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Prendersi cura del prossimo durante le epidemie è sempre stata una caratteristica cristiana

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La Chiesa è in prima linea fin dalle origini, mettendo in pratica il messaggio evangelico della carità

L’attuale pandemia di COVID-19, l’infezione polmonare provocata da un nuovo coronavirus, ha fatto ripensare alle epidemie medievali di peste. Vari commentatori hanno anche ricordato che se il mondo in passato ha affrontato terribili epidemie, la Chiesa è stata sempre al centro della risposta.

Fin delle origini del cristianesimo, la comunità dei credenti è stata ampiamente motivata dal messaggio evangelico di Gesù Cristo di non scappare e perseverare nella sofferenza, assumendo dei rischi in nome della carità.

I cristiani non hanno certo il monopolio del servizio pubblico e della carità, scrive Lymon Stone, research fellow presso l’Institute for Family Studies e consulente dell’impresa Demographic Intelligence, su Foreign Policy. “Se la gente di ogni fede, e di nessuna, sta ora affrontando la malattia”, scrive, “vale la pena di rispolverare l’approccio caratteristico che i cristiani hanno adottato nei confronti delle epidemie nel corso del tempo”.

Stone offre un approccio interessante alla risposta dei cristiani alle varie epidemie nel corso dei secoli, concentrandosi soprattutto sulla sua tradizione religiosa, quella della Chiesa luterana.

La Peste Antonina del II secolo, dice Stone, potrebbe aver ucciso un quarto della popolazione dell’Impero romano. Potrebbe anche aver portato alla diffusione del cristianesimo, suggeriscono alcuni storici, perché “i cristiani si prendevano cura dei malati e offrivano un modello spirituale in base al quale le epidemie non erano opera di divinità arrabbiate e capricciose, ma il prodotto di una Creazione spezzata che si era rivoltata contro un Dio amorevole”.

La Peste di Cipriano del III secolo, indica Stone, ha contribuito a scatenare la crisi di quel secolo nel mondo romano. “Ma ha fatto anche qualcos’altro: ha provocato la crescita esplosiva del cristianesimo”, ha scritto. “I sermoni di Cipriano esortavano i cristiani a non piangere per le vittime dell’epidemia (che vivevano in cielo), ma a raddoppiare gli sforzi per prendersi cura dei viventi. Il suo confratello vescovo Dionisio descriveva come i cristiani, ‘noncuranti del peccato… si prendevano cura dei malati, facendo fronte a ogni loro necessità’”.

Quello standard si è ripetuto un secolo dopo, quando l’imperatore Giuliano, “attivamente pagano”, si lamentava amaramente di come “i Galilei” si prendessero cura anche di malati non cristiani, “mentre lo storico della Chiesa Ponziano racconta come i cristiani assicurassero che ‘il bene doveva essere fatto a tutti gli uomini, non solo ai compagni di fede’. Il sociologo e demografo religioso Rodney Stark afferma che i tassi di mortalità nelle città con comunità cristiane potrebbero essere stati anche la metà di quelli delle altre città”.

Questa abitudine di assistenza sacrificale è emersa anche in altre occasioni. Nel 1527, quando la peste bubbonica ha colpito Wittenberg, Martin Lutero rifiutò di abbandonare la città e di difendersi, decidendo di rimanere lì e di assistere i malati. Il rifiuto di andar via costò la vita a sua figlia Elizabeth. Nel trattato “Perché i cristiani dovrebbero fuggire la peste”, Lutero offre una chiara articolazione della risposta cristiana alle epidemie: “Moriamo al nostro posto. I medici cristiani non possono abbandonare i loro ospedali, i governatori non possono abbandonare i propri distretti, i pastori cristiani non possono abbandonare le proprie congregazioni. La peste non fa venire meno i nostri doveri: li fa volgere alle croci, su cui dobbiamo essere pronti a morire”.

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