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Anche io sono come quella bambina che chiede a voce alta: “Perché?”

Yuliya Evstratenko | Shutterstock

Piovono Miracoli 2.0 - pubblicato il 25/03/20

Non ho bisogno di vignette e gruppi whatsapp, ma di silenzio. Non voglio pensare al dopo, ma vivere l'oggi e gridare il bisogno che ho di essere strappata alla solitudine e al nulla.

Di Anna Mazzitelli

Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo.

Dice il salmo, mentre dai balconi di tutta Italia sventolano lenzuoli arcobaleno con scritto “andrà tutto bene”.

Ma siamo sicuri che andrà tutto bene? E che cosa significa, realmente, “andrà tutto bene”?


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Perché poi, certe volte, le cose non vanno bene, o, almeno, non nel senso che io leggo in questa frase che in questo momento è così virale (buffo che la parola virale che usiamo per definire “qualcosa che si diffonde in modo particolarmente veloce utilizzando i mezzi di comunicazione”, derivi proprio da virus). È per questo che ho staccato il mio telefono, un paio di giorni fa, niente più gruppi whatsapp, e guardo solo le e-mail. Perché non ne posso davvero più delle vignette, degli audio, dei video che fanno ironia su questo periodo che stiamo vivendo (lo so, io sono sempre stata allergica a questo genere di cose, ma ora più che mai è passato dall’essere solo un fastidio a qualcosa che mi fa stare male sul serio).

È vero che l’ironia spesso è un’ancora di salvezza, ma trovo che a questo punto sia necessario un po’ di silenzio. Almeno a me, adesso, serve un po’ di silenzio. Vorrei che questo momento non passasse lasciandomi uguale a come ero, altrimenti sarà passato invano, vorrei riuscire a vivere oggi, ora, perché questo è il giorno che mi è stato donato, senza aspettare che passi, senza sperare che arrivi presto la sera, la settimana prossima, la fine della quarantena, l’estate… perché è oggi che la realtà sta cercando di dirmi qualcosa, e se non la ascolto, potrebbe non ripeterlo più.

Perché mai come ora ci chiediamo “Che senso ha?”, e questo grido – che non è riferito solo alla diffusione del virus, ma anche a tutto ciò che viviamo – in questo momento ha il tempo e le condizioni propizie per scavarci dentro e per farci cercare una risposta. Come mi ha detto una persona cara, è il momento di aprire un cantiere su noi stessi, perché abbiamo l’occasione di non continuare a rimandare. Qualche settimana fa una bambina dagli occhi nerissimi, della mia classe del catechismo, mi ha chiesto:

Anna, posso farti una domanda? Anna, ma perché? Perché tutto questo, il mondo, la vita, tutto… perché?

Avrei voluto piangere. Invece l’ho pregata di continuare a chiederselo finché un giorno, all’improvviso, avrà davanti a sé, chiara come la luce del giorno, una risposta, la sua risposta.


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Le ho detto che non volevo darle la mia, di risposta, perché non sarebbe stato giusto, ma le ho promesso che se continuerà a cercarla, a seguirla, a stare attenta, prima o poi, quando meno se lo aspetta, si ritroverà a osservare qualcosa e a vedere oltre la realtà, a vedere la sua risposta. E allora sospirerà “Ecco perché!” e finalmente le sarà tutto chiaro. Anche se poi non finirà lì, poi avrà bisogno di tenere stretto a sé quel momento e quella risposta, dovrà tenerla viva e ricercarne le tracce in ogni avvenimento della sua vita, per non perderla di nuovo.

Non so quanto abbia capito, quella bambina dagli occhi nerissimi, del mio discorso, ma sono certa che sia così.

Il problema è che spesso siamo così di fretta, così distratti, così pieni di impegni, da non accorgerci della nostra risposta che passa, come il mormorio di un vento leggero, e la lasciamo andar via. Ma adesso, adesso che non andiamo a scuola, a catechismo, a lavorare, a fare sport, a fare la spesa, non andiamo nemmeno in chiesa o al cimitero… adesso abbiamo più tempo, e c’è silenzio, ci sono le condizioni ideali per fare un po’ di lavoro su noi stessi e per cercare la nostra risposta. È un tempo che è un regalo, e contemporaneamente è un silenzio che ci fa paura, perché ci costringe a guardarci dentro e a chiederci qual è il senso di tutto quello che facciamo e che abbiamo fatto finora, qual è il senso delle nostre scelte, delle nostre azioni.

MUM, KIDS, HOME
Monkey Business Images | Shutterstock

È un tempo che ci chiede di fermarci a viverlo, tutto intero, senza pensare al dopo, è una realtà che ci sta dando un pugno in faccia, e sappiamo che ci farà male, quindi ancora una volta cerchiamo di evitare il dolore riempiendoci di altro, di gruppi whatsapp, di vignette, video e audio dissacranti, di statistiche e numeri, di dolci da cucinare coi nostri figli, di didattica a distanza (sia chi la fa, sia chi la subisce), di piattaforme e applicazioni per fare videochiamate, di lenzuoli arcobaleno appesi alle nostre finestre.

Ma tutte queste cose non ci sveleranno il senso di quello che stiamo vivendo, non ci aiuteranno a dare una risposta alla domanda che quella bambina dagli occhi nerissimi ha fatto ad alta voce, ma che urla dentro ciascuno di noi, perché tutti abbiamo bisogno di sapere che non siamo qui per caso, e che quando non ci saremo più, in realtà, ci saremo ancora.

Altrimenti, se non fosse così, ci sarebbe solo il nulla, e il nulla fa paura, fa paura più del virus, più della terapia intensiva, più del numero di morti che ogni giorno sale, più della nostra stessa morte.

Per questo mi veniva in mente il salmo 85:

Giustizia e pace si baceranno

È giusto quello che stiamo vivendo? Sono giuste tutte queste vittime? È giusto stare per giorni chiusi in casa, qualcuno anche lontano dai suoi affetti, è giusto che ci siano famiglie spezzettate in città diverse perché sono rimaste bloccati dal decreto? È giusto che i nostri cari muoiano da soli in ospedale, senza nessuno accanto, senza che noi possiamo piangere al loro funerale?
E ci sarà giustizia quando il virus sarà passato/curato/debellato/allontanato?

E allora, finalmente, saremo in pace?


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Oppure queste due parole, giustizia e pace, hanno senso solo alla luce delle altre due che il salmo associa loro: Misericordia e verità?

“Andrà tutto bene” può non significare che sopravviveremo tutti, che le persone malate guariranno, che non finiremo noi stessi in un ospedale con il respiratore o addirittura in un cimitero (se avremo la fortuna di essere sepolti). La verità è che le cose potrebbero non andare bene nel senso in cui lo stiamo dicendo, con il significato che gli danno i bambini che dipingono arcobaleni sui lenzuoli. La verità è che abbiamo bisogno di una risposta che sia diversa da quella che ci fa fare una risata momentanea, da quella che ci garantisce che se staremo chiusi in casa le cose miglioreranno, la verità è che noi abbiamo bisogno di sapere se c’è bellezza dietro questo momento, dietro questa fatica, dietro questo dolore.

Perché se c’è bellezza, allora vale la pena, tutto vale la pena, anche soffrire, anche morire.

E se ci siamo dati modo di interrogarci, se sfruttiamo questo tempo per gridare la nostra domanda, e poi facciamo silenzio e ci mettiamo in ascolto, forse riusciremo a intuire il senso che c’è dietro alla nostra solitudine, al nostro vuoto che ora più che mai rimbomba, potremmo scorgere anche in questo tempo quella bellezza che cerchiamo.

Una bellezza collaterale, che non riusciremo a mettere a fuoco e non sazierà la nostra fame di comprendere né la nostra sete di felicità e di infinito, ma che ci dirà che siamo fatti per il bene, e che questa sete di infinito sarà saziata dalla sua stessa sorgente. Ci dirà che siamo oggetto di una predilezione che ci proteggerà dalla paura che non ci sia senso, ci darà la certezza che il senso c’è, e che questo senso ci strapperà dal nulla.

Allora, sì, andrà tutto bene.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA PIOVONO MIRACOLI

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