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Quaresima: gesti esteriori e atteggiamenti interiori

PALMA

Sarah Dorweller/Unsplash | CC0

Comunità Shalom - pubblicato il 27/03/20

Non è bene abbandonare le pratiche esteriori, ma vanno riempite di spiritualità e preghiere gradite a Dio

di Juan José Léniz Ulloa

Come posso far sì che questa Quaresima sia diversa? La grande tentazione è quella di vivere i tempi liturgici speciali come se non avessero nulla di particolare. Pregando al riguardo ho ricordato un episodio semplice, ma che mi ha colpito molto.

In un centro di evangelizzazione, mentre veniva celebrata la Messa, un bambino è passato davanti al presbiterio e ha fatto un rispettoso inchino all’altare. Il suo gesto, probabilmente appreso dai genitori, ha suscitato un’ondata di tenerezza tra i presenti.

Subito dopo la Messa, gli oggetti liturgici, compreso l’altare, sono stati ritirati per iniziare un’altra attività. A un certo punto, quel bambino è passato di nuovo davanti al palco, e anche se non c’era alcun altare si è genuflesso, suscitando le risate dei presenti.

Cosa ci dice questo episodio sulla Quaresima?

Quello che ci sembrava un gesto di pietà non era altro che il rispetto di una regola rafforzato dall’efficacia del costume. Probabilmente i genitori gli avevano detto “Quando passi qui devi fare un inchino”, e il bambino, obbediente, così faceva. Senza ignorare la condizione del bambino, possiamo chiederci: i suoi genitori gli hanno dato quantomeno una spiegazione di base sul miracolo davanti al quale si stava inchinando, o si sono semplicemente preoccupati di insegnargli un gesto esteriore?

Questo non è un testo sulla formazione spirituale dei figli, ma vogliamo chiederci se accade lo stesso anche a noi. Viviamo pratiche spirituali o atti di pietà per costume o per mero rispetto di una regola? Ad esempio, quando facciamo la genuflessione entrando in una chiesa o in una cappella, ricordiamo che lo facciamo perché entriamo nello spazio di un Re e vogliamo rendergli omaggio?

Quando alziamo le braccia o battiamo le mani in una preghiera comunitaria, rispondiamo semplicemente alla sonorità e al ritmo della musica o stiamo pregando con il nostro corpo? Quando in fila per la Comunione facciamo un inchino o ci inginocchiamo, lo facciamo ricordando che stiamo per accogliere Dio stesso in noi o perché lo fanno tutti? Quando chiediamo la benedizione del cibo, lo facciamo per ringraziare per la Provvidenza di Dio che si prende cura di noi o è meramente una convenzione sociale che indica l’inizio del pasto?

La Quaresima, l’origine dei gesti esteriori

Tutti i momenti della vita spirituale (che è intrinsecamente interiore) sono caratterizzati da un gesto corporeo (intrinsecamente esteriore). Possiamo dire che i gesti esteriori hanno origine e ragion d’essere nella spiritualità. Questo principio e vincolo fa sì che ogni gesto sia buono per natura.

In effetti, i gesti esteriori fanno parte della “composizione” della pratica religiosa. Basta vedere la vita di Gesù Cristo, le cui parole e i cui segni erano sempre accompagnati da un gesto del corpo. Questo esempio è stato adottato dalla Chiesa fin dai primi secoli. Nella celebrazione dei sacramenti, ad esempio, sovrabbondano i gesti corporei, a loro volta ricchi di significato spirituale.

Se i gesti sono naturalmente positivi, cosa c’è di negativo nell’esempio che abbiamo fatto all’inizio? Il gesto dev’essere sempre accompagnato dal suo significato spirituale, altrimenti è svuotato. Possiamo tuttavia affermare che il gesto è stato realizzato per essere pieno di significato. Se il gesto trova il suo principio nel suo significato spirituale, lo svuotamento del gesto diventa una specie di annullamento della “ragion d’essere”, o logos, del gesto.

Il vero logos di ogni esperienza spirituale cristiana, però, è Cristo, il logos di Dio. Di conseguenza, la negazione del logos della spiritualità è una negazione di Cristo stesso. In termini più semplici, se Gesù è la Parola che riempie, lo svuotamento del gesto può essere compreso come una sua negazione. In modo ancor più grave, possiamo dire che un gesto vuoto significa una non incarnazione del mistero, come una vera negazione o un rifiuto del “Verbo che si è fatto carne”.

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quaresima
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