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La madre del Servizio Sanitario Nazionale? Tina Anselmi

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Donna cattolica, partigiana, membro della direzione nazionale della DC si batté per una sanità di tutti e per tutti

Proprio mentre dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti si apprestano ad affrontare la prima pandemia dell’epoca contemporanea almeno 25 milioni di persone senza un accesso garantito alla sanità e chissà quante altre con un accesso solo parziale, dobbiamo riconoscere che – pur con tutti i difetti – avere un Sistema Sanitario Nazionale universale e gratuito, che non ti chiede indietro i soldi e sopratutto non lo fa prima di un trattamento sanitario, è davvero una fortuna incredibile. In un mondo interconnesso le pandemie – andrà ricordato – non sono un fatto incidentale, e molto probabilmente saranno la regola, speriamo rara, ma sappiamo che non sarà un caso isolato. Non lo fu la “Spagnola” e non lo – tra gli altri – l’HIV anche se con modalità molto diverse di diffusione e trasmissione. Ebbene se in Italia abbiamo un sistema così ben fatto e così diffuso (al netto del definanziamento e dei tagli effettuati negli anni, specie recenti) lo dobbiamo ad una “madre della Repubblica” come Tina Anselmi (1927 – 2016). Un personaggio che meriterebbe una riscoperta, il cui impegno a favore dei lavoratori e del popolo si è inserito in tutta la sua vita politica, come sindacalista prima e poi come deputata, sottosegretaria e infine ministro.

 la partigiana “Gabriella”, dal 1944 iscritta alla Democrazia cristiana. La sindacalista attentissima alla condizione femminile. La deputata (1968–1992) e la prima donna ministro (1976) in Italia. La presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2 (1981–1984). Soprattutto, il ministro della Sanità grazie alla cui “ferma determinazione” – così l’8 marzo 2018 il presidente Mattarella – il 23 dicembre 1978 nacque il Servizio sanitario nazionale. Tributi sinceri, ma forse tardivi verso una donna tutta d’un pezzo, non manovrabile (furono i colleghi a soprannominarla “Tina vagante”), amica della Iotti e di Pertini, ma ai tempi della Commissione P2 ostacolata da fuori e da dentro il suo partito, che alla fine la mise cinicamente da parte (Avvenire).

La Anselmi è stata anche colei che – controvoglia, dopo una lunga battaglia parlamentare che l’aveva vista votare contro – dovette firmare la legge sull’aborto, ma anche quella della Legge Basaglia sui manicomi e prima ancora quella dell’equo compenso tra uomo e donna nel 1977. Partigiana, sindacalista, donna di partito e donna delle istituzioni repubblicane, donna cristiana che ha voluto mettere la cura della persona al centro della sua azione. Se tanti oggi sopravviveranno al Covid-19 forse lo devono anche un po’ a lei.

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