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Simone Cristicchi: insieme al virus scompaia l’individualismo che uccide le anime

SIMONE CRISTICCHI
Andrea Raffin | Shutterstock
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Il cantautore ha condiviso una riflessione lucida e incoraggiante: “Prometto che utilizzerò questo tempo nel miglior modo possibile, come se fosse un regalo inaspettato, una piantina da coltivare ogni giorno contro la paura, in totale assenza del superfluo”.

Siamo nel mezzo di una crisi drammatica, occorre stare sul pezzo. Eppure ci sono momenti in cui penso al dopo Covid19, e non lo faccio con uno sguardo sereno. Mi sento proprio agli antipodi del sentimento euforico che ieri ha diffuso in rete il rettore dell’Università di Perugia, Maurizio Oliviero: “Quando finirà vi voglio tutti ubriachi a pomiciare sui prati”. A dirla tutta, è proprio questo eccesso gaudente che temo molto, il fiato trattenuto di chi non vede l’ora di dimenticare tutto e lanciarsi in una terapeutica orgia di divertimento.

Sento il bisogno di un alfabeto nuovo, segnato da tante cicatrici, e dovrà essere una lingua parlata sottovoce e con lentezza. Come quella di chi cammina piano per custodire la fiammella esile di un candela; ripenso al finale di Nostalghia di Tarkovskij. Avremo una luce piccola da custodire, saremo noi stessi piccoli e come appena nati. Nudi, esposti.

Travaglio

Di tutt’altro stile e sguardo, rispetto al rettore di Perugia, è invece la riflessione che ha condiviso il cantante Simone Cristicchi sul suo profilo Facebook. Anche lui ha riflettuto sull’ipotesi di un nuovo inzio:

Che tipo di umanità verrà partorita, dopo le settimane (o mesi?) di isolamento?

L’immagine del parto pressuppone due cose essenziali: le doglie e la nascita. Il nostro attuale travaglio può ridursi a un dolore arido e sterile se quello che verrà dopo non sarà una nascita, ma solo una pagina bianca senza memoria. Nel sofferto qui e ora non c’è solo un dramma da superare, ma un’umanità nostra da far venire alla luce di nuovo. Si può nascere da adulti? Assurdo?

Se ricordo bene, qualcuno fece già questa domanda:

Gli disse Nicodemo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Gli replicò Nicodemo: «Come può accadere questo?». (Gv 3,1)

Siamo nati biologicamente in un giorno e in un’ora precisi. Eppure c’è Uno che ci chiama a una vita più vera dentro ogni istante e a diventare Suoi figli attraverso il travaglio degli eventi vissuti. Il bivio è tutto qui. Il dolore e il dramma sono un rotolare vorticoso verso la morte oppure sono un’occasione di nascita continua (proprio stando a tu per tu con l’ipotesi del nostro limite mortale). Questa proposta, che ora io ho guardato con gli occhi della mia fede cristiana, è portata a tutti da Cristicchi in un orizzonte valido anche per chi non crede. A tutti è posta la sfida di nascere da capo attraversando le doglie di questa quarantena.

Mi sto convincendo ogni giorno di più che esista una connessione profonda tra il virus che uccide i corpi, e l’individualismo che separa le anime.
Forse la Natura, che agisce in base a un suo codice per noi apparentemente indecifrabile, ci ha dato soltanto un segnale. Fermatevi adesso! Ascoltatevi dentro!
Rivedete il vostro modo di relazionarvi al creato e agli altri!

Non so se la Natura manda segnali (non sono propensa ad attribuirle una forma antropomorfa), ma sono certa che l’uomo sia l’unica creatura capace di vedere negli eventi dei segni. E lo è in virtù della coscienza che Dio gli ha dato. Qualche giorno fa mia madre mi ha aiutato  – al telefono – in un momento di sconforto così: «Dio non manda punizioni, ma può servirsi anche di un piccolo virus per cambiare il cuore degli uomini». Quella connessione tra virus e individualismo che l’occhio profondo del cantautore ha colto è proprio una coscienza all’opera, è segno di una relazione viva con Chi non solo fa le cose ma si cura soprattutto del loro destino. Un virus ci ricorda che non siamo solo corpi e che a lungo, distrattamente, abbiamo isolato e atrofizzato le nostre anime nella quarantena di un indivualismo che sembrava una reggia lussuosa.

Le fondamenta ora tremano, il travaglio ci scuote forte. Che volto avremo domani?

Un regalo inaspettato

Fuori è primavera e ci fa un po’ male vedere questa natura che esplode rigogliosa, mentre noi siamo chiusi in casa. La parte più positiva del messaggio di Simone Cristicchi riguarda proprio l’ipotesi che anche noi siamo in un tempo di fioritura. Tutto dipende dai semi che vogliamo piantare, e dalle erbacce che vogliamo estirpare:

Forse, una delle cose che ci insegna questo momento è che non possiamo più permetterci di essere banali. Prometto a me stesso che utilizzerò questo tempo nel miglior modo possibile, come se fosse un regalo inaspettato, una piantina da coltivare ogni giorno contro la paura, in totale assenza del superfluo.

Facebook

Nessuno osa dire che una malattia pandemica sia un regalo, ma – direbbe Calvino – c’è molto che non è inferno dentro la drammaticità vissuta. La fatica della quarantena possiede molte delle virtù della clausura, del limite che mette a fuoco e rende preziose le presenze. Quella libertà sfrenata che credevano essere la cifra assoluta della felicità ora si confronta con l’ipotesi che custodire, rallentare, tacere siano occasioni molto più feconde per l’io.

In un post molto bello, pubblicato su Eticamente, Elena Bernabé ha elencato tutto quello che non vuole dimenticare di questo periodo di reclusione e sofferenza. Eccone alcuni passaggi:

Voglio che le nostre case diventino nidi e non luoghi di passaggio. Voglio che siano il centro delle nostre giornate, che siano curate, vissute e amate come luoghi sacri.

Voglio che ogni persona sperimenti il tempo per sé come lo stiamo vivendo ora. Senza un tempo lento, semplice e dilatato nessuna persona al mondo può scoprirsi, riposarsi davvero e ricaricarsi. E mettere in atto la propria creatività. E scoprire i propri doni.

Voglio che i baci e gli abbracci non vengano regalati a chiunque. Sono un contatto fisico molto intimo e profondo. Da donare con cura e attenzione per non disperderne tutto il valore.

C’è molto da seminare per domani, e non sono prati su cui andare a pomiciare a fine contagio. Il punto non è tornare alla normalità di prima, alla superficialità edonista di prima. Emblematicamente si legge nella foto posta a cornice della propria riflessione da Simone Cristicchi : «Non ritorneremo alla normalità, perché la normalità era il problema».

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