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L’Africa, il coronavirus e la ricchezza di chi non ha niente: “Padre, qui tutto è così bello!”

HAPPY AFRICAN LITTLE BOY

Dietmar Temps | FLICKR (CC BY-NC-SA 2.0)

Anna Raisa Favale - pubblicato il 31/03/20

In Africa, quello che si ha non definisce quello che si è e la gratitudine di essere vivi e’ talmente grande che rende tutto bellezza, anche quello che sembrerebbe impossibile da definire tale.

Sono stata in Kenya la scorsa estate, per un progetto nel cuore di Kibera, la Slum più grande dell’Africa. Una delle esperienze più belle e straordinarie della mia vita.




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Mi ha disarmato la gente, la grandissima dignità e la fede, nonostante la povertà. E il sorriso dei bambini che hanno conosciuto solo il peggio della vita, e che pure profumano di purezza e gioia di vivere.

Ricordo le parole di una madre, a vivere in condizioni che per noi da questa parte di mondo sembrerebbero impossibili. 

Nel fango, in una capanna di lamiera di due metri per tre, con un materasso buttato a terra, con quattro bambini. Uno dei volontari le aveva chiesto: “Come fate a non essere arrabbiati con Dio, per tutto questo?” Lei ha risposto: “Dio? Io rendo grazie a Dio perché Lui e’ quello che mi permette di alzarmi la mattina e andare a lavorare e portare cibo ai miei figli, Lui e’quello che ci fa vivere. Tutto il resto non è opera di Dio, ma dell’uomo”.

E poi penso al coronavirus, ai morti suicidi, in Italia, oltre che ai morti per via del virus. A quella speranza che davanti alla tragedia di questi giorni sta iniziando a vacillare mostrando tutta la sua vulnerabilità.


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E penso che se dovesse scoppiare con la stessa violenza in Africa, il virus, in un luogo dove non ci sono neanche i laboratori per testare i positivi, sarebbe un’ecatombe.

Sebbene i numeri siano ancora molto più limitati rispetto all’Italia, ci sono già stati vari casi in Kenya, e il Governo ha preso da vari giorni già alcune misure di contenimento: le scuole sono state chiuse, si e’ ordinato ai vari esercizi commerciali di sospendere l’attività, si sono sospese le celebrazioni liturgiche e si è indetto un lock down non troppo diverso da quello degli altri stati nel mondo.

Mettere in atto queste misure è però estremamente più difficile nelle periferie di Nairobi, dove molta gente non ha casa e vive per strada, e dove chiudere l’attività di vendita al mercato di poche patate anche solo per un solo giorno vorrebbe dire non riuscire a far mangiare i propri figli l’indomani. 

Mentre la polizia nelle strade controlla che vengano rispettate le nuove direttive, la risposta più comune della gente è: “Se non moriremo di Coronavirus, moriremo di fame”.  

Tutte le Ong si stanno impegnando a fare uno sforzo ancora più grande del normale, e provare ad accogliere donne, bambini e disabili che vivono per strada, per quello che possono, nelle loro strutture, ma chiedono l’aiuto del resto del mondo per far fronte alla situazione.


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E tuttavia, c’è una certezza, che permea la cultura africana: che Dio è con noi, vicinissimo. Che è con noi in ginocchio davanti alla nostra sofferenza. E che non ci lascerà mai soli, e che non smetterà mai di amarci. 

In Africa, quello che si ha non definisce quello che si è e la gratitudine di essere vivi è talmente grande che rende tutto bellezza, anche quello che sembrerebbe impossibile da definire tale.

In Africa, la ricchezza vera della gente è nell’aversi vicendevolmente. E’ nell’essere qui, in questo momento, e poter godere della vita. Per quanto dura possa essere.

Mi dico che questa è una lezione che dovremmo imparare, soprattutto per “il dopo” Coronavirus, per quando torneremo alle nostre vite, per ricordarci di non tornare anche al nostro individualismo. E in questo momento di prova così grande, penso all’Africa, e alla sua forza, e al suo grandissimo spirito.

Di seguito, riporto le parole di Padre Renato Sesana – per tutti Padre Kizito – un missionario Comboniano che vive a Nairobi dalla fine degli anni ’80, e che insieme alla gente ha fondato nel corso di questi anni scuole, ospedali, case di accoglienza per bambini di strada, e che sta vivendo da dentro, insieme a loro, questo momento così delicato.




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Una testimonianza preziosa, perché tutti possiamo imparare da questo bambino, Sammy, a vivere la nostra vita.

I bambini sono sempre una luce. Vorrei potervi mostrare due foto di Sammy, ma non si può fare, le regole di Facebook non lo permettono, giustamente. Ne ho una di quando arrivò a Ndugu, si vede un bambino di una decina d’anni dallo sguardo triste, arrogante ed impaurito allo stesso tempo, scalzo, un paio di calzoni stracciati, una maglietta che una volta era dei colori della Roma trovata chissà dove. Ne ho un’altra fatta ieri pomeriggio quando sono andato a Tone la Maji per vedere la sistemazione dei nuovi arrivati. Ero un po’ stanco, e probabilmente si vedeva. Sammy appena mi ha visto mi è venuto incontro correndo a braccia allargate per abbracciarmi. Ho teatralmente rifiutato l’abbraccio, gridando “No, no, Coronavirus!”. Sammy mi ha scansato e si è buttato sul prato, rotolandosi e ridendo. L’immagine delle felicità. Poi mi ha detto “Padre, qui tutto è così bello! Grazie!” Lo guardavo e vedevo un bambino che non ha nulla, solo quello che indossa adesso, nient’altro. Niente. Sammy non possiede niente di materiale. Non è ciò che ha, è cioè che è, un mondo di relazioni con gli altri. Ciò che possiede è tutto e solo interiore, le ferite del passato e la gioia del presente. Spero che a Tone la Maji abbia una lunga crescita che riporti equilibrio nella sua vita.  

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