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Come affrontare i conflitti in famiglia che nascono dalla convivenza forzata?

New Africa | Shutterstock

Silvia Lucchetti - pubblicato il 24/03/20

Covid-19: casa dolce casa, sempre e comunque? La lunga battaglia contro il Coronavirus che ci attende coinvolge anche i rapporti dentro le nostre famiglie.

La pandemia da Coronavirus, come ogni situazione che mette in grave pericolo la nostra vita, attivando l’emozione della sopravvivenza, la paura, ci permette solo tre strategie di difesa: l’attacco, la fuga e il congelamento, le tre “f” di stampo anglosassone (fight, flight, freezing).

Fight, flight, freezing

Guardando a questo scenario in una prospettiva sociale, la comunità si divide in gruppi, di diversa numerosità, che adottano prevalentemente l’una o l’altra di queste possibilità. In questo momento contro il nemico invisibile combattono prevalentemente medici, infermieri, volontari, operatori delle forze di polizia e armate; tra i fuggitivi ci sono sia quelli che scappano fisicamente dal pericolo, come qualche calciatore famoso o i giovani rientrati precipitosamente al sud dalla Lombardia, ma anche coloro che evadono mentalmente negando la malattia e comportandosi come nulla fosse; la gran parte di noi sono ibernati tra le mura domestiche, costretti al letargo sociale dal mantra #iorestoacasa.

Di fronte al nemico comune scatta la coesione?

La casa si conferma il nostro rifugio, e oggi la più importante linea di difesa, ma anche il contesto in cui il giano bifronte del positivo e del negativo esplica tutta la sua potenza di sbilanciamento sugli equilibri interpersonali. Quando ci si confronta con un nemico comune, anche tra chi era in forte contrasto o addirittura impegnato in uno scontro aperto fino a poco tempo prima dell’apparire del fantasma minaccioso, scatta la coesione, secondo il principio incontestabile che l’unione fa la forza. Ci si allea anche fra nemici inveterati di fronte al Mostro assoluto. Stiamo pertanto riscoprendo, come sottolineano lo psicologo Andrea Castiello D’Antonio e la sociologa Luciana d’Ambrosio Marri, il senso di Patria, di comunità cantando a squarciagola l’inno di Mameli e sventolando bandiere tricolori. Si assiste a grandi gesti di solidarietà, generosità, buona educazione e rispetto reciproco al grido, che cerca di esorcizzare l’infinita paura per un mostro tanto piccolo e invisibile quanto fulmineo e letale, “Andrà tutto bene”. (psicologiacontemporanea.it)


RAINBOW

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E se, invece, non #andràtuttobene?

Tutti insieme h24: l’equilibrio che vacilla

Tra le mura domestiche, si vedono adesso grandi e piccoli convivere in un clima di grande condivisione, in cui ognuno ha un compito preciso: chi rassetta, chi spazza, chi cucina, chi lava i piatti, chi fa la spesa. Tutto questo è bello e confortante, ma la guerra da combattere si sta rivelando purtroppo difficile e lunga. Avere in casa una persona normalmente assente o presente solo una parte della giornata, come ad esempio un anziano, il coniuge che andava a lavorare, o i figli che studiavano, può arrivare a sgretolare pian piano un equilibrio che si era costituito da tempo. Scatta il fastidio per piccole cose, l’insofferenza per la difficoltà di avere uno spazio solo per sé: magari il giovane che vuole sentire la musica ad alto volume infastidisce il riposino di chi verde non lo è più, costui tende a monopolizzare la tv per seguire ossessivamente i notiziari sulla malattia, il marito vuole improvvisarsi chef irritando non poco la cuoca di casa, e poi chi porta il cane a spasso e fa fare tutti i compiti ai bimbi piccoli?

PARENTING
Photo by Alexander Dummer on Unsplash

Uscire per sbollire la rabbia… e oggi che non si può fare?

Specialmente se c’era una significativa conflittualità pre-esistente, magari sotterranea, la tensione in casa può scatenarsi, condurre le persone allo spiattellarsi in faccia “il mai detto” quantomeno esasperandolo, o a diventare iper-reattivi di fronte a supposte intrusioni indebite nel proprio fazzoletto di metri quadri o nella privacy di una telefonata. Di fronte ad una tensione domestica molto forte una soluzione per raffreddare gli animi e far sbollire la rabbia era uscire di casa, ma oggi questo non è possibile. Se poi nel contesto familiare vi sono problematiche psichiche importanti di uno o più dei suoi membri, il rischio di una pericolosa escalation di aggressività diventa molto forte, come avvenuto ieri a Roma in cui un ventenne ha barbaramente ucciso la madre all’acme di un litigio furibondo.

Convivenza forzata: come sopravvivere?

Come si può cercare di affrontare i conflitti derivanti o aggravati dalla coabitazione forzata? Innanzitutto, affermano gli esperti Luciana d’Ambrosio Marri e Andrea Castiello d’Antonio, usando la parola non come un’arma per aggredire l’altro, ma come strumento per dare voce ai sentimenti di ciascuno con l’obiettivo di identificare e sciogliere i nodi che sono venuti al pettine. E poi, visto che ora il tempo c’è, provare ad ascoltare veramente, con la testa e il cuore, cosa l’altro ci vuole comunicare delle sue emozioni, amarezze, angosce, dubbi. Senza cercare un capro espiatorio ma un onesto perché, rispetto al quale quasi mai vi è chi ha ragione e chi torto, ma coesistono diversi bisogni e punti di vista mai comunicati l’uno all’altro che hanno condotto ad equivoci, ad un accumulo di incomprensioni e a sviluppare tanta ostilità. Non è sforzo facile, ma questi tempi difficili ci dovrebbero insegnare a scegliere e combattere per ciò che è veramente importante.


WOMAN, BORED,

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Il perdono

E in ultimo, ma non per ultimo, il perdono: questa grande risorsa dell’animo umano che chi crede può chiedere a Dio di essere aiutato a realizzare con la preghiera. Fra le tentazioni più grandi c’è quella di litigare per imporsi a tutti i costi, e tra i mali peggiori quello di arrivare ad odiare i più prossimi dei prossimi. La casa non è sempre dolce, ma guai a rimanere senza CASA.

Tags:
conflittocoronavirusrapporti affettivi
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