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Come ladri di biciclette: il Dopoguerra secondo Papa Francesco

PAPIEŻ FRANCISZEK
HANDOUT/AFP/East News
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Il Papa ha già chiaro come dovrà essere il mondo quando si inizierà a ricostruire

di Nicola Graziani

Che differenza c’è tra uno scippatore di buste della spesa e un ladro di biciclette? Solo un più o meno ampio spazio temporale, una settantina d’anni che in termini storici indicano un ciclo, in termini generazionali la differenza tra nonno e nipote. Ma per tutto il resto sono l’immensità di un’era glaciale, perché solo una glaciazione avrebbe potuto essere immaginata come spartiacque tra quello che è stato fino a ieri e quello che verrà, probabilmente, domani.

“Fame”, dice Papa Francesco pronunciando una parola che tutti, nelle moderne democrazie avanzate, avevano eliminato persino dal vocabolario riguardante chi è ancora in via di sviluppo. Non che fosse stata debellata, la fame, dalle contrade d’Africa come altrove. Ma ci illudevamo che fosse solo questione di tempo, e poi l’Uomo avrebbe potuto reclamare a sé, alla sua Ragione, anche questo merito: aver piegato le ginocchia anche al più atavico dei nemici.

Invece no.

Un avvenire è pieno di problemi

Invece, dice Bergoglio, “In questi giorni in alcune parti del mondo si sono evidenziate alcune conseguenze della pandemia. Una è la fame. SI comincia a vedere gente che ha fame perché non può lavorare, perché non aveva un lavoro fisso. Cominciamo a vedere già a vedere il dopo. Verrà più tardi ma comincia adesso”.

Due i punti centrali di questo sintetico ragionamento. Il primo è la tensione sociale che scaturirà, e già ha iniziato, dal dilagare del morbo. Niente lavoro, niente da mangiare. Il secondo è la proiezione nel futuro, con annessa implicita considerazione: non è che sparito il morbo spariranno i problemi. Al contrario.

Al contrario, non si creda che la Storia sia finita, e l’ultimo uomo la abiterà indisturbato fino all’ultimo dei giorni. La povertà che si sta ricreando (il Pontefice parla di “alcune parti del mondo”, ma è chiaro che non sia necessario andare troppo lontano per trovarle) sarà l’eredità duratura di questo male che è per noi quello che fu Annibale per Roma. Sconfitto, cioè, ma a costo di distruggere gli equilibri sociali e politici della Repubblica. Democrazia, quest’ultima, piena di glorie e di difetti, che non sarebbe sopravvissuta al suo stesso successo.

Come ai tempi delle invasioni barbariche

Ci sarà bisogno di ricreare, ricostruire, ripensare. Prima però si tratterà di affrontare le emergenze dell’immediato, perché diceva Brecht che prima vien la trippa e poi vien la virtù. Ragionamento materialista, vero, ma anche San Tommaso Moro chiedeva al Signore di avere tutti i giorni una buona digestione, ma anche qualcosa da digerire.

Comunque, al netto di questo or quindi or quinci, spicca il fatto che la Chiesa stia riassumendo una centralità che negli ultimi anni pareva scossa da scandali finanziari e sessuali, per non dire dei litigi dottrinari e pastorali. Se il mondo sta frantumandosi, e le colonne portanti della civiltà sbriciolandosi come quelle di un tempio pagano in un film di Maciste, vengono in mente le parole di Federico Chabod, uno degli storici italiani più importanti del secolo passato.

Nel 1948, passata la buriana della guerra e del fascismo, tenne un ciclo di lezioni alla Sorbona per spiegare quello che era successo nel ventennio precedente alla sua cara Italia. E notò che “dalle macerie la Chiesa era andata emergendo con la stessa autorevolezza con cui era emersa ai tempi delle invasioni barbariche”.

Ecco perché ieri, in una piazza San Pietro deserta e silenziosa dove le ambulanze sembravano intonare il Dies Irae, Bergoglio appariva un novello Gregorio. Ecco perché – primo in un Occidente inchiodato ai parametri degli anni ’90 –  riesce a vedere più in là, a quando tutto questo sarà finito. Si tratterà, nella sua visione del mondo, di ritrovare un nuovo equilibrio internazionale, basato su un rinnovato multilateralismo.

La carità è sempre una virtù

Il suo ministro degli esteri, Gallagher, lo ha ricordato in un discorso recentissimo al Consiglio d’Europa, che guarda caso nell’immediato dopoguerra fu creato. Un sistema in cui proprio l’Europa, in queste ore palcoscenico di meschinità, dovrà ritrovare la sua centralità e rimettere al centro i suoi valori originari. Un’Europa non più di ragionieri, ma di politici.

Anche qui non sfugge che, negli ultimi dieci giorni, Francesco ha parlato – con toni non certo liquidatori – della centralità del ruolo dei politici, fino a far pregare per loro sul sagrato della Basilica. Prima, nella sua omelia, aveva esaltato i valori della solidarietà, che poi è la versione laica della carità.

Virtù, quest’ultima, che non può essere confusa con la filantropia, fenomeno non certo negativo ma basato sull’assunto che il ricco dà il superfluo e si ottiene una sorta di redistribuzione della ricchezza. La carità si basa sulla fratellanza (altro concetto evocato dal Papa), e quindi su una sorta di riconoscimento del diritto del più debole ad essere aiutato. A guardar bene è tutta un’altra cosa. E la politica, ha ricordato Francesco citando Montini, è la più alta forma di carità.

Nel segno di Paolo VI

Montini, che noi di solito ricordiamo con il nome che si scelse una volta eletto papa, fu una delle figure dominanti della Ricostruzione. Contribuì a dare alla politica uomini nuovi e idee nuove, ordì tele diplomatiche in Europa e oltre l’Atlantico, promosse e visitò di persona quelle Nazioni Unite che, dai tempi dell’Iraq in poi, sono divenute nella propaganda neosovranista l’epitome di ogni inconcludente corruzione. Lui, più ancora di Pio XII, fu il Dopoguerra.

Schivo, poco mediatico, riflessivo: il suo profilo sembra quasi aver ispirato le parole che proprio venerdì Bergoglio ha pronunciato per elencare le sordità di un’epoca al tramonto: culto dell’immagine, sensazionalismo, informazione drogata. L’idea di potersi salvare da soli.

L’identikit che ne esce è quello di una civiltà dove tutto, a partire dalla creazione e dalla distribuzione della ricchezza, segna lo stigma dell’ingiustizia sociale. La nuova economia, che Francesco si preparava a lanciare ad Assisi proprio oggi, sarà di mercato, ma edulcorata. Vale a dire: di mercato sì, ma sociale, o almeno civile.

Un modello renano stemperato nella sussidiarietà del Terzo settore, una struttura in cui il privato agirà, lo Stato vigilerà, la società civile farà quello che l’uno e l’altro non sono in grado di fare.

Addio, vecchio Pil

I parametri economici dovranno essere diversi, a cominciare dalla rinuncia all’adorazione totemica del Pil come unico strumento di misurazione del successo. Ci saranno, in quest’ottica, altre unità di calcolo. Il rispetto della persona umana da parte del sistema sociale, e più che il concetto un po’ fumoso di felicità, quello di capacità di tenuta del sistema sanitario nei confronti delle fasce anagraficamente, ma non solo, più deboli.

Gli ospedali bloccati in questi giorni di emergenza sono la prova di un doppio fallimento: oltre che antropologico – con annesso insinuante dibattito sulla necessità di lasciar andare gli anziani, senza cure – anche economico: si spenderà per riparare i danni fatti molto di più di quanto non si sia risparmiato, facendo quei danni.

C’è, infine, un argomento più sottile, che il Papa ha evocato nell’omelia di oggi a Santa Marta. Sia chiaro: si riferiva solo alla Chiesa, ma siccome lui stesso ha finito per declinarlo alla luce del coronavirus, va da sé che lo si leghi a livelli più laici della convivenza umana.

Il tradimento dei chierici

Bergoglio ieri se l’è presa con i chierici, categoria di per sé traditrice dai tempi di Julien Benda. Sono coloro, ha spiegato, che perdono il contatto con il popolo. Quel popolo di Dio che poco ha studiato, ma intuisce la via della salvazione e che va accompagnato e seguito, perché questo è il vero guidare. Quindi addio elite, addio visione personalistica della gestione del bene comune, addio demagogia populista che accarezza i bassi istinti della folla disprezzando la saggezza del popolo.

Una saggezza che un genere cinematografico, nell’immediato dopoguerra, rappresentò insieme alle difficoltà economiche di una ricostruzione necessaria dopo i populismi degli anni ’30. Tutto sintetizzabile in una parole: “Fame”.

Questo genere cinematografico era il Neoralismo. E allora si capisce che la differenza tra uno scippatore di buste della spesa e un ladro di biciclette è veramente poca, anche se sono passati settant’anni. Un’era glaciale.

 

Qui l’articolo originale pubblicato dall’agenzia Agi

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