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Non è la mascherina a far male, ma la sofferenza di chi chiede: “Stai qui, ho paura”

NURSE, MASK, SAD
Sergei Akaemov | Shutterstock
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Alla fine di un turno lungo e doloroso, un’infermiera dell’Ospedale di Crema ripensa alla sua giornata e ai volti incrociati: “Ci sentiamo impotenti a tanto dolore e a tanta sofferenza, possiamo solo stargli vicino con un L’eterno riposo”.

Di Tiziana Mereu

Mi ritrovo qui, “fortunatamente” sul mio letto a notte fonda, a scrivere, mi fa bene scrivere, ogni tanto tiro fuori la tristezza.
In questa notte tanto silenziosa dove lo scorrere delle ore non è accompagnato dagli allarmi dei monitor, dal suono dei respiratori, dall’ossigeno che esce dalle bombole o dalle sirene che illuminano il buio della notte.
E nulla, non si riesce a dormire comunque, perché pensi a tutti quei visi che hai incontrato la notte precendente, a tutte quelle persone a cui hai cercato di infondere sicurezze.
Pensi se hai fatto tutto giusto o se hai tralasciato qualcosa, ma non qualcosa di materiale, non se hai dimenticato qualche terapia o parametro, no, quello sei certa di averlo fatto;
pensi se hai dimenticato di dare qualche attenzione in più al singolo paziente che hai assistito.
Pensi a quello che avresti potuto fare per tranquillizzarli o se avrai detto sempre la parola giusta al momento giusto.

Ti tocchi il viso per asciugarti quelle lacrime che scendono senza controllo e sfiorandoti il naso, ti rendi conto che ti fa ancora male, forse è la mascherina o forse sono gli occhiali che ormai indossi da un mese, ma non importa. Non sono quelle le ferite che fanno male.
Leggo post di colleghi che hanno segnalato il grande sacrificio di non togliersi la mascherina o non bere o non andare in bagno per ore e ore per paura di contaminarsi, non è quello che ci rimarrà impresso.
Ciò che farà più male a tutti noi, è la sofferenza che ogni minuto, di ogni singolo turno, abbiamo incrociato negli occhi di un padre, di una madre, di un figlio o un’ amica, di un collega.
Ci porteremo nel cuore quella fortissima stretta di mano di quel paziente, che prima di essere sottoposto a Niv (ventilazione non invasiva – NdR) sapendo che quello sarebbe stato l’ultimo tentativo prima di essere intubato, ti dice: “Stai qui, ho paura”.
Ciò che ci rimarrà impresso nella nostra mente in modo indelebile è la fila dei camion dell’esercito che accompagnati dal silenzio percorrono le strade di Bergamo portando via padri, madri, figli, mariti, mogli e noi possiamo solo stargli vicino con un L’eterno riposo.

KORONAWIRUS
Halfpoint | Shutterstock

Ci sentiamo impotenti a tanto dolore e a tanta sofferenza, il destino della nostra vita ci ha messo e ci sta mettendo a dura prova.
Ci sta rendendo forti, resilienti, ancora più empatici e testimoni.
Si, testimoni di grande sofferenza, per far capire e insegnare, attraverso la nostra esperienza lavorativa, ai nostri figli, amici e conoscenti che grande dono è la vita, cosa significhi soffrire e combattere contro le avversità con grande forza e coraggio rialzandosi anche se si cade.

Possiamo trasmettere le nostre emozioni e far capire quanto è bello non dare per scontato un abbraccio, un sorriso o la presenza di qualcuno al nostro fianco.
Non potremmo mai dimenticare neanche quando ci saremmo rialzati tutti, perché sempre mancherà qualcosa, QUALCUNO, perché lo dobbiamo a tutti coloro che non ce l’hanno fatta!
Ti odiamo Covid-19 per la sofferenza e il grande dolore che hai creato e seppur sarà una contraddizione ti ringraziamo… eravamo troppo egoisti, poco attenti a tutto ciò che ci circondava, stavamo diventando troppo poco altruisti, concentrati solo a primeggiare sul lavoro, sul quotidiano, dimenticandoci cos’è l’empatia, il perdono, il rispetto per la VITA.

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