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Bergamo, le onoranze funebri sono allo stremo

BERGAMO ITALY CORONAVIRUS
Piero Cruciatti | AFP
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Seppellire i morti è una delle sette opere di misericordia corporali. Ma ora per tanti nostri fratelli non è possibile compierla. Andiamo ancora più a fondo della speranza cristiana e portiamo consolazione con la preghiera.

Nessuna battutina, né mezze risate. Quella che di solito si cerca di tenere lontana ridacchiando e facendo la voce più grossa della sua sembra fare troppo sul serio, adesso.

A Bergamo, città e provincia, soprattutto in Val Seriana i morti sono tanti, persino troppi per chi si occupa della loro sepoltura. Si tratta di lavoro certo, ma non sono macchine e tocca a loro l’atto finale di pietà per chi ha sofferto ed è morto, senza nemmeno il conforto dei propri cari.

Non ce la fanno più: hanno rinforzato la rete, aumentato le disponibilità ma arrivano decine di telefonate al giorno e stanno alzando anche loro bandiera bianca.

La voce di molti sindaci bergamaschi trema nel pronunciare il bilancio di un mese che sembra una vita. Non «solo» numeri, ma persone. Amici, concittadini, a cui non è stato possibile nemmeno dire addio. Un capitale umano spazzato via in tre settimane o poco più. La dimensione del dolore sovrasta i dati ufficiali diffusi ogni giorno da Regione e Protezione civile: solo ieri 226 morti in Bergamasca, per un totale di 951. Numeri inattendibili, parziali, perché ormai la realtà è molto più drammatica dei freddi calcoli. Basta parlare con qualsiasi primo cittadino, dalle valli alla Bassa, per rendersi conto che senza un monitoraggio attraverso i tamponi le cifre contano poco. (da L’eco di Bergamo del 22 marzo)

E sono proprio loro, i titolari di agenzie di pompe funebri, a dare il senso irrimediabilmente realistico dei numeri di questa tragedia. I morti sono più di quanto emerga dai dati ufficiali. Ci sono i morti in casa di riposo, le persone decedute nelle proprie abitazioni, tutte persone alle quali il tampone non viene effettuato. Ecco cosa dichiara il primo cittadino di Bergamo.

«I dati sono la punta dell’iceberg. Vale per i contagi, i ricoveri e purtroppo anche per i decessi. Troppe vittime non vengono contemplate nei report perché muoiono a casa» (Ibidem).

Persino il mercato in certi casi ci ricorda che in ballo non c’è solo la tensione tra la domanda e l’offerta. Le spoglie vuote di chi è spirato sono il segno più intenso di quanto quelle membra fossero abitate e piene di bellezza e senso. Non è un problema da gestire, solo, è l’appuntamento estremo con il nostro limite, che è la morte. La stessa che interessa il defunto è destinata anche a noi, lo sappiamo. Per questo abbiamo paura.

Ma siamo cristiani e allora il nostro dolore diventa diverso, è pena per qualcosa che doveva essere vissuto con un contegno particolare, senza disperazione, senza esagerazioni ma stringendosi in un’ultima compagnia amorosa a chi dobbiamo affidare all’oltre. Invece non si può, tanti nostri concittadini non possono salutare né accarezzare un’ultima volta un loro amato parente. E questa privazione riempie di dolore e sdegno tutti, dai medici, ai parenti, ai responsabili politici. E schiaccia persino gli “addetti ai lavori”.

Molte agenzie hanno potenziato il servizio di centralino per soddisfare alle numerose chiamate che arrivano. La media di richieste giunte alle agenzie funebri è di oltre dieci telefonate all’ora. Alcune degli operatori non nascondono che la situazione è arrivata a un “punto di non ritorno” e molto spesso “non si riescono a fronteggiare le decine di richieste che ci arrivano”. Numerose anche le bare che si trovano nella chiesa del cimitero in attesa di cremazione, con una lista d’attesa che sfiora i sette giorni. Al cimitero le sepolture si svolgono a ritmo sostenuto, e da alcuni giorni vengono fatte anche la domenica.

La cosa più consolante che ho sentito in questi giorni relativa a questa situazione è il mandato del vescovo di Bergamo: medici, infermieri, fate voi un piccolo segno di croce sulla fronte dei moribondi, fatelo come fossi io a disegnarlo.

Il cristianesimo è una cosa meravigliosa, una forza che si manifesta in qualsiasi circostanza, soprattutto le più ostili. E procede per mediazione, e in ogni mediazione non si snatura né si scolora ma diventa più potente. 

Se è il vescovo a dare questa consegna, in questo caso tanto eccezionale, significa che ha legato per il Cielo ciò che considera legato in terra. Le mani dei medici siano le mie, che sono quelle che un altro vescovo ha consacrato e su su fino agli Apostoli e a Cristo stesso e al fuoco dello Spirito che ha slegato lingue e disciolto paure e così ha incendiato il mondo e non ha nemmeno finito. Di sicuro non si tratta di stralciare nemmeno una virgola del magistero cattolico, ma soltanto di allungare la mano materna della Chiesa a tutti, in qualsiasi circostanza si possano trovare.

Non so che dire rispetto a tutta la desolazione che non è risparmiata a tanti fratelli miei quasi vicini di casa. Se ci penso più di qualche istante mi assale la paura perché mi immedesimo e penso a cosa significherebbe per me, per i miei fratelli, per i figli lasciare qualcuno di amato in questo modo.

Allora ho voglia solo di gridare che sì, il re è nudo! Ma è il nostro Re, l’uomo dei dolori, spogliato di tutto, sofferente in ogni centimetro di carne e in ogni piega dell’anima. Il re dei Giudei che calza in testa un casco di spine lunghe come coltelli. Il Re preso a sberle, vergate e colpi di flagello. Il Re più spogliato di tutti i tempi è la notizia più bella: è così che ha potuto senza impicci battersi a tu per tu con la morte, ucciderla e tornare vestito di gloria e luce ma con le sue amate piaghe. Ecco, non so che altro dire ai cari amici bergamaschi: il nostro Re, che si è privato di ogni cosa vestendo tutti i nostri peccati, ora è pronto a rivestirvi e sarà per una festa.

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