentrassi solo sul fatto di arrivare in alto, e invece hai preso un’altra decisione. Mi sono sentito frustrato, perché hai decelerato dicendomi che si vive una volta sola e che volevi essere davvero felice.

Ovviamente la tua idea di felicità era lontana dalla mia. Per me essere felice significava avere dei beni materiali. In quel momento non ho capito che la tua decisione era la massima espressione della tua libertà e del tuo amore.

Ho iniziato però ad ammirare la tua serena diligenza nel mettere da parte le questioni importanti del tuo lavoro per occuparti del fatto che il nostro freddo appartamento iniziasse ad avere sul serio il calore di una casa.

Ben presto nel confino forzato per via della pandemia ho cominciato a disperare, mentre tu, nella tua intimità e nella tua coscienza, sei rimasta salda nella tua capacità di amare, per cui soffri in silenzio mentre fai delle telefonate interessandoti degli altri, consolando, accompagnando.

E resti vicino a me.

Questo sarebbe bastato perché il mio cuore provasse una profonda riconoscenza per il tuo amore e la tua compassione, ma mi sono abituato a ricevere soltanto, e nessuno dà ciò che non possiede.

Quando il lavoro occupa tutto il mio tempo non me ne rendo conto, né provo una sensazione di vuoto, ma ora che ho più tempo libero scopro che volevo dare un senso alla mia vita lavorando molto per guadagnare di più.

Ti lasciavo sola nei lunghi fine settimana, quando, frustrata la mia volontà di lavorare, mi davo ai piaceri e andavo al bar o altrove con gli amici, per stordirmi un po’. Il lunedì tornavo poi al mio ritmo per ottenere più successo, più denaro.

Ora la realtà è che la pandemia non fa distinzioni tra ricchi e poveri, tra saggi e ignoranti, tra virtuosi e miserabili… e davanti a questo mi sento disarmato.

Preoccupato per il mio lavoro e per un difficile futuro economico, a notte fonda non ce l’ho fatta più e ti ho svegliata per sfogare i miei timori. Mi hai ascoltato in silenzio, e quando mi aspettavo dalla tua brillante intelligenza ragionamenti consolatori sulle possibilità del mercato una volta passata la crisi mi hai preso per mano e mi hai portato sul balcone indicando il firmamento stellato, mentre ti accoccolavi vicino a me.

E siamo rimasti lì, senza muoverci nel silenzio della notte, davanti al tremolio degli astri. Un’immensità in cui umanamente si percepisce l’esistenza come il più insignificante granello di polvere… ma non è così.

Era da tanto che non guardavo le stelle, e che non ascoltavo la voce di Dio.

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