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Non è tempo di contare le cose che mancano, ma quelle che si hanno!

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izzet ugutmen | Shutterstock
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E allora ringrazi di avere una casa (i senzatetto stanno soffrendo molto più di noi in questo periodo), di stare bene, di non essere sola nella quarantena e di poterla fare con le persone che ami, e così via…

In questo periodo, mi rendo conto di quanto mi manchino tante piccole e grandi cose della vita. La messa quotidiana, in primis, con il suo dono di Grazia e la gioia di andarci con la mia mamma; le passeggiate al parco; gli abbracci con la mia famiglia, con mio fratello che non vedo da molti giorni, con mia cognata, con i miei amici; il lavoro quotidiano; gli incontri con tante persone; il coro che allieta il mio tempo libero… eccetera.

Tante piccole cose che dai per scontate; tante piccole cose cui magari puoi rinunciare, una per volta, ma che se te le tolgono tutte di botto ti fanno sentire molto solo e abbattuto.
Una prima, ottima terapia è quella di non contare le cose che mancano, ma quelle che si hanno: count your blessings, come si dice. E allora ringrazi di avere una casa (i senzatetto stanno soffrendo molto più di noi in questo periodo), di stare bene, di non essere completamente sola nella quarantena e di poterla fare con le persone che ami, di avere comunque un milione di cose da fare a casa che avresti comunque dovuto realizzare e almeno riesci a fare concentrata, e così via…

Ma poi mi viene anche un altro pensiero. Tutte le cose belle della vita, le relazioni, la musica, la natura, la primavera, sono belle in se stesse, ma sono anche segni di una Bellezza Altra, di Colui che ce le ha donate perché ci ama. Tutte ci danno gioia, e illuminano la nostra vita; ma hanno tanto più senso quanto più fungono da lampade disseminate sul cammino che ci aiutano a trovare la strada fuori dalla “selva oscura”, là dove “non c’è bisogno più di lampade, né di sole, né di luna” perché brilla la luce di Dio. Ogni cosa bella e ogni gioia ha senso se indirizza il nostro sguardo verso la Bellezza ultima, la felicità di “là dove gioir s’insempra”, come dice Dante.

Quando le creature ci vengono tolte, e con esse la gioia che ci danno, la mancanza che ne sentiamo può invitarci a rivolgerci alla fonte di ogni gioia, il Creatore. Lui c’è sempre, non ci abbandona mai; la sua luce e la sua bellezza non si appannano né si offuscano, non si nascondono e non scompaiono. Quella mancanza che sentiamo dentro di noi in certi momenti, come questo, si fa più acuta, ma in realtà accompagna tutto il cammino della nostra vita: ogni volta che siamo felici abbiamo nel cuore la sottile inquietudine del sapere che la felicità può essere passeggera, che ci può essere tolta, che avrà una fine.
Proprio oggi il Vangelo di questa strana domenica senza chiesa ci parlava della Samaritana, che ogni giorno deve andare ad attingere acqua; ogni giorno noi (giustamente) riempiamo la nostra vita, il nostro secchio con le piccole grandi sorsate di felicità che troviamo sul nostro cammino. Possiamo però prendere la “sete” che sentiamo come un invito ad abbeverarci all’acqua viva, dopo la quale non avremo più sete. Solo nella Bellezza di Dio possiamo “mettere al sicuro” tutta la bellezza della nostra vita; solo nell’Amore di Dio possiamo custodire tutti i nostri amori; solo nella Gioia di Dio le nostre piccole e grandi gioie diventano imperiture.
E allora, quando ci manca qualcosa, riconosciamo in quella mancanza una sete di infinito che è la nostra benedizione, perché aiuta il nostro cuore a cercare il senso profondo della sua vita.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA CHIARA BERTOGLIO

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