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A Dio caro Matteo: in 7 giorni di vita hai gustato il meglio e ora sei nel Bene

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Aleteia - pubblicato il 24/03/20

Poco prima che iniziasse questo periodo di isolamento, una famiglia ha vissuto insieme la prova e la grazia straordinaria di accompagnare una piccola vita fragile e potente, quella un bimbo. Il suo nome è Matteo.

Di Giovanna Firpo
“Mi hai fatto come un prodigio, sono stupende le tue opere!” (Salmo 138)
È stato un mese impegnativo quest’ultimo.
Un mese che mi ha sconquassato, capovolto, rimescolato.
E come succede quando emulsioni acqua e olio, occorre lasciar riposare le due sostanze affinché si separino e si possano nuovamente distinguere.
Questo per dire che se la vita ti spariglia le carte, solo se hai la pazienza di attendere, qualcosa riesci a leggere negli eventi.
Il 12 febbraio nascevi tu, piccolo, immenso Matteo.
E sei stato una specie di spartiacque esistenziale, come solo sa esserlo il futuro quando si fa presente.
Una vita potente nella sua fragilità.
Una vita piena, quella dei tuoi sette giorni, nei quali i tuoi genitori ti hanno amato di un amore grande, senza riserve, raccontandoti di noi, la tua famiglia, il tuo passato, le tue origini, sorgente della quale ogni uomo ha nostalgia e dalla quale parte per raggiungere quell’oceano di Amore che lo attende.
Un giorno, quello della tua nascita al cielo, che ho vissuto come un venerdì santo. Erano le tre del pomeriggio quando il cielo su Genova da sereno e terso si è fatto buio. Tu, Signore hai condiviso il nostro dolore e la nostra angoscia. E quando dal vetro della terapia intensiva ho visto il medico auscultarti e scuotere il capo, il sole si è fatto largo tra i nuvoloni neri illuminando il mare e i suoi raggi sembravano braccia protese per afferrarci. Non siamo soli. Non li hai lasciati soli i suoi genitori, orfani di un figlio, ossimoro ingiusto e inconsolabile.
Il tuo papà e la tua mamma mi hanno insegnato che la fede non è un’idea, un ragionamento: è una risposta. Vedi Matteo, il tuo papà mi è diventato padre nella fede. E sì che io sarei la sua madrina di battesimo!
I ruoli si sono invertiti, lui mi ha superato, gli ho consegnato il testimone e lui lo ha passato a te, mio pronipote per sempre! Ti ha dovuto lasciare andare e lo ha fatto da padre, ruolo che ha dovuto imparare troppo in fretta.
Sono stati giorni di preghiera intensa, dove il nostro essere Chiesa è stata la voce incessante nella supplica perché tu vivessi in una immensa catena che ha legato persone distanti e sconosciute.
Nessuna di quelle preghiere è rimasta inascoltata. L’ho capito al tuo funerale. La tua piccola bara bianca splendeva, illuminata dal suono dei canti che il tuo papà e la tua mamma con una compostezza e un coraggio da martiri hanno intonato, conducendoci oltre i piedi del Golgota, in quel Santo Sepolcro dove appena due anni fa, e sembra un secolo!, durante il mio primo pellegrinaggio a Gerusalemme ho deposto una lacrima, consegnata a quel marmo, sigillo di una tomba vuota, “non è qui, è risorto!”, ragione imprescindibile del mio e del loro essere di Cristo.
Sono stati abbracci dolenti e sinceri, gli ultimi prima di questo digiuno. Ed erano, e sono, risposta al dolore, viatico per provare ad attraversarlo.
Caro Matteo, tu che di questo mondo hai assaporato il dolce suono delle voci dei tuoi genitori e all’ultimo il tenero tepore dell’abbraccio della tua mamma, ora ci guardi dalla Casa del Padre, ci ascolti appoggiato al cuore di Maria il cui battito assomiglia tanto a quello a te così familiare della tua mamma, sei circondato dalle anime di quanti dei nostri cari hanno già raggiunto quella meta che io avrei voluto raggiungere prima di te, per attenderti secondo una logica umana che si è capovolta e mi ha spezzato.
Dal 22 febbraio in avanti è stato un tumultuoso cambio di prospettiva quello che ho sperimentato.
Siamo fragili, tutti, nessuno escluso.
Vivo questo isolamento come ho vissutola difesa della vita, la tua, che i tuoi genitori mi hanno mostrato, mettendo tutto nelle mani di Dio, obbedendo alla legge di un Amore che mi supera perché è quello stesso che mi ha generato nell’utero di mia madre.
Lo guardo quell’olio che si è separato in quel bicchiere che è la mia anima e ne viene fuori un’immagine stramba eppure efficace: siamo tutti potenziali untori secondo la logica del virus, siamo tutti figli amati secondo la logica di Cristo, l’unto che ci ha salvati, chiamandoci per nome a una gioia che se oggi non riesco a intravedere, so che mi attende, attende ciascuno, quando torneremo con braccia cariche di stupore e meraviglia a stringerci gli uni agli altri.
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