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“Veglierò su di te per quello che hai fatto”: le ultime parole all’infermiera che l’ha assistita

WOMAN, MEDICAL MASK,
Petr Pohudka | Shutterstock
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Una signora ricoverata all’Ospedale San Luigi di Orbassano di Torino sta per morire a causa del Covid. L’infermiera le permette di salutare la sua famiglia tramite videochiamata dal suo cellulare. “Grazie, veglierò su di te per quello che hai fatto” le dice e poco dopo chiude gli occhi.

Il sindaco di Volvera, un piccolo comune in provincia di Torino, ha pubblicato qualche giorno fa l’intensa testimonianza fattagli giungere da una concittadina, che lavora come infermiera all’Ospedale San Luigi di Orbassano. La lettera si apre dichiarando subito il motivo che la ispira:

(…) non vorrei descriverle quello che stanno passando i media: numeri, statistiche, decreti e divieti. Vorrei farlo visto dal lato del paziente Covid positivo e degli operatori. Il Covid è molto più che un virus subdolo.

Quello che segue è lo spaccato di quanto sta avvenendo nei reparti di terapia intensiva dei nostri ospedali, ma soprattutto la testimonianza del dramma che accomuna pazienti, familiari e sanitari in un vissuto di sofferenza ineffabile, dove però si intravvedono squarci di luce che inducono alla speranza.

Non permettiamo al virus di rubarci la dignità di esseri umani

In questi luoghi, in cui aleggia minaccioso il fantasma della morte, la lotta che si combatte senza quartiere non è solo quella per la vita ma anche quella, altrettanto improba ma meno visibile, di difendere a beneficio di tutti noi la dignità di esseri umani. Perché questo Covid ha il potere di far sentire ai malati di essere ridotti a corpi a cui attaccare meccanicamente fili e tubi, di condannare i congiunti alla colpa straziante dell’assenza nel sacro momento del trapasso, di indurire oltremisura il cuore di coloro che curano, tanto da costringerli ad evitare di incrociare lo sguardo di quanti assistono, per reggere all’enorme sforzo a cui sono chiamati.

Una videochiamata per dirsi addio, anzi, arrivederci!

Tutto ciò viene raccontato nell’episodio descritto nella lettera: una madre di 4 figli che cerca disperatamente gli occhi dell’infermiera, intenerendola con il richiamo alla comune maternità, per essere riconosciuta persona anche se morente; la telefonata ai 4 figli durante la quale il medico comunica “in diretta” la prognosi infausta alla paziente e ai suoi cari; la disponibilità dell’infermiera, di fronte a questa disperazione, a rendere possibile, attraverso una videochiamata al proprio cellulare, il commiato in cui si incrociano per l’ultima volta sguardi velati di lacrime e balbettii d’amore infinito. E poi:

La paziente si spegne. Decidi di uscire e lasciare ai colleghi il resto. E vedi che, come le procedure prevedono, la cospargono di disinfettante, la avvolgono in un lenzuolo e la portano in camera mortuaria. Sola… sola.. i suoi effetti personali messi in triplice sacco nero andranno inceneriti.

“Grazie, veglierò su di te per quello che hai fatto”

Quando il carro funebre con il feretro gira a sinistra e la macchina dell’unico figlio presente in camera mortuaria svolta a destra, tutto sembra perduto e senza più senso. Il virus ha trionfato, ha stroncato un’altra esistenza, ma non è riuscito a svuotare di profondo significato questa morte, perché un lascito prezioso rimane a chi continua a vivere:

Ti prende la mano, ti dice grazie, veglierò su di te, per quello che hai fatto. E fai fatica a non piangere.

Parole che risuonano di benedizione e speranza per tutti, credenti e non: di fronte a questa immensa tragedia l’unica salvezza è nella nostra umanità, nel dono di riconoscere – nella gioia ma ancor più nel dolore – negli occhi dell’altro i nostri stessi occhi.

Ecco il post del sindaco Ivan Marusich che riporta integralmente la lettera dell’infermiera:

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